Vangelo Mt 9, 32-38: « Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Giovanna EspositoVangeloLeave a Comment

Vangelo Mt 9, 32-38
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Oggi conserviamo nel nostro cuore queste parole del Vangelo :
«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!».

Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato

   Cap. CCXXXII. Guarigione di due ciechi e di un muto indemoniato.

   28 luglio 1945
   Poi Gesù scende nella cucina e, vedendo che Giovanni sta per andare alla fonte, anziché rimanere nella cucina calda e fumosa preferisce andare con Giovanni, lasciando Pietro alle prese con dei pesci che hanno portato allora allora i garzoni di Zebedeo per la cena del Maestro e degli apostoli.
   Non vanno alla fonte sorgiva che è all’estremo del paese, ma a quella sulla piazza e dove certo l’acqua viene portata ancora da quella bella e abbondante sorgiva che spiccia dalla costa del monte presso il lago. Sulla piazza è la solita folla dei paesi palestinesi a sera. Donne con le anfore, bambini che giocano, uomini che trattano di affari o… di pettegolezzi locali. Passano anche, attorniati da servi o da clienti, i farisei diretti alle ricche case. Tutti si scansano per farli passare ossequiandoli, salvo poi, appena passati, maledirli di cuore narrando i loro ultimi soprusi e strozzinaggi.

   Matteo, in un angolo della piazza, conciona i suoi antichi amici, il che fa dire con sprezzo e a voce alta al fariseo Uria: Le famose conversioni! L’affetto al peccato rimane e lo si vede dalle amicizie che durano. Ah! Ah!».
   Al che Matteo si volge risentito rispondendo: «Durano per convertirli».
  «Non ce n’è bisogno! Basta il tuo Maestro. Tu stacci lontano, che non ti torni la malattia, ammesso che tu sia guarito proprio».
   Matteo diviene paonazzo nello sforzo di non dirne quattro, ma si limita a rispondere: «Non temere e non sperare».
   «Cosa?».
   «Non temere che io torni ad essere Levi il pubblicano e non sperare che io ti imiti per perdere queste anime.
Le separazioni e gli sprezzi li lascio a te e ai tuoi amici. Io imito il mio Maestro e avvicino i peccatori per portarli alla Grazia». 
   Uria vorrebbe ribattere, ma sopraggiunge l’altro fariseo, il vecchio Eli, e dice:
«Ma non sporcare la tua purezza e non contaminare la tua bocca, amico. Vieni con me», e prende sottobraccio Uria portandolo verso la sua casa.

   3 Intanto la folla, specie di bambini, si è stretta ancora a Gesù. Vi è fra i bambini la coppia dei fratellini Giovanna e Tobiolo, quelli che in un giorno lontano si litigavano per i fichi, e dicono a Gesù, brancicando con le manine l’alto corpo di Gesù per richiamare la sua attenzione: «Senti, senti. Anche oggi siamo stati buoni, sai? Non abbiamo mai pianto. Non ci siamo mai fatti dispetti, per amore di Te. Ci dai un bacio?».
   «Siete stati buoni dunque, e per amor mio! Che gioia mi date. Eccovi il bacio. E domani siate meglio ancora».
   E vi è Giacomo, il piccolo che portava ogni sabato la borsa di Matteo a Gesù. Dice: «Levi non mi dà più nulla per i poveri del Signore, ma io ho messo via tutti gli spiccioli che mi danno quando sono buono e ora te li do. Li dai ai poveri per il mio nonno?».
   «Certamente. Che ha il nonno?». 
   «Non cammina più. É tanto vecchio e le gambe non lo reggono più». 
   «Ti spiace questo?».
   «Si, perché era il mio maestro quando si andava per la campagna. Mi diceva tante cose. Mi faceva amare il Signore. Anche ora mi dice di Giobbe e mi fa vedere le stelle del cielo, ma dalla sua sedia… Era più bello prima». 
   «Verrò da tuo nonno domani. Sei contento?».
    E Giacomo è surrogato da Beniamino, non quello di Magdala, il Beniamino di Cafarnao, quello di una lontana visione. Giunto sulla piazza insieme alla madre e visto Gesù, lascia la mano materna e si getta con un grido che pare un garrito di rondine fra la piccola calca e, arrivato davanti a Gesù, lo abbraccia ai ginocchi dicendo: «Anche a me, anche a me una carezza!».

   4 Passa in quel momento il fariseo Simone e fa un pomposo inchino a Gesù, che glielo ricambia. Il fariseo si ferma e, mentre la folla si scansa come intimorita, il fariseo dice: «E a me non daresti una carezza?», e ha un lieve sorriso.
   «A tutti che me la chiedono. Mi felicito con te, Simone, per la tua ottima salute. Mi avevano detto a Gerusalemme che eri stato alquanto malato». 
   «Si. Molto. Ti ho desiderato per guarire».
   «Credevi che Io lo potessi?». 
   «Non ne ho mai dubitato. Ma ho dovuto guarire da me perché Tu sei stato molto assente. Dove sei stato?»
   «Ai confini di Israele. Così ho occupato i giorni fra Pasqua e Pentecoste». 
   «Molti successi? Ho saputo dei lebbrosi di Innom e Siloam. Grandioso. Quello solo? No certo. Ma ciò si sa per il sacerdote Giovanni. Chi non è prevenuto crede in Te ed è beato».
   «E chi non crede perché è prevenuto? Che è di lui, saggio Simone?».
   Il fariseo si turba un poco… è combattuto fra la voglia di non condannare i suoi troppi amici che sono prevenuti contro Gesù e quella di ben meritare gli elogi di Gesù. Ma vince questa e dice: «E chi non vuole credere in Te nonostante le prove che dài è condannato».
   «Io vorrei che nessuno lo fosse…».
   «Tu sì. Noi non ti ricambiamo con la stessa misura di bontà che Tu hai per noi. Troppi non ti meritano… Gesù, ti vorrei mio ospite domani…».
   «Domani non posso. Facciamo fra due giorni. Accetti?».
   «Sempre. Avrò… amici… e li dovrai compatire se…».
   «Sì, si. Verrò con Giovanni».
   «Solo lui?».
   «Gli altri hanno altre missioni. Eccoli che tornano dalle campagne. La pace a te, Simone».
   «Dio sia con Te, Gesù».
   Il fariseo se ne va e Gesù si riunisce agli apostoli.

   5 Tornano a casa per la cena.
   Ma mentre mangiano il pesce arrostito li raggiungono dei ciechi che già avevano implorato Gesù per la via. Ripetono ora il loro: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
   «Ma andate via! Vi ha detto: “domani”, e domani sia. Lasciatelo mangiare», rimprovera Simon-Pietro.
   «No, Simone. Non li cacciare. Tanta costanza merita un premio. Venite avanti voi due», dice poi ai ciechi, e quelli entrano tastando col bastone il suolo e le pareti. «Credete voi che Io vi possa rendere la vista?». 
   «Oh! sì! Signore! Siamo venuti perché ne siamo certi».
   Gesù si alza da tavola, li avvicina, pone i suoi polpastrelli sulle palpebre cieche, alza il volto, prega e dice: «Siavi fatto secondo la fede che avete». Leva le mani e le palpebre senza moto si muovono, perché la luce colpisce di nuovo le pupille rinate in uno, e si disigillano le palpebre all’altro, e dove prima era una naturale sutura, dovuta certo a ulceri mal curate, ecco che si riforma l’orlo palpebrale senza difetti e si alza e si abbassa con moto d’ala.
   I due cadono in ginocchio.
   «Alzatevi e andate. E badate bene che nessuno sappia ciò che vi ho fatto. Portate alle vostre città la novella della grazia ricevuta, ai parenti, agli amici. Qui non è necessario e non è propizio all’anima vostra. Conservatela immune da lesioni nella sua fede così come, ora che sapete cosa è l’occhio, lo preserverete da lesioni per non acciecare di nuovo».

 6 La cena ha termine. Salgono sulla terrazza dove è un poco di frescura. Il lago è tutto un brillio sotto il quarto di luna. Gesù si siede sull’orlo del muretto e si astrae a guardare quel lago di argento mosso. Gli altri parlano fra di loro a voce sommessa per non disturbarlo. Ma lo guardano come affascinati. Infatti! Come è bello! Tutto aureolato di luna che ne illumina il volto severo e sereno nello stesso tempo, permettendo di studiarne i più lievi particolari, Egli sta colla testa lievemente riversa, appoggiata al tralcio ruvido della vite che sale di lì per stendersi poi sulla terrazza. I suoi occhi lunghi, di un azzurro che nella notte pare quasi color dell’onice, pare riversino onde di pace su tutte le cose. Qualche volta si alzano verso il cielo sereno, sparso d’astri, talaltra si abbassano sulle colline, e più giù, sul lago, altre ancora fissano un punto indeterminato e pare che sorridano ad un loro proprio vedere. I capelli ondeggiano lievi al vento leggero. Con una gamba sospesa a poca distanza dal suolo, l’altra che al suolo si appoggia, sta così, seduto di sbieco, con le mani abbandonate sul grembo, e l’abito bianco pare accentuare il suo candore, farsi quasi d’argento per la luce lunare, mentre le mani lunghe e di un bianco d’avorio sembrano accentuare la loro tinta di vecchio avorio e la loro bellezza virile e pure affusolata. Anche il volto, dalla fronte alta, dal naso diritto, dall’ovale sottile delle guance, che la barba biondo rame allunga, sembra, in questa luce lunare, farsi di avorio vecchio perdendo la sfumatura rosea che nel giorno si nota al sommo delle guance. 
   «Sei stanco, Maestro?», interroga Pietro. 
   «No». 
   «Mi sembri pallido e pensieroso…». 
   «Pensavo. Ma non credo essere più pallido del solito.

 7 Venite qui… Il lume di luna vi fa tutti pallidi voi pure. Domani andrete a Corozim. Forse troverete dei discepoli. Parlate loro. E badate di essere domani al vespero qui. Predicherò presso il torrente». 
   «Che bella cosa! Lo diremo a quelli di Corozim. Oggi, nel ritorno, abbiamo incontrato Marta e Marcella. Erano state qui?», chiede Andrea. 
   «Sì». 
   «A Magdala si faceva un gran parlare di Maria che non esce più, che non dà più feste. Abbiamo riposato presso la donna dell’altra volta. Beniamino mi ha detto che quando ha voglia di fare il cattivo pensa a Te e…». 
   «…e a me, dillo pure Giacomo», dice l’Iscariota. 
   «Non lo ha detto». 
   «Ma lo ha sottinteso dicendo: “Non voglio essere bello ma cattivo, io” e mi ha guardato storto. Non mi può soffrire…». 
   «Antipatie senza peso, Giuda. Non ci pensare», dice Gesù. 
   «Sì, Maestro. Ma è seccante che…». 

 8 «C’è il Maestro?», grida una voce dalla via. 
 «C’è. Ma che volete da capo? Non vi basta il giorno quanto è lungo? É questa l’ora da disturbare dei poveri pellegrini? Tornate domani», ordina Pietro. 
 «É che abbiamo con noi un muto indemoniato. E per la strada ci è scappato tre volte. Se non era così si arrivava prima. Siate buoni! Fra poco, quando la luna sarà alta, urlerà forte e spaventerà il paese. Vedete come già si agita?! ». 
   Gesù si sporge dal muretto dopo avere attraversato tutta la terrazza. Gli apostoli lo imitano. Una collana di visi curvi su una turba di gente che alza la testa verso quelli che la chinano. In mezzo, con mosse e mugolio da orso o da lupo incatenato, un uomo ben legato ai polsi perché non fugga. Mugola dimenandosi con mosse bestiali e come cercando al suolo chissà che. Ma quando alza gli occhi e incontra lo sguardo di Gesù ha un urlo bestiale, inarticolato, un vero ululato, e cerca fuggire. La folla, quasi tutta Cafarnao nei suoi adulti, si scansa impaurita. 
   «Vieni, per carità! Gli riprende come prima…». 
   «Vengo subito». E Gesù scende svelto andando di faccia al disgraziato, che è più che mai agitato. «Esci da costui. Lo voglio». 
   L’ululo si schianta in una parola: «Pace!». 
   «Sì, pace. Abbi pace ora che sei liberato». La folla urla di meraviglia vedendo il subitaneo passaggio dalla furia alla quiete, dalla possessione alla liberazione, dal mutismo alla favella. 

 9 «Come avete saputo che ero qui?». 
   «A Nazaret ci dissero: “É a Cafarnao”. A Cafarnao ce lo confermarono due che si dicevano risanati negli occhi da Te, in questa casa». 
   «É vero! É vero! Anche a noi lo dissero…», gridano in molti. E commentano: «Mai si videro simili cose in Israele!». 
   «Se non avesse l’aiuto di Belzebù non le farebbe», ghignano i farisei di Cafarnao, fra i quali manca Simone. «Aiuto o non aiuto, io sono guarito e i ciechi pure. Voi non lo potreste fare, nonostante le vostre gran preghiere», rimbecca il muto indemoniato guarito e bacia la veste di Gesù, che non risponde ai farisei ma si limita a licenziare la folla col suo: 
   «La pace sia con voi», mentre trattiene il miracolato e chi lo accompagna offrendo loro ricovero nella stanza alta per il riposo fino all’alba.

10Dice Gesù: 
   «Qui metterete la parabola della pecorella smarrita, avuta il 12-8-1944».

   Cap. CCXXXVII. La richiesta di operai per la messe e la parabola del tesoro nascosto nel campo. Maria di Magdala è andata da Maria Ss.

   29 luglio 1945.

 1 Gesù si trova sulla via che dal lago di Meron viene verso quello di Galilea. Sono con Lui lo Zelote e Bartolomeo, e pare attendano presso un torrente, ridotto a un filo d’acqua chè però nutre folte piante, gli altri che stanno giungendo da due parti diverse.
   La giornata è torrida, eppure molta gente ha seguito i tre gruppi che devono avere predicato per le campagne, convogliando i malati al gruppo di Gesù e riserbandosi di predicare di Lui ai sani. Molti miracolati fanno un gruppo felice, seduto fra le piante, e in loro la gioia è tale che non sentono neppure la stanchezza data dal calore, dalla polvere, dalla luce abbacinante, tutte cose che mortificano non poco tutti gli altri.
   Quando il gruppo capitanato da Giuda Taddeo giunge per primo presso a Gesù, appare evidente la stanchezza di tutti quelli che lo formano e che lo seguono. Ultimo viene il gruppo capitanato da Pietro, in cui sono molti di Corozim e di Betsaida.
   «Abbiamo fatto, Maestro. Ma bisognerebbe essere molti gruppi… Tu vedi. Camminare a lungo non si può, per il caldo. E allora come si fa? Sembra che il mondo si allarghi più noi si deve fare, per sparpagliare i paesi e accrescere le distanze. Non mi ero mai accorto che fosse così grande la Galilea. Siamo in un angolo di essa, proprio in un angolo, e non si riesce a evangelizzarla, tanto è vasta e tanto vasti sono i bisogni e i desideri di Te», sospira Pietro. 
   «Non è che il mondo cresca, Simone. É che cresce la conoscenza del Maestro nostro», risponde il Taddeo.
   «Sì, è vero. Guarda quanta gente. Ci seguono da questa mattina, taluni. Nelle ore calde ci siamo rifugiati in un bosco. Ma anche ora che si avvicina la sera è una pena camminare. E questi poveretti sono molto più lontani da casa di noi. Se sempre tutto cresce così non so come faremo…», dice Giacomo di Zebedeo.
   «In ottobre verranno anche i pastori», conforta Andrea.
   «Eh! sì! Pastori, discepoli, belle cose! Ma servono solo per dire: “Gesù è il Salvatore. É là”. Non di più», risponde Pietro. 
   «Ma almeno la gente saprà dove trovarlo. Ora invece! Noi si va qui e loro corrono qui; intanto che loro vengono qui noi si va là, e loro devono correrci dietro. E con bambini e malati non è molto comodo».

 2 Gesù parla: «Hai ragione, Simon-Pietro. Ho anche Io compassione di queste anime e di queste turbe. Per molti non trovarmi in un dato momento può essere causa irreparabile di sventura. Guardate come sono stanchi e smarriti quelli che ancora non possiedono la certezza della mia Verità, e come sono affamati quelli che già hanno gustato la mia parola e non sanno più starne senza, né nessuna altra parola li accontenta più. Sembrano pecore senza pastore che vaghino non trovando chi li guida e chi li pasce. Io provvederò. Ma voi dovete aiutarmi. Con tutte le vostre forze spirituali, morali e fisiche. Non più a gruppi numerosi, ma a coppie dovete sapere andare. E manderemo a coppie i discepoli migliori. Perché la messe è veramente grande. Oh! in questa estate vi preparerò a questa grande missione. Per tamuz saremo raggiunti da Isacco coi migliori discepoli. E vi preparerò. Non basterete ancora. Perché se la messe è veramente grande gli operai in compenso sono pochi.    Pregate dunque il Padrone della Terra che mandi molti operai alla sua messe». 
   «Sì, mio Signore. Ma non muterà molto la situazione di questi che ti cercano», dice Giacomo d’Alfeo. «Perché, fratello?».   
   «Perché essi cercano non solo dottrina e parola di Vita, ma anche guarigioni ai loro languori, alle loro malattie, ad ogni menomazione che la vita o Satana portino alla loro parte inferiore o superiore. E questo lo puoi fare Tu solo, perché in Te è il Potere».
   «Coloro che sono uni con Me giungeranno a fare ciò che Io faccio, e i poveri saranno soccorsi in tutte le loro miserie. Ma ancora non avete in voi quanto basti per fare questo. Sforzatevi a superare voi stessi, a calcare la vostra umanità per fare trionfare lo spirito. Assimilate non solo la mia parola, ma lo spirito di essa, ossia santificatevi per essa e poi tutto potrete. Ed ora andiamo a dire loro la mia parola, posto che non vogliono andarsene se Io non ho dato loro la parola di Dio. E poi ritorneremo a Cafarnao. Anche là ci sarà chi attende…».

 3 «Signore, ma è vero che Maria di Magdala ha chiesto perdono a Te, in casa del fariseo?». 
   «E’ vero, Tommaso».
   «E Tu glielo hai dato?», chiede Filippo.
   «Gliel’ho dato».
   «Ma hai fatto male!», esclama Bartolomeo. 
   «Perché? Era un pentimento sincero e meritava perdono».
   «Ma non dovevi darlo in quella casa, pubblicamente…», rimprovera l’Iscariota. 
   «Ma non vedo in che ho errato». 
   «In questo: Tu sai chi sono i farisei, quanti cavilli hanno nella testa, come ti sorvegliano, come ti calunniano, come ti odiano. Uno ne avevi a Cafarnao, di amico, ed era Simone. E Tu chiami in casa sua una prostituta per profanare la casa e dare scandalo all’amico Simone». 
   «Non l’ho chiamata Io. Vi è venuta. Non era una prostituta. Era una pentita. Ciò cambia molto. Se non si aveva schifo ad avvicinarla prima e a desiderarla sempre, anche in mia presenza, anche ora che ella non è più una carne ma un’anima, non si deve avere schifo di vederla entrare per inginocchiarsi ai miei piedi e piangere accusandosi, avvilendosi nella pubblica umile confessione che è tutta in quel pianto. Simone fariseo ha avuto la casa santificata da un miracolo grande: la risurrezione di un’anima. Sulla piazza di Cafarnao, or sono cinque giorni, mi chiedeva: “Hai fatto quello solo di miracolo?”, e rispondeva da se: No certo”, avendo molto desiderio di vederne uno. Gliel’ho dato. L’ho scelto per essere il testimone, il paraninfo di questo fidanzamento dell’anima con la Grazia. Deve esserne fiero». 
   «Invece ne è scandalizzato. Forse hai perduto un amico».
   «Ho trovato un’anima. Merita di perdere un uomo con la sua amicizia, la sua povera amicizia d’uomo, pur di rendere l’amicizia con Dio ad un’anima».
   «É inutile. Con Te non si può ottenere umana riflessione. Siamo sulla Terra, Maestro! Ricordatelo. E vigono le leggi e le idee della Terra. Tu agisci col metodo del Cielo, ti muovi nel tuo Cielo che hai in cuore, vedi tutto attraverso luci di Cielo.    Povero Maestro mio! Come sei divinamente inetto a vivere fra noi perversi!». Giuda Iscariota lo abbraccia, ammirato e desolato, finendo: «E me ne dolgo perché Tu ti crei, per troppa perfezione, tanti nemici». 
   «Non te ne dolere, Giuda. É scritto che così sia. Ma come sai che Simone è offeso?». 
   «Non ha detto che è offeso. Ma a me e Tommaso ha fatto capire che ciò non andava fatto. Non dovevi invitarla in casa sua, dove non entrano che persone oneste». 
   «Bene! Sull’onestà di chi va da Simone piantiamola lì», dice Pietro. 
   E Matteo: «Io potrei dire che il sudore delle prostitute è colato più volte sui pavimenti, sulle mense, e oltre, di Simone il fariseo». 
   «Ma non pubblicamente», ribatte l’Iscariota. 
   «No. Con ipocrisia intesa a celarlo». 
   «Vedi che allora cambia». 
   «Cambia anche l’entrata di una prostituta che entra per dire: “Lascio il mio peccato infame” da quella di una che entra per dire: “Eccomi a te per compiere il peccato insieme ».
   «Matteo ha ragione», dicono tutti. 
   «Sì. Ha ragione. Ma loro non pensano come noi. E bisogna venire a transazioni con loro, adattarsi a loro per averli amici».
   «Questo mai, Giuda. Nella verità, nell’onestà, nella condotta morale, non ci sono adattamenti e transazioni», tuona Gesù. E termina: «Del resto Io so di avere agito bene e per il bene. E basta. 

4Andiamo a congedare questi stanchi».
   E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.
   «La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella. In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. É per la tua beatitudine che lo faccio.    Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro?    Ma sì che lo dice! Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.
   Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro. Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare. Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.
   Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.
   Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».

 5 La gente si sparge lentamente per le vie e i sentieri della campagna, mentre Gesù va alla volta di Cafarnao nella sera che scende.
   Vi giunge a notte fatta. Traversano in silenzio la città silenziosa sotto il lume della luna, che è l’unico lume esistente per le viette oscure e malselciate. Entrano pure in silenzio nell’orticello a fianco della casa, credendo che tutti siano a letto. Ma invece un lume arde nella cucina e tre ombre, rese mobili per il muoversi della fiammella, si proiettano sul muretto bianco del forno li vicino.
   «C’è gente che ti aspetta, Maestro. Ma così non può andare! Ora vado a dire che sei troppo stanco. Va’ sulla terrazza, intanto».
   «No, Simone. Vado in cucina. Se Tommaso ha trattenuto queste persone segno è che vi è un serio motivo». Ma intanto quelli di dentro hanno sentito il bisbiglio e Tommaso, padrone di casa, viene sulla soglia.
   «Maestro, vi è la solita dama. Ti attende da ieri al tramonto. É con un servo»; e poi, sottovoce: «É molto agitata. Piange senza sosta…».
   «Sta bene. Dille di venire di sopra. Dove ha dormito?». 
   «Non voleva dormire. Ma infine si è ritirata per qualche ora, verso l’alba, nella mia camera. Il servo l’ho fatto dormire in uno dei vostri letti».
   «Va bene. Dormirà anche questa notte. E tu dormirai nel mio». 
   «No, Maestro. Andrò sulla terrazza, su delle stuoie. Avrò buon sonno lo stesso».

 6 Gesù sale sul terrazzo. Ecco Marta che sale lei pure.
   «La pace a te, Marta». Un singhiozzo di risposta.
   «Piangi ancora? Ma non sei felice?». La testa di Marta fa cenno di no.
   «Ma perché mai?»… 
   Una lunga pausa piena di singhiozzi. Infine, in un gemito: «Da molte sere Maria non è più tornata. E non si trova. Non io, non Marcella, non la nutrice la troviamo… Era uscita ordinando il carro. Era tutta pomposa nelle vesti… Oh! non aveva voluto rimettere la mia!… Non era seminuda, ne ha anche di quelle, ma era molto procace in questa… E ori e profumi ha preso con se… e non è più tornata. Ha licenziato il servo alle prime case di Cafarnao dicendo: “Tornerò con altra compagnia”. Ma non è più tornata. Ci ha ingannati! Oppure si è sentita sola, forse tentata… o le è accaduto del male… Non è tornata più…».E Marta scivola in ginocchio, piangendo col capo reclinato sull’avambraccio messo su un mucchio di sacchi vuoti.
   Gesù la guarda e dice lento e sicuro, dominatore: «Non piangere. Maria è venuta da Me tre sere or sono. Mi ha imbalsamato i piedi, mi ha messo ai piedi tutti i suoi gioielli. Si è consacrata così, e per sempre, prendendo posto fra le mie discepole.    Non la denigrare nel tuo cuore. Ti ha superata».
   «Ma dove, dove è allora mia sorella?», grida Marta alzando un volto sconvolto.    «Perché non è tornata a casa? É stata forse assalita? Ha preso forse una barca e si è affogata? Oppure qualche amante respinto l’ha rapita? Oh! Maria! La mia Maria!    L’avevo ritrovata e subito l’ho perduta!». Marta è proprio fuori di sé. Non pensa più che quelli abbasso la possono sentire. Non pensa più che Gesù può dirle dove è la sorella. Si dispera senza riflettere a nulla.

 7 Gesù la prende per i polsi e la costringe a stare ferma, ad ascoltarlo, dominandola con la sua alta statura e col suo sguardo magnetico.
   «Basta! Voglio da te fede nelle mie parole. Voglio da te generosità. Hai capito?».
   Non la lascia andare altro che quando Marta si quieta un poco.
   «Tua sorella è andata a gustarsi la sua gioia, avvolgendosi di una solitudine santa perché è in lei il supersensibile pudore dei redenti. Te l’ho detto in anticipo. Non può sopportare lo sguardo dolce ma indagatore dei parenti sulla sua nuova veste di sposa della Grazia. E ciò che Io dico è sempre vero. Mi devi credere».
   «Si, Signore, si. Ma la mia Maria è troppo, troppo stata del demonio. Egli l’ha ripresa subito, egli…». 
   «Egli si vendica su te della preda perduta per sempre. Devo dunque vedere che tu, la forte, divieni sua preda per un folle sgomento senza ragione d’essere? Devo vedere che per lei, che ora crede in Me, tu perdi la tua bella fede che sempre ti ho conosciuta? Marta! Guardami bene. Ascolta Me. Non ascoltare Satana. Non sai che, quando è costretto ad abbandonare la preda per una vittoria di Dio su di lui, esso si dà subito da fare, questo instancabile torturatore degli esseri, questo instancabile ladro dei diritti di Dio, per trovare altre prede? Non sai che sono le torture di un terzo, che resiste agli assalti perché è buono e fedele, quelle che consolidano la guarigione di un altro spirito? Non sai che nulla è slegato di tutto quanto avviene ed esiste nel creato, ma tutto segue una legge eterna di dipendenze e di conseguenze, per cui l’atto di uno ha ripercussioni naturali e soprannaturali vastissime?

 8 Tu piangi qui, tu qui conosci il dubbio atroce, e resti fedele al tuo Cristo anche in quest’ora di tenebre. Là, in un punto vicino a te ignoto, Maria sente dissolversi l’ultimo dubbio sulla infinità del perdono avuto, e il suo pianto si muta in sorriso e le sue ombre in luce. É il tuo tormento che l’ha guidata là dove è pace, là dove si rigenerano le anime presso la Generatrice senza macchia, presso quella che è tanto Vita da avere ottenuto di avere dato al mondo il Cristo che è la Vita. Tua sorella è da mia Madre. Oh! non è la prima che raccoglie le vele in quel porto di pace dopo che il raggio soave della viva Stella, Maria, l’ha chiamata a quel seno d’amore per amore, muto e attivo, del Figlio suo! Tua sorella è a Nazaret». 
   «Ma come vi è andata se non conosce tua Madre, la tua casa?… Sola… Di notte… Così… Senza mezzi… In quella veste… Tanta strada… Come?».
   «Come? Come va la rondine stanca al nido natio, traversando mari e monti, superando tempeste, nebbie e venti nemici. Come vanno le rondini nei luoghi di svernamento. Per istinto che le guida, per tepore che le invita, per sole che le chiama. Anche lei è corsa al raggio che chiama… alla Madre universale. E la vedremo tornare all’aurora, felice… uscita per sempre dalle tenebre, con una madre al fianco, la mia, e per non essere mai più orfana. Puoi credere questo?». 
   «Sì, mio Signore». Marta è come affascinata. Infatti Gesù è stato veramente dominatore. Alto, eretto, e pure lievemente curvato su Marta inginocchiata, ha parlato lentamente, ma incisivamente, quasi per trasfondere Se stesso nella discepola sconvolta. Poche volte l’ho visto potente così, per persuadere con la parola un suo ascoltatore. Ma alla fine che luce, che sorriso è sul suo volto! Marta lo riflette con un sorriso e una luce più pacata nel suo stesso volto..
   «E ora vai al riposo. Con pace».
   E Marta gli bacia le mani e scende rasserenata.
   […].

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!

Santa Maria Goretti, veglia e intercedi per noi!

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