Vangelo Lc 11, 37-41: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti!».

Giovanna EspositoVangeloLeave a Comment

Vangelo Novus Ordo Lc 11, 37-41
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Oggi conserviamo nel nostro cuore queste parole del Vangelo:
« Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’
Paralleli Novus ordo

   Cap. CDXIII. Arrivo a Gerusalemme per la Pentecoste e disputa con i dottori nel Tempio.­

   9 aprile 1946.
 
 1 ­La città è piena di gente. Il Tempio è stipato. Gesù vi ascende non appena entrato a Gerusalemme e vi entra dalla porta presso la Probatica, perciò quasi immediatamente, prima che la gente possa accorgersi che Egli è in città e che la notizia si propaghi dalla casa dove depongono le borse e dove si mondano dalla polvere e dal sudore per entrare mondi nel Tempio.
   La solita indecorosa gazzarra dei venditori e cambiavalute. Il solito caleidoscopio di colori, di volti.
   Gesù, con gli apostoli che hanno comperato il necessario per l’offerta, va direttamente al luogo di preghiera e vi sosta a lungo. Naturalmente è notato da molti, buoni o cattivi che siano, ed un sussurro scorre come vento e con rumore di vento fra le frasche per il largo cortile esteriore dove la gente si ferma a pregare. E quando, dopo la preghiera, Egli si volge per tornare sui suoi passi, un codazzo di gente, sempre più ingrossantesi, lo segue per gli altri atrii, portici, cortili, finché, divenuta una folla, lo circonda chiedendo la sua parola.
   «In altro momento, o figli! In altro luogo!», dice Gesù e alza la mano a benedire cercando di allontanarsi.
   Ma se scribi, farisei, dottori e loro discepoli, sparsi fra la gente, sogghignano dicendosi l’un l’altro mezze frasi che sono altrettante beffe, come: «La prudenza consiglia», oppure: «Eh! un poco di paura…», o: «Ha raggiunto l’età del discernere», o anche: «Meno stolto di quanto si credeva…»; i più, quelli che, o per conoscenza amorosa di Lui, o per desiderio buono di conoscerlo, sono senza livore, insistono dicendo: «Ci leverai dunque questa festa nella Festa? Maestro buono, non lo puoi fare! Molti di noi hanno fatto sacrifici per rimanere qui in tua attesa…», e alcuni anche zittiscono o rispondono per le rime a qualche motteggiatore.
   È chiaro che la massa sarebbe pronta a travolgere le minoranze malvagie, le quali, astute e subdole, capiscono l’antifona e non solo si azzittiscono ma cercano di allontanarsi. E, nonostante siano nella cinta del Tempio, molti non si peritano di fare, alle spalle dei partenti, degli atti di motteggio o lanciare qualche epiteto, mentre alcuni altri, dei più anziani e perciò dei più riflessivi, interpellano Gesù dicendo: «Ma che avverrà, Tu che sai, di questo luogo, di questa città, di tutto Israele che non si arrende alla Voce del Signore?».

 Gesù guarda con pietà quelle teste brizzolate o canute affatto e risponde:
   «Geremia vi ha detto che avverrà di coloro che al lampo del corruccio divino rispondono con aumento di peccato, che la pietà divina prendono come prova di debolezza da parte di Dio. Perché Dio non si irride, o figli. Voi, come disse l’Eterno per bocca di Geremia, siete come l’argilla nelle mani del vasaio, come argilla sono coloro che si credono potenti, come argilla gli abitanti di questo luogo e quelli della reggia. Non c’è potenza umana che possa resistere a Dio. E, se l’argilla resiste al vasaio e vuole prendere forme strane, orribili, il vasaio riduce il già fatto di nuovo in pugno di argilla e rimodella il suo vaso, finché esso si persuade che il più forte è il vasaio e non si arrende al suo volere. E ancora può accadere che il vaso vada a pezzi perché si ostina a non lasciarsi modellare, perché rifiuta l’acqua con cui il vasaio lo bagna per poterlo modellare senza crepe. E allora il vasaio getta l’argilla riottosa, i cocci inutili, inlavorabili, nelle immondezze, e prende argilla nuova e la plasma nella forma che gli sembra meglio.
   Non dice così il Profeta, narrando il simbolo del vasaio e del vaso d’argilla? Così dice. E, ripetendo le parole del Signore, dice: “Così, come l’argilla è in mano del vasaio, così tu sei, o Israele, in mano di Dio”. E aggiunge il Signore, per avviso ai riottosi, che solo la penitenza e il pentimento al rimprovero di Dio possono far modificare il decreto di Dio di punizione verso il popolo ribelle.
   Israele non si è pentito. Perciò le minacce di Dio si sono accanite una e dieci volte su Israele. Israele neppure ora si pente, ora che non un profeta, ma più che un profeta parla a Israele. E Dio, che ha avuto per Israele la suprema misericordia e mi ha mandato, ora vi dice: “Poiché non date ascolto alla mia stessa Voce, Io mi pentirò del bene che vi ho fatto e preparerò contro voi la sventura”. Ed Io, che la Misericordia sono, anche sapendo di disperdere inutilmente la mia voce, grido a Israele: “Ciascuno torni indietro dalla sua cattiva strada. Rendete ognuno retta la vostra condotta e le vostre tendenze. Perché almeno, quando il disegno di Dio si compirà per la Nazione colpevole, i migliori fra essa, nella perdita generale dei beni, della libertà, dell’unione, conservino lo spirito libero dalla colpa, unito a Dio, e non perdano i beni eterni così come avranno perduto i beni terreni”.
   Le visioni dei profeti non sono senza uno scopo: quello di avvisare gli uomini di ciò che può avvenire. E detto è, dalla figura del vaso d’argilla cotta, spezzato al cospetto del popolo, cosa attende le città e i regni che non si arrendono al Signore, e…».

 3 Gli anziani, gli scribi, dottori e farisei, che si erano allontanati prima, devono essere andati ad avvisare le milizie del Tempio e i magistrati preposti all’ordine. E uno di essi, seguito da un pugno di quelle comiche milizie di cartapesta, che di battagliero non hanno che le facce che sono un misto di tontoleria con un poco di malizia e una larga presa di durezza, per non dire di delinquenza, viene verso Gesù che parla appoggiato ad una colonna del portico dei Pagani e, non potendo passare fra la siepe serrata della folla che fa cerchio intorno al Maestro, grida: «Vattene! O io ti farò gettare fuori dalla cinta dai miei soldati…».
   «Uuh! Uuuh! I mosconi verdi! Gli eroi sugli agnelli! E non sapete entrare a prendere prigioni quelli che fanno di Gerusalemme un lupanare, del Tempio un mercato? Va’ via, faccia di coniglio, va’ dalle faine… Uuuh! Uuuh!». La gente si rivolta contro a quei soldati da caricatura e mostra chiaramente che non intende lasciar fare ingiuria al Maestro.
   «Io ubbidisco agli ordini avuti…», si scusa il capo di questi… tutori dell’ordine.
   «Tu ubbidisci a Satana e non te ne accorgi. Va’, va’ a impetrare misericordia per avere osato insultare e minacciare il Maestro! Il Maestro non si tocca! Avete capito? Voi nostri oppressori, Egli l’Amico dei poveri. Voi nostri corruttori, Egli nostro Maestro santo. Voi rovina nostra, Egli nostra Salute. Voi perfidi, Egli buono. Via, o faremo a voi ciò che Matatia fece a Modin. Ribalteremo voi giù dalla discesa del Moria come tanti altari idoli e faremo pulizia lavando il luogo profanato col sangue vostro, e i piedi dell’unico Santo in Israele calpesteranno quel sangue per andare al Santo dei Santi e regnarvi, Lui che lo merita. Via di qua! Voi e i vostri padroni! Via, sgherri che servite gli sgherri…».
   Un tumulto pauroso… Dall’Antonia accorrono le guardie romane con un graduato anziano, severo, spicciativo.
   «Fate largo, fetenti! Che avviene? Vi state sbranando fra voi per qualcuno dei vostri agnelli rognosi?».
   «Si ribellano alle milizie…», vuol spiegare il magistrato.
   «Per Marte invitto! Questi… milizie? Ah! Ah! Va’ a dar guerra agli scarafaggi, guerriero da cantina. Parlate voi…», ordina alla gente.
   «Volevano imporre silenzio al Rabbi galileo. Cacciarlo volevano. Forse prenderlo…».
   «Al Galileo? Non licet. Nella lingua di Roma vi dico la parola del decollato. Ah! Ah! Marcia a cuccia tu e i tuoi botoli. E di’ che a cuccia stiano anche i mastini. La Lupa sa sbranare anche quelli… Inteso? Solo Roma ha diritto di giudizio. E Tu, Galileo, racconta pure le tue favole… Ah! Ah!», e si rivolta tutto d’un pezzo, con un barbaglio di corazze al sole, e se ne va.
   «Proprio come a Geremia…».
   «Come a tutti i profeti devi dire…».
   «Ma Dio trionfa lo stesso».
   «Maestro, parla ancora. Le vipere sono fuggite».
   «No, lasciatelo andare, che non tornino con più forza e lo mettano in catene i novelli Fassur…».
   «Non c’è pericolo… Finché dura il ruggito del leone, non vengono fuori le iene…».
   La gente parla e commenta in una bella confusione.

 4 ­«Vi sbagliate», dice tutto mellifluo un impaludato fariseo, seguito da altri suoi simili e da alcuni dottori della Legge. «Vi sbagliate. Non dovete credere che tutta una casta sia come qualcuno di essa. Eh! Eh! Il buono e cattivo c’è su ogni pianta».
   «Sì. Infatti i fichi sono dolci in genere. Ma però, se sono acerbi o troppo maturi, sono aspri o acidi. Voi siete acidi. Come quelli del pessimo paniere del profeta Geremia», dice da mezzo alla folla uno che non conosco, ma che deve essere ben noto a molti, e potente anche, perché vedo un grande ammiccare fra la gente e noto che il fariseo incassa il colpo senza reagire.
   Anzi, ancor più mellifluo, si rivolge al Maestro e gli dice: «Splendido soggetto alla tua sapienza. Parlaci, o Rabbi, su questo soggetto. Le tue spiegazioni sono così… nuove… così… dotte… Noi le gustiamo con avida fame».
   Gesù guarda fisso questo campione farisaico e poi gli risponde: «Anche un’altra inconfessata fame hai, o Elchia, e hanno i tuoi amici. Ma vi sarà dato anche quel cibo… E più acido dei fichi. E vi corromperà l’interno come i fichi inaciditi corrompono le viscere».
   «No, Maestro. Te lo giuro nel nome del Dio vivo! Io e i miei amici non abbiamo altra fame fuorché quella di sentirti parlare… Dio ci vede se…».
   «Basta così. L’onesto non ha bisogno di giuramenti. Le sue azioni sono giuramenti e testimonianze. 

 5 Ma non parlerò dei fichi ottimi e dei fichi guasti…».
   «Perché, Maestro? Temi che i fatti contraddicano le tue spiegazioni?».
   «O no! Anzi…».
   «Allora Tu prevedi per noi gli strazi, gli obbrobri, la spada, la peste, la fame?».
   «Questo e più ancora».
   «Più ancora? E che? Dio non ci ama dunque più?».
   «Tanto vi ama che ha compiuto la promessa».
   «Te? Perché Tu sei la promessa?».
   «Io lo sono».
   «E allora quando fondi il tuo Regno?».
   «Le fondamenta di esso già sono».
   «Dove? Dove?».
   «Nel cuore dei buoni».
   «Ma quello non è un regno! È un ammaestramento!».
   «Il mio Regno, essendo spirituale, ha per sudditi gli spiriti. E gli spiriti non occorrono di regge, case, milizie, mura. Ma di conoscere la Parola di Dio e metterla in pratica. Ciò che sta avvenendo nei buoni».
   «Ma puoi Tu dire questa Parola? Chi te ne autorizza?».
   «Il possesso».
   «Quale possesso?».
   «Il possesso della Parola. Io do ciò che sono. Uno che ha vita può dare la vita. Uno che ha denaro può dare denaro. Io ho per mia eterna natura la Parola traducente il divino Pensiero, e la Parola Io do, ché a questo dono mi sprona l’Amore di far conoscere il Pensiero dell’Altissimo che mi è Padre».
   «Bada a ciò che dici! È audace parlare! Potrebbe nuocer­ti!».
   «Più mi nuocerebbe mentire, perché sarebbe snaturare la mia Natura e rinnegare Colui da cui procedo».
   «Tu dunque sei Dio, il Verbo di Dio?».
   «Lo sono».
   «E così lo dici? Alla presenza di tanti testimoni che potrebbero farne denuncia?».
   «La Verità non mente. La Verità non calcola. La Verità è eroica».
   «E questa è verità?».
   «La Verità è Colui che vi parla. Perché il Verbo di Dio traduce il Pensiero di Dio, e Dio è Verità».

 6 ­La gente è tutt’orecchi, in un silenzio attento, a seguire il battibecco che però procede senza asprezze. Altri, da altri luoghi, sono affluiti lì e il cortile è pieno, stipato di gente. Centinaia di visi rivolti verso un sol punto. E dagli sbocchi che portano da altri cortili a questo si affacciano volti e volti, a collo teso, nell’intento di vedere e sentire…
   Il sinedrista Elchia e i suoi amici si guardano… Una vera telefonia di sguardi. Ma si contengono. Anzi, un vecchio dottore chiede tutto cortese: «E per evitare i castighi che Tu prevedi, che si dovrebbe fare?».
   «Seguirmi. E soprattutto credermi. E più ancora amarmi».
   «Sei un portafortuna?».
   «No. Sono il Salvatore».
   «Ma non hai eserciti…».
   «Ho Me stesso. Ricordate, ricordate per vostro bene, per pietà delle vostre anime, ricordate le parole del Signore a Mosè e ad Aronne quando ancora erano in terra d’Egitto: “Ciascuno del popolo di Dio prenda un agnello senza macchia, maschio, di un anno. Uno per casa, e se non basta il numero dei familiari a finire l’agnello prenda i vicini. E lo immolerete il quattordicesimo giorno di abid, che ora è detto nisam, e col sangue dell’immolato bagnino gli stipiti e l’architrave della porta delle vostre case. E nella stessa notte ne mangerete le carni arrostite al fuoco, col pane senza lievito e lattughe selvatiche. E quanto potrebbe rimanere distruggerete col fuoco. E mangerete coi fianchi cinti, i calzari al piede, il bordone in mano, in fretta, perché è il passaggio del Signore. E quella notte Io passerò percuotendo ogni primogenito d’uomo o d’animale che si trovino nelle case non segnate del sangue dell’agnello”. Al presente, nel nuovo passaggio di Dio, il più vero passaggio, perché realmente Dio passa fra di voi visibile, riconoscibile ai suoi segni, la salvezza sarà su quelli che saranno segnati del Sangue dell’Agnello col segno salutare. Perché in verità tutti ne sarete segnati. Ma soltanto quelli che amano l’Agnello e ameranno il suo Segno, da quel Sangue avranno salvezza. Per gli altri sarà il marchio di Caino. E voi sapete che Caino non meritò più di vedere il volto del Signore, né mai più conobbe sosta. E percosso a tergo dal rimorso, dal castigo, da Satana, suo re crudele, andò ramingo e fuggiasco per la Terra e finché ebbe vita. Una grande, grande figura del Popolo che percuoterà il nuovo Abele…».
   «Anche Ezechiele parla del Tau… Tu credi che il tuo Segno sia il Tau di Ezechiele?».
   «Quello è».
   «Tu allora ci accusi che in Gerusalemme sono abominazioni?».
   «Vorrei non poterlo fare. Ma così è».
   «E fra i segnati del Tau non vi sono peccatori? Lo puoi giurare?».
   «Io non giuro nulla. Però dico che, se fra i segnati vi saranno peccatori, ancor più tremendo sarà il loro castigo, perché gli adulteri dello spirito, i rinnegatori, gli uccisori di Dio dopo essere stati i suoi seguaci, saranno i più grandi nell’Inferno».
   «Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati…».
   «No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me. Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi. Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete. La salvezza è nel ripudiarle e nell’accogliere la Verità che vi parla. E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l’Eterno è Giudice dei suoi creati».

 7 ­«Perché parli così, Signore? Severo sei».
   «Veritiero sono. Io sono la Luce. La Luce è stata mandata per illuminare le Tenebre. Ma la Luce deve splendere liberamente. Inutile sarebbe che l’Altissimo avesse mandato la sua Luce se poi ad essa Luce avesse imposto il moggio. Neppure gli uomini così fanno quando accendono un lume, perché allora sarebbe stato inutile lo avessero acceso. Se l’accendono è perché illumini e chi entra in casa ci vegga. Io, nella oscurata casa terrena del Padre mio, vengo a mettere la Luce, perché chi è in essa veda. E la Luce splende. E beneditela se col suo raggio purissimo vi discopre rettili, scorpioni, trabocchetti, ragnatele, crepe delle muraglie. Ve lo fa per amore. Per darvi modo di conoscervi, ripulirvi, cacciare gli animali nocivi — le passioni e i peccati — ricostruirvi prima che sia troppo tardi, vedere dove mettete il piede — sul tranello di Satana — prima che vi precipitiate. Ma per vedere, oltre al lume netto ci vuole occhio netto. Da un occhio che la malattia fa coperto di materia non passa la luce. Pulite i vostri occhi. Pulite il vostro spirito perché la Luce possa scendere in voi. Perché perire nelle Tenebre quando il Buonissimo vi manda Luce e Medicina per guarirvi? Non è ancora troppo tardi. Venite, nell’ora che vi resta, venite alla Luce, alla Verità, alla Vita. Venite al Salvatore vostro che vi tende le braccia, che vi apre il cuore, che vi supplica di accoglierlo per il vostro eterno bene».
   Gesù è veramente supplichevole, amorosamente supplichevole, spoglio di ogni cosa che non sia amore… Anche le belve più ostinate, più ubbriache d’odio lo sentono e le loro armi si sentono vinte, i loro veleni non hanno forza di spruzzare fuori il loro acido.

 8 ­Si guardano. Poi Elchia parla per tutti: «Bene hai parlato,.Maestro! Ti prego accettare il convito che offro per onorarti».
   «Non chiedo altro onore che quello di conquistare le vostre anime. Lasciami alla mia povertà…».
   «Non vorrai farmi offesa col rifiutare?!».
   «Nessuna offesa. Ti prego di lasciarmi coi miei amici».
   «Ma anch’essi, chi può dubitare diversamente? Anche essi con Te. Grande onore per la mia casa!… Grande onore!… Vai pure da altri che grandi sono! Perché non da Elchia?».
   «Ebbene… verrò. Ma credi che non potrò dirti parole diverse, nel segreto della casa, da quelle che ti ho dette qui, fra il po­po­lo».
   «E neppure io! E neppure i miei amici! Lo dubiti forse?…».
   Gesù lo guarda fisso fisso. E poi dice: «Non dubito che di ciò che ignoro. Ma non ignoro il pensiero degli uomini. Andiamo alla tua casa… La pace a coloro che mi hanno ascoltato».
   E al fianco di Elchia si dirige fuor dal Tempio, seguito dal codazzo dei suoi apostoli mescolati, e non entusiasti di esserlo, agli amici di Elchia.

   Cap. CDXIV. Invettiva contro farisei e dottori al convito in casa del sinedrista Elchia.­

   10 aprile 1946.
 
 1 Gesù entra nella casa del suo ospite, poco lontana dal Tempio ma spinta verso il rione che è ai piedi di Tofet. Una casa dignitosa, un poco arcigna, di stretto osservante, anzi di esagerato osservante. Credo che anche i chiodi siano messi in numero e in posizione quale qualcuno dei seicentotredici precetti lo indica per buono. Non c’è un disegno nelle stoffe, non un fregio alle pareti, non un ninnolo… nulla di quei minimi che anche nelle case di Giuseppe e Nicodemo e degli stessi farisei di Cafarnao sono presenti per abbellire la casa. Questa è… trasudante da ogni parte lo spirito del proprio padrone. Gelida, tanto è spoglia di ciò che è ornamento. Dura nei mobili scuri e pesanti squadrati come tanti sarcofaghi. Respingente. Una casa che non accoglie ma che si serra nemica a chi vi penetra.
   Ed Elchia lo fa notare vantandosene. «Lo vedi, o Maestro, come io sono osservante? Tutto lo dice. Guarda: tende senza disegno, mobili senza ornati, niente vasi a scoltura o lampadari che imitano fiori. C’è tutto. Ma tutto regolato sul precetto: “Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotto la terra”. Così nella casa come nelle vesti mie e dei miei famigliari. Io, ad esempio, non approvo in questo tuo discepolo (l’Iscariota) quei lavori sulla veste e sul manto. Tu mi dirai: “Li portano in molti”. Dirai: “Non è che una greca”. Va bene. Ma con quegli angoli, con quelle curve, troppo ricorda i segni dell’Egit­to. Orrore! Cifre demoniche! Segni di negromanzia! Sigle di Belzebul! Non ti fai onore, o Giuda di Simone, a portarli, né Tu, Maestro, a concederglielo».
   Giuda risponde con una risatina sarcastica. Gesù risponde umilmente: «Più che i segni delle vesti Io sorveglio che non siano segni d’orrore sui cuori. Ma pregherò, anzi da ora lo prego il mio discepolo, di portare vesti meno ornate, onde non scandalizzare nessuno».
   Giuda ha un movimento buono: «Veramente il mio Maestro mi ha più volte detto che avrebbe preferito più semplicità nelle mie vesti. Ma io… ho fatto ciò che volevo perché mi piace essere vestito così».
   «Male, molto male. Che un galileo insegni a un giudeo è molto male; a te, poi, che eri del Tempio… oh!». Elchia mostra tutto il suo scandalo e i suoi amici lo secondano.
   Giuda è già stanco d’esser buono. E rimbecca: «Oh! allora ci sarebbero tante pompe da levare anche a voi del Sinedrio! Se vi doveste levare tutti i disegni messi a coprire le facce delle vostre anime, apparireste ben brutti».
   «Come parli?».
   «Come uno che vi conosce».
   «Maestro! Ma lo senti?».
   «Sento e dico che occorre umiltà da una parte e dall’altra, e in ambe verità. E reciproco compatimento. Solo Dio è perfetto».
   «Ben detto, o Rabbi!», dice uno degli amici… Sparuta, solitaria voce nel gruppo farisaico e dottorale.
   «Mal detto, invece», ribatte Elchia. «Il Deuteronomio è chiaro nelle sue maledizioni. Dice: “Maledetto l’uomo che fa immagine scolpita o di getto, cosa abbominevole, opera di mano d’artefici, e…”».
   «Ma queste sono vesti, non sono scolture», risponde Giuda.
   «Silenzio tu. Parla il tuo Maestro. Elchia, sii giusto e distingui. Maledetto chi fa idoli. Ma non chi fa disegni copiando il bello che il Creatore ha messo nel creato. Cogliamo pure i fiori per ornare…».
   «Io non ne colgo né voglio vederne ornate le stanze. Guai alle mie donne se fanno questo peccato anche nelle loro. Solo Dio va ammirato».
   «Giusto pensiero. Solo Dio. Ma si può ammirare Dio anche in un fiore, riconoscendo che Lui è l’Artefice del fiore».
   «No, no! Paganesimo! Paganesimo!».
   «Giuditta si ornò, e si ornò Ester per scopo santo…».
   «Femmine! E la femmina è sempre essere spregevole. 

 2 ­Ma te ne prego, Maestro, di entrare nella sala del convito mentre io mi ritiro un momento dovendo parlare coi miei amici».
   Gesù acconsente senza discussione.
   «Maestro… Respiro male!…», esclama Pietro.
   «Perché? Ti senti male?», chiedono alcuni.
   «No. Ma a disagio… come uno caduto in un trabocchetto».
   «Non ti agitare. E siate tutti molto prudenti», consiglia Gesù.
   Restano in gruppo e in piedi, finché rientrano i farisei seguiti dai servi.
   «Alle tavole senza indugio. Abbiamo adunanza e non possiamo attardarci», ordina Elchia. E distribuisce i posti, mentre già i servi scalcano le vivande.
   Gesù è a lato di Elchia, e al suo fianco è Pietro. Elchia offre i cibi, e il pasto ha inizio in un silenzio agghiacciante… Ma poi hanno principio le prime parole. Naturalmente rivolte a Gesù, perché gli altri dodici sono lasciati in trascuranza come non ci fossero.

 3 ­Il primo ad interrogare è un dottore della Legge. «Maestro, dunque Tu sei sicuro di essere ciò che dici?».
   «Non Io lo dico di mia bocca. I profeti lo hanno detto prima che Io fossi fra voi».
   «I profeti!… Tu che neghi che noi si sia santi, puoi anche accogliere per buono il mio detto se dico che i profeti nostri possono essere degli esaltati».
   «I profeti sono santi».
   «E noi no, non è vero? Ma guarda che Sofonia unisce i profeti ai sacerdoti nella condanna contro Gerusalemme: “I suoi profeti sono degli esaltati, uomini senza fede, e i suoi sacerdoti profanano le cose sante e violano la Legge”. Tu questo ce lo rimproveri di continuo. Ma, se accetti il profeta nella seconda parte del suo detto, lo devi accettare anche nella prima e riconoscere che non c’è base di appoggio sulle parole che vengono dagli esaltati».
   «Rabbi d’Israele, rispondi a Me. Quando poche righe di poi Sofonia dice: “Canta e rallegrati, o figlia di Sion… il Signore ha ritirato il decreto contro te… il Re d’Israele è in mezzo a te”, il tuo cuore le accetta queste parole?».
   «È la mia gloria ripetermele sognando quel giorno».
   «Ma sono parole di un profeta, di un esaltato, perciò…».
   Il dottore della Legge resta per un momento interdetto.
   Lo soccorre un amico. «Nessuno può mettere in dubbio che Israele regnerà. Non uno, ma tutti i profeti e i pre-profeti, ossia i patriarchi, hanno detto questa promessa di Dio».
   «E non uno dei pre-profeti e profeti ha mancato di indicarmi per quello che sono».
   «Oh! bene! Ma noi non abbiamo le prove! Puoi essere Tu pure un esaltato. Che prove ci dai che sei Tu il Messia, il Figlio di Dio? Dammi un termine perché io possa giudicare».
   «Non ti dico la mia morte descritta da David e da Isaia. Ma ti dico la mia risurrezione».
   «Tu? Tu? Risorgere Tu? E chi ti farà risorgere?».
   «Non certo voi. Non il Pontefice, non il monarca, non le caste, non il popolo. Da Me stesso risorgerò».
   «Non bestemmiare, o Galileo, e non mentire!».
   «Non faccio che rendere onore a Dio e dire verità. E con Sofonia ti dico: “Aspettami alla mia risurrezione”. Fino ad allora potrai avere dubbi, potrete averli tutti, e potrete lavorare a istillarli al popolo. Ma più non potrete quando l’eterno Vivente da Se stesso, dopo aver redento, risusciterà per non più morire, Giudice intangibile, Re perfetto che col suo scettro e la sua giustizia governerà e giudicherà fino alla fine dei secoli e continuerà a regnare nei Cieli in eterno».

 4 «Ma non sai che parli a dottori e sinedristi?», dice Elchia.
   «E che perciò? Voi mi interrogate. Io rispondo. Voi mostrate desiderio di sapere. Io vi illustro la verità. Non vorrai farmi venire alla mente, tu che per un disegno su una veste hai ricordato la maledizione del Deuteronomio, l’altra maledizione dello stesso: “Maledetto chi colpisce di nascosto il suo prossi­mo”».
   «Io non ti colpisco. Ti do cibo».
   «No. Ma le insidiose domande sono colpi dati alle spalle. Attento, Elchia. Perché le maledizioni di Dio si seguono, e quella che ho citata è seguita dall’altra: “Maledetto chi accetta doni per condannare a morte un innocente”».
   «In questo caso i doni li accetti Tu, mio ospite».
 ­  «Io non condanno neppure i colpevoli se sono pentiti».
   «Non sei giusto, allora».
   «No, giusto è. Perché Egli calcola che il pentimento merita perdono, e perciò non condanna», dice quello che ha già approvato Gesù nell’atrio della casa.
   «Taci là, Daniel! Vuoi saperne più di noi? O sei sedotto da uno sul quale molto è ancora a decidere e che nulla fa per aiutarci a decidere in suo favore?», dice un dottore.
   «So che voi siete i sapienti ed io un semplice giudeo, che neppure so perché mi vogliate spesso fra voi…».
   «Ma perché sei parente! È facile a capirsi! Ed io voglio santi e sapienti coloro che entrano nella mia parentela! Io non posso permettere ignoranze nella Scrittura, nella Legge, negli Halasciot, Midrasciot e nell’Haggada. E non le sopporto. Tutto va conosciuto. Tutto osservato…».
   «E grato ti sono di tanta cura. Ma io, semplice coltivatore di terre, divenuto indegnamente tuo parente, non mi sono preoccupato che di conoscere la Scrittura e i Profeti per avere conforto nella mia vita. E, con la semplicità di un indotto, ti confesso che riconosco nel Rabbi il Messia preceduto dal suo Precursore che ce lo ha indicato… E Giovanni, non lo puoi negare, era invaso dallo Spirito di Dio».
   Un silenzio. Negare che il Battista era infallibile non vogliono. Dirlo infallibile neppure.
   E allora un altro dice: «Via… Diciamo che il Precursore è precursore di quell’angelo che Dio manda a preparare la via al Cristo. E… ammettiamo che nel Galileo vi è sufficiente santità per giudicarlo tale angelo. Dopo di Lui verrà il tempo del Messia. Non vi pare conciliante a tutti questo mio pensiero? Lo accetti, Elchia? E voi, amici miei? E Tu, Nazareno?».
   «No». «No». «No». I tre “no” sono sicuri.
   «Come? Perché non approvate?».
   Elchia tace. Tacciono i suoi amici. Solo Gesù, sincero, risponde: «Perché non posso approvare un errore. Io sono da più di un angelo. L’angelo fu il Battista, Precursore del Cristo, e il Cristo Io sono».

 5 Un silenzio glaciale, lungo. Elchia, il gomito appoggiato al lettuccio, la guancia appoggiata alla mano, pensa, duro, chiuso come tutta la sua casa.
   Gesù si volge e lo guarda, e poi dice: «Elchia, Elchia, non confondere la Legge e i Profeti con le piccinerie!».
   «Vedo che hai letto il mio pensiero. Ma non puoi negare che Tu hai peccato trasgredendo al precetto».
   «Come tu, e con astuzia, perciò con più colpa, hai trasgredito al dovere dell’ospite, con volontà di farlo lo hai fatto, e mi hai distratto e poi qui mandato mentre tu cogli amici ti purificavi, e al tuo ritorno ci hai pregato di esser solleciti ché avevi adunanza, e tutto per potermi dire: “Hai peccato”».
   «Potevi ricordarmi il mio dovere di darti di che purificarti».
   «Tante cose potrei ricordarti, ma non servirebbe altro che a farti più intransigente e nemico».
   «No. Dille, dille. Ti vogliamo ascoltare e…».
   «E accusare presso i Principi dei Sacerdoti. Per questo ti ho ricordato l’ultima e la penultima maledizione. Lo so. Vi conosco. Sono qui, inerme, fra voi. Sono qui, isolato dal popolo che mi ama e davanti al quale non osate aggredirmi. Ma non ho paura. Ma non vengo a compromessi né faccio viltà. E vi dico il vostro peccato, di tutta la casta vostra e vostro, o farisei, falsi puri della Legge, o dottori, falsi sapienti, che confondete e mescolate di proposito il vero e il falso buono, che agli altri e dagli altri esigete la perfezione anche nelle cose esteriori e da voi nulla esigete. Voi mi rimproverate, uniti al vostro e mio ospite, di non essermi lavato avanti il desinare. Lo sapete che vengo dal Tempio, al quale non si accede altro che dopo essersi purificati dalle immondezze della polvere e della via. Volete allora confessare che il Sacro Luogo è contaminazione?».
   «Noi ci siamo purificati avanti le mense».
   «E a noi è stato imposto: “Andate là, attendete”. E dopo: “Alle tavole senza indugio”. Fra le tue pareti monde di disegni uno dunque ve ne era: quello di trarmi in inganno. Quale mano l’ha scritto sulle pareti il motivo per potermi accusare? Il tuo spirito o un’altra potenza che te lo regola e che ascolti? 

 6 Or­bene, udite tutti».
   Gesù si alza in piedi e, stando con le mani appoggiate all’orlo della tavola, comincia la sua invettiva:
   «Voialtri farisei lavate l’esterno del calice e del piatto, e le mani vi lavate e i piedi vi lavate, quasi che piatto e calice, mani e piedi avessero ad entrare nel vostro spirito che amate proclamare puro e perfetto. Ma non voi, sibbene Dio questo lo deve proclamare. Ebbene sappiate ciò che Dio pensa del vostro spirito. Egli pensa che è pieno di menzogna, sozzura e rapina, pieno di nequizia è, e nulla può dall’esterno corrompere ciò che già è corruzione».
   Stacca la destra dalla tavola e involontariamente comincia a gestire con essa mentre continua:
   «Ma chi ha fatto il vostro spirito, come ha fatto il vostro corpo, non può esigere, almeno con uguale misura, il rispetto all’interno che avete per l’esterno? O stolti che mutate i due valori e ne invertite la potenza, ma non vorrà l’Altissimo un’ancor maggior cura per lo spirito, fatto a sua somiglianza e che per la corruzione perde la Vita eterna, che non per la mano o il piede la cui sporcizia può esser detersa con facilità e che, se anche rimanessero sporchi, non influirebbero sulla nettezza interiore? E può Dio preoccuparsi della nettezza di un calice o di un vassoio quando questi non sono che cose senz’anima e che non possono influire sulla vostra anima?
  Leggo il tuo pensiero, Simone Boetos. No. Non regge. Non è per pensiero di salute, per tutela della carne, della vita, che voi avete queste cure, che praticate queste purificazioni. Il peccato carnale, anzi i peccati carnali della gola, delle intemperanze, delle lussurie, sono certo più dannosi alla carne di un poco di polvere sulle mani o sul piatto. Eppure voi li praticate senza preoccuparvi di tutelare la vostra esistenza e l’incolumità dei vostri familiari. E peccato fate di più nature, perché, oltre che la contaminazione dello spirito e del corpo vostro, lo sperpero di sostanze, il mancato rispetto ai familiari, fate offesa al Signore per la profanazione del vostro corpo, tempio dello spirito vostro, in cui dovrebbe essere il trono per lo Spirito Santo; e offesa per il giudizio che fate, che da voi vi dovete tutelare dai morbi venienti da un po’ di polvere, quasi che Dio non potesse intervenire a proteggervi dai morbi fisici se a Lui ricorreste con spirito puro.

 7 ­Ma Colui che ha creato l’interno non ha forse creato anche l’esterno e viceversa? E non è l’interno il più nobile e il più marcato dalla divina somiglianza? Fate allora opere che siano degne di Dio e non grettezze che non si alzano dalla polvere per la quale e della quale sono fatte, della povera polvere che è l’uomo preso come creatura animale, fango composto in forma e che polvere torna, polvere che il vento dei secoli disperde. Fate opere che restino, che siano opere regali e sante, opere che si incoronano della divina benedizione. Fate carità e fate elemosina, siate onesti, siate puri nelle opere e nelle intenzioni e, senza ricorrere all’acqua delle abluzioni, tutto sarà puro in voi.
   Ma che vi credete? Di essere a posto perché pagate le decime sugli aromi? No. Guai a voi, o farisei che pagate le decime della menta e della ruta, della senape e del comino, del finocchio e d’ogni altro erbaggio, e poi trascurate la giustizia e l’amor di Dio. Pagare le decime è dovere e va fatto. Ma ci sono più alti doveri e anche quelli vanno fatti. Guai a chi osserva le cose esteriori e trascura le altre interiori basate sull’amore a Dio e al prossimo. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e nelle adunanze e amate essere riveriti sulle piazze, e non pensate a fare opere che vi diano un posto in Cielo e vi meritino la riverenza degli angeli. Voi siete simili a sepolcri nascosti che passano inosservati a chi li sfiora e non ne ha ribrezzo, ma ribrezzo ne avrebbe se potesse vedere cosa è chiuso in essi. Dio però vede anche le più riposte cose e non si inganna nel giudicarvi».

 Lo interrompe, alzandosi esso pure in piedi, in contraddittorio, un dottore della Legge. «Maestro, così parlando Tu offendi noi pure; e non ti conviene, perché noi ti dobbiamo giu­di­care».
   «No. Non voi. Voi non potete giudicarmi. Voi siete i giudicati, non i giudici, e chi vi giudica è Dio. Voi potete parlare, emettere suoni con le vostre labbra. Ma anche la voce più potente non giunge ai Cieli né scorre tutta la Terra. Dopo poco spazio è silenzio… E dopo poco tempo è oblìo. Ma il giudizio di Dio è voce che resta e non è soggetto a dimenticanze. Secoli e secoli sono passati da quando Dio ha giudicato Lucifero e ha giudicato Adamo. Ma la voce di quel giudizio non si spegne. Ma le conseguenze di quel giudizio sono. E se ora Io sono venuto per riportare la Grazia agli uomini, mediante il Sacrificio perfetto, il giudizio sull’atto di Adamo resta quello che è, e chiamato sarà “colpa d’origine” sempre. Saranno redenti gli uomini, lavati da una purificazione superiore ad ogni altra. Ma nasceranno con quel marchio perché Dio ha giudicato che quel marchio debba essere su ogni nato da donna, meno per Colui che, non per opera d’uomo, ma per Spirito Santo fu fatto, e per la Preservata e il Presantificato, vergini in eterno. La Prima per poter essere la Vergine Deipara, il secondo per poter precorrere l’Innocente nascendo già mondo per una prefruizione dei meriti infiniti del Salvatore Redentore.

 9 ­Ed Io vi dico che Dio vi giudica. E vi giudica dicendo: “Guai a voi, dottori della Legge, perché caricate la gente di pesi insopportabili, rendendo un castigo il paterno decalogo dell’Altissimo al suo popolo”. Egli con amore e per amore lo aveva dato, onde l’uomo fosse sorretto da una giusta guida, l’uomo, l’eterno e imprudente e ignorante bambino. E voi, alle amorose dande con cui Dio aveva abbracciato le sue creature perché potessero procedere per la sua via e giungergli sul cuore, avete sostituito montagne di pietre aguzze, pesanti, tormentose, un labirinto di prescrizioni, un incubo di scrupoli, per cui l’uomo si accascia, si smarrisce, si ferma, teme Dio come un nemico. Voi ostacolate l’andare a Dio dei cuori. Voi separate il Padre dai figli. Voi negate, con le vostre imposizioni, questa dolce, benedetta, vera Paternità. Ma voi, però, quei pesi che agli altri date, non li toccate neppure con un dito. Vi credete giustificati solo per averli dati. Ma, o stolti, non sapete che sarete giudicati per quel che avete giudicato esser necessario a salvarsi? Non sapete che Dio vi dirà: “Voi dicevate sacra, giusta la vostra parola. Orbene, Io pure la giudico tale. E poiché l’avete imposta a tutti e sul come fu accolta e praticata avete giudicato i fratelli, ecco Io vi giudico con la vostra parola. E poiché non avete fatto ciò che avete detto di fare, siate condannati”?
   Guai a voi che innalzate sepolcri ai profeti che i vostri padri uccisero. E che? Credete con ciò di diminuire la grandezza della colpa dei padri vostri? Di annullarla agli occhi dei posteri? No anzi. Voi testimoniate di queste opere dei padri vostri. Non solo. Ma le approvate, pronti ad imitarli, elevando poi un sepolcro al profeta perseguitato per dirvi: “Noi lo abbiamo onorato”. Ipocriti! È per questo che la Sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro dei profeti e degli apostoli. Ed essi ne uccideranno alcuni ed altri li perseguiteranno, onde si possa chiedere a questa generazione il sangue di tutti i profeti che è stato sparso dalla creazione del mondo in poi, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, ucciso fra l’altare e il santuario”. Sì, in verità, in verità vi dico che di tutto questo sangue di santi ne sarà chiesto conto a questa generazione che non sa distinguere Dio là dove è, e perseguita il giusto e l’accora perché il giusto è il confronto vivente con la sua ingiustizia.

 10­Guai a voi, dottori della Legge, che vi siete usurpata la chiave della scienza e ne avete chiuso il tempio per non entrarvi ed essere da essa giudicati, e non avete permesso che altri vi entrassero. Perché sapete che, se il popolo fosse ammaestrato dalla vera Scienza, ossia dalla Sapienza santa, potrebbe giudicarvi. Onde lo preferite ignorante perché non vi giudichi. E mi odiate perché Io sono Parola di Sapienza e vorreste chiudermi anzitempo in una carcere, in un sepolcro perché Io non parlassi più.
   Ma Io parlerò finché al Padre mio piacerà che Io parli. E dopo parleranno le mie opere più ancora delle mie parole. E parleranno i miei meriti più ancora delle opere, e il mondo sarà istruito e saprà, e vi giudicherà. Il primo giudizio su voi. E poi verrà il secondo, il singolo giudizio ad ogni singola vostra morte. E infine l’ultimo: quello universale. E ricorderete questo giorno e questi giorni e voi, voi soli conoscerete il Dio terribile che vi siete sforzati di agitare come una visione d’incubo davanti agli spiriti dei semplici, mentre voi, nell’interno del vostro sepolcro, vi siete irrisi di Lui, e dal primo e principale comandamento, quello dell’amore, all’ultimo dato sul Sinai, non ne avete avuto rispetto e avete disubbidito.
   Inutilmente, o Elchia, non hai figurazioni nella tua casa. Inutilmente, o voi tutti, non avete oggetti scolpiti nelle vostre case. Nell’interno del cuore avete l’idolo, più idoli. Quello di credervi dèi, quelli delle concupiscenze vostre.

 11­Venite, voi. Andiamo».
   E, facendosi precedere dai dodici, esce per ultimo.
   Un silenzio…
   Poi i rimasti fanno un clamore dicendo tutti insieme: «Bisogna perseguitarlo, coglierlo in fallo, trovare oggetti di accusa! Ucciderlo bisogna!».
   Altro silenzio.
   E poi, mentre due se ne vanno, disgustati dell’odio e dei propositi farisaici, e sono il parente di Elchia e l’altro che per due volte ha difeso il Maestro, i rimasti si chiedono: «E come?».
   Altro silenzio.
   Poi, con una risata chioccia, Elchia dice: «Occorre lavorare Giuda di Simone…».
   «Già! Buona idea! Ma tu l’hai offeso!…».
   «Ci penso io», dice quello che Gesù ha chiamato Simone Boetos. «Io e Eleazaro di Anna… Lo circuiremo…».
   «Un poco di promesse…».
   «Un poco di paura…».
   «Molto denaro…».
   «No. Molto no… Promesse, promesse di molto denaro…».
   «E poi?».
   «Cosa, e poi?».
   «Eh! Poi. A cose fatte. Che gli daremo?».
   «Ma nulla! La morte. Così… non parlerà più», dice lentamente e crudelmente Elchia.
   «Uh! la morte…».
   «Ne hai orrore? Ma va’ via! Se uccidiamo il Nazareno che… è un giusto… potremo uccidere anche l’Iscariota che è un peccatore…».
   Vi sono incertezze…
   Ma Elchia, alzandosi, dice: «Sentiremo anche Anna… E vedrete che… dirà buona l’idea. E ci verrete anche voi… Oh! se ci verrete…».
   Escono tutti dietro al loro ospite, che se ne va dicendo: «Ci verrete… Ci verrete!».

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, Regina del Cielo e della terra,
noi ci affidiamo per sempre a Te!

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