Vangelo Gv 7, 1-2.10.25-30: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero».

Giovanna EspositoVangeloLeave a Comment

Vangelo Novus Ordo Gv 7, 1-2. 10. 25-30
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Oggi conserviamo nel nostro cuore queste Parole del Vangelo:
” Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora “.

Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’
Paralleli Novus ordo

   Cap. CDLXXVIII. A colloquio con Giuseppe e Simone d’Alfeo che vanno alla festa dei Tabernacoli.

   22 agosto 1946

 1 Sorge appena il sole sulla natura rorida di una breve pioggia, caduta certo da poco perché la polvere della via ne è ancora bagnata senza per altro essere divenuta fango. Ecco perché dico che è piovuto da poco e che la pioggia è stata breve. Una prima acqua d’autunno, un’avvisaglia delle piogge novembrine che muteranno le strade palestinesi in un viscido nastro di mota. Ma questa, leggera, propizia ai viandanti, non ha fatto che bagnare la polvere – l’altro flagello di Palestina, riserbato ai mesi estivi, come il fango a quelli invernali – e lavare l’atmosfera e le foglie e le erbe, che brillano tutte, deterse, al primo raggio del sole. Un venticello dolce, puro, scorre per gli uliveti che coprono i colli nazareni, e sembra che un volo d’angeli scorra fra le piante pacifiche, tanto le fronde hanno nel loro frusciare un suono di grandi penne mosse in volo, e brillano nel loro argento imbrillantato, piegandosi tutte da un lato, come se dietro all’angelico volo rimanesse una scia di paradisiaca luce.
   La città è già sorpassata da qualche stadio quando Gesù, che ha camminato per delle scorciatoie fra i colli, entra nella strada maestra che da Nazaret va verso la piana di Esdrelon, la strada carovaniera che di minuto in minuto si anima di pellegrini. Fa pochi stadi sulla via quando ad un bivio – dove essa biforca presso una pietra miliare che sui due lati opposti porta scritto “Jafia Simonia-Betlem Carmelo” a ovest, e “Xalot-Naim scyolis-Engannim” ad est – vede fermi sul ciglio della strada i suoi cugini Giuseppe e Simone, insieme a Giovanni di Zebedeo, che lo salutano subito.
   «La pace a voi! Già qui siete? Io contavo di fermarmi qui aspettandovi e di essere il primo… e già vi trovo », e li bacia visibilmente contento di vederli.
   «Non potevi giungere per primo. Per tema che Tu passassi prima che noi qui fossimo, siamo partiti al lume delle stelle, subito offuscate dalle nubi ».
   «Vi avevo detto che mi avreste visto. Allora tu, Giovanni, non hai dormito ».
   «Poco, Maestro, ma sempre più di Te certo. Ma non fa nulla », e il sereno viso di Giovanni sorride, vero specchio del suo felice carattere sempre contento di tutto.

 2 «Ebbene, fratello mio. Mi volevi parlare? », dice Gesù a Giuseppe.
   «Sì… Vieni un poco dentro quel vigneto. Saremo più in pace », e per primo Giuseppe d’Alfeo si inoltra fra due filari di viti già dispogliate del loro frutto. Solo qualche racimolo resta ancora sui tralci, fra le foglie che biondeggiano prossime a cadere, per la fame del povero e del pellegrino, secondo le prescrizioni mosaiche.
   Gesù lo segue con Simone. Giovanni resta sulla via, ma Gesù lo chiama dicendo: «Puoi venire, Giovanni. Tu sei il mio testimonio ».
   «Ma… », dice l’apostolo guardando interdetto i due figli d’Alfeo.
   «No, no. Vieni pure. Anzi, vogliamo che tu senta le nostre parole », dice Giuseppe e allora Giovanni scende a sua volta nel vigneto, dove tutti insieme si inoltrano tanto, seguendo la curva dei filari, da essere non visti dalla via.

 3 «Gesù, io ho avuto gioia vedendo che mi ami », dice Giuseppe.
   «E lo potevi dubitare? Non ti ho sempre amato? ».
   «Io pure ti ho sempre amato. Ma… nel nostro amore da qualche tempo non ci comprendevamo più. Io… non potevo approvare ciò che facevi. Perché mi pareva la tua rovina, quella di tua Madre e la nostra. Tu sai… Tutti noi galilei anziani ricordiamo come fu percosso Giuda il Galileo e come furono dispersi i suoi parenti e seguaci e confiscati i loro beni. Chi non fu ucciso fu mandato alle galere e i suoi beni confiscati. Io non volevo questo per noi. Perché… Sì, mi pareva che non dovesse essere vero che proprio da noi, della stirpe di Davide, sì, ma così… Non ci manca il pane, questo no, e ne venga data lode all’Altissimo. Ma dove è la grandezza regale che tutte le profezie attribuiscono a colui che sarà Messia? E sei Tu la verga che percuote per dominare?. Luce non fosti al sorgere. Neppure nella tua casa nascesti!… Oh! le so le profezie! Noi, legno secco ormai. Ma nulla diceva che lo avesse il Signore rivestito di fronde. E Tu che sei, se non un giusto? Questi i pensieri per cui ti combattevo, gemendo sulla nostra rovina. E su questo mio gemere ecco venire dei tentatori a far divampare ancor più le mie idee di grandezza, di regalità… Gesù, tuo fratello fu stolto. Ho creduto ad essi e ti ho dispiaciuto. È duro confessarlo, ma lo devo dire. E Tu pensa che tutto Israele era in me, come me stolto, come me sicuro che la forma del Messia non fosse quale tu ce la dai… È duro dire: “Ho sbagliato! Abbiamo sbagliato e sbagliamo! Da secoli”. Ma tua Madre mi ha spiegato le parole dei profeti. Oh! sì! Ha ragione Giacomo. E ha ragione Giuda. Sentite da Lei, così come essi le sentirono da fanciulli, si vede che Tu sei il Messia. Ecco. I miei capelli imbiancano perché non sono più un fanciullo, e non lo ero neppure quando Maria tornò dal Tempio sposata a Giuseppe. E ricordo quei giorni. E la riprovazione stupita di mio padre quando vide che il fratello non compiva le nozze in breve tempo. Stupore suo, stupore di Nazaret. E anche mormorazione. Perché non è d’uso lasciar scorrere tanti mesi avanti le nozze, mettendosi in condizioni di peccare e di… Gesù, io ho stima di Maria e onoro la memoria del parente mio. Ma il mondo… Per il mondo non è stato un buon momento… Tu… Oh! ora io so. Tua Madre mi ha spiegato le profezie. Ecco perché Dio volle che avessero ritardo le nozze. Perché la tua nascita coincidesse con il grande editto e Tu nascessi in Betlem di Giuda. E… tutto, sì, mi ha spiegato Maria, ed è stato come una luce a capire quanto Ella per umiltà ha taciuto. E dico: sei il Messia. Così ho detto, così dirò. Ma dirlo non era ancora cambiare la mente… perché la mia mente pensava re il Messia. Le profezie parlano… ed è difficile capire altro carattere del Messia che non sia di re… 

 4 Mi segui? Sei stanco?».   
   «No, ascolto ».
   «Ebbene… Quelli che seducevano il mio cuore sono tornati e volevano che io ti forzassi… E, perché non ho voluto, dal loro volto è caduto il velo e sono apparsi qual sono. I falsi amici: i veri nemici… E altri sono venuti, piangenti come peccatori, e li ho uditi. Hanno ripetuto le tue parole nella casa di Cusa… Ora io so che Tu regnerai sugli spiriti, ossia sarai Colui in cui tutta la sapienza d’Israele si accentra per dare leggi nuove e universali. In Te la sapienza dei patriarchi e quella dei giudici, e quella dei profeti, e quella dei nostri avi Davide e Salomone, in Te la sapienza che guidò i re, Neemia ed Esdra, in Te quella che resse i Maccabei. Tutta la sapienza di un popolo, del nostro popolo, del Popolo di Dio. Capisco che Tu darai al mondo, tutto soggetto al tuo potere, le tue leggi sapientissime. E veramente popolosi santi sarà il tuo popolo. 

 5 Ma, fratello mio, Tu non puoi fare questo da solo. Mosè, per tanto meno, si scelse degli aiuti. E non era che un popolo! Tu… Tutto il mondo! Tutto ai tuoi piedi!… Ah! Ma per questo Tu devi farti conoscere… Perché sorridi con le labbra, stando ad occhi chiusi? ».
   «Perché ascolto e perché mi chiedo: “Il mio fratello dimentica di avermi rimproverato perché mi facevo conoscere, dicendo che avrei nuociuto a tutta la famiglia!”. Ecco perché sorrido. E anche penso che da due anni e sei mesi Io non faccio che farmi conoscere ».
   «È vero. Ma… Chi ti conosce? Dei poveri. Dei contadini. Dei pescatori. Dei peccatori. E delle donne! Bastano le dita della mano a contare, fra chi ti conosce, chi non è una nullità senza valore. Io dico che Tu devi farti conoscere dai grandi d’Israele. Dai Sacerdoti, dai Principi dei Sacerdoti, dagli Anziani, dagli Scribi, dai grandi Rabbi d’Israele, da tutti quelli che sono pochi ma valgono una moltitudine. Questi ti devono conoscere! Essi, quelli che non ti amano, fra le loro accuse che, ora lo capisco, sono false, una ne hanno di vera, di giusta: quella che Tu li trascuri. Perché non vai per quello che sei e li conquisti colla sapienza tua? Sali al Tempio e insediati nel Portico di Salomone – sei della stirpe di Davide e profeta, quel posto ti spetta, a nessuno coma a Te spetta, di diritto – e parla ».
   «Ho parlato. Mi hanno odiato per questo ».
   «Insisti. E parla da re. Non ricordi la potenza, la maestà degli atti di Salomone? Se (splendido questo se!) Tu sei proprio il profetizzato dai profeti, come le profezie viste con gli occhi dello spirito illustrano, Tu sei più che uomo. Egli, Salomone, non era che uomo. E allora mostrati per ciò che sei, ed essi ti adoreranno ».
   «Mi adoreranno i Giudei, i Principi e i Capi delle famiglie e tribù d’Israele? Non tutti, ma qualcuno che non mi adora mi adorerà in spirito e verità. Ma non sarà ora. Prima devo cingere la corona e prendere lo scettro e vestire la porpora ».
   «Ah! Allora sei re, lo sarai presto! Tu lo dici! È come io pensavo! È come molti pensano! ».
   «In verità tu non sai come Io regnerò. Solo Io e l’Altissimo, e poche anime alle quali lo Spirito del Signore si è compiaciuto di rivelarlo, ora e nei tempi passati, sappiamo come regnerà il Re d’Israele, l’Unto di Dio».

 6 «Però, ascolta anche me, fratello. Però Giuseppe ha ragione. Come vuoi che ti amino o che ti temano se Tu sfuggi sempre di sbalordirli? Non vuoi chiamare Israele alle armi? Il vecchio grido di guerra e vittoria non lo vuoi dire? Ma almeno – non è la prima volta che così avvengono le acclamazioni al trono in Israele – ma almeno per osanna di popolo, ma almeno per aver saputo strappare questo osanna colla tua potenza di Rabbi e Profeta, diventa re », dice Simone d’Alfeo.
   «Già lo sono. Da sempre ».
   «Sì. Ce lo ha detto un capo del Tempio. Sei nato re dei giudei. Ma Tu non ami la Giudea. Sei un re disertore perché ad essa non vai. Sei un re non santo se non ami il Tempio dove il volere di un popolo ti ungerà re. Senza il volere di un popolo, se ad esso non vuoi importi con violenza, Tu non puoi regnare», ribatte Simone.
   «Senza il volere di Dio, vuoi dire Simone. Che è il volere del popolo? Che è il popolo? Per chi è popolo? Chi lo regge tale? Dio. Non dimenticarlo, Simone. E Io sarò ciò che Dio vuole. Per suo volere sarò ciò che devo essere. E nulla potrà impedire che Io lo sia. Non avrò da gettare Io il grido a raccolta. Israele non sarà tutto presente alla mia proclamazione. Non avrò Io da salire al Tempio per essere proclamato. Mi ci porteranno. Tutto un popolo mi ci porterà perché Io salga sul mio trono. Mi accusate di non amare la Giudea… Nel cuore di essa, in Gerusalemme, Io diverrò il “Re dei Giudei”. Saul non fu proclamato re a Gerusalemme, e Davide neppure, e neppure Salomone. Ma Io sarò unto Re in Gerusalemme. Ma ora Io non andrò pubblicamente al Tempio e non mi ci insedierò, perché non è la mia ora ».

 7 Giuseppe riprende la parola. «Tu fai passare la tua ora. Io te lo dico. Il popolo è stanco degli oppressori stra-nieri e dei nostri capi. Questa è l’ora. Io te lo dico. Tutta la Palestina, meno la Giudea, e non tutta, ti segue come Rabbi e più ancora. Sei come un vessillo alzato su una vetta. Tutti ti guardano. Sei come un’aquila e tutti seguono il tuo volo. Sei come un vendicatore. E tutti attendono che Tu scocchi la freccia. Và. Lascia la Galilea, la Decapoli, la Perea, le altre regioni, e và nel cuore d’Israele, nella cittadella dove tutto il male è rinchiuso e da dove deve venire il bene, e conquistala. Anche là hai discepoli. Ma tiepidi, perché poco ti conoscono. Ma pochi, perché non vi sosti. Ma dubbiosi, perché non hai fatto là opere che hai fatto altrove. Vattene in Giudea, affinché anche quelli vedranno ciò che Tu sei attraverso le tue opere. Tu rimproveri i giudei di non amarti. Ma come puoi pretendere di esserlo se stai nascosto a loro? Nessuno, che cerchi e desideri di essere acclamato in pubblico, fa di nascosto le sue opere, ma le fa in modo che il pubblico le veda. Se Tu dunque puoi fare prodigi sui cuori, sui corpi e sugli elementi, và là e fatti conoscere al mondo». 
   «Ve l’ho detto: non è la mia ora. Non è ancor venuto il mio tempo. A voi sembra sempre il tempo giusto, ma così non è. Io devo prendere il tempo mio. Non prima. Non poi. Prima sarebbe inutile. Mi farei cancellare dal mondo e dai cuori prima di aver compiuto la mia opera. E il lavoro già fatto non darebbe frutto, perché non compiuto e non aiutato da Dio, il quale vuole che Io lo compia senza tralasciarne una parola o un’azione. Io devo ubbidire al Padre mio. E non farò mai ciò che sperate, perché ciò servirebbe a nuocere al disegno del Padre mio.
   Io vi capisco e vi compatisco. Non ho rancore per voi. Non ho neppure stanchezza, tedio per la vostra cecità… Non sapete. Ma Io so. Voi non sapete. Voi vedete la superficie del volto del mondo. Io vedo il profondo. Il mondo mostra a voi un volto ancor buono. Non vi odia, non perché vi ami ma perché non meritate il suo odio. Siete troppo poca cosa. Ma odia Me, perché Io sono un pericolo per il mondo. Un pericolo per la falsità, per la cupidigia, per la violenza che è il mondo.

 8 Io sono la Luce, e la luce illumina. Il mondo non ama la luce, perché essa disvela le azioni del mondo. Il mondo non mi ama, non mi può amare, perché sa che Io sono venuto a vincerlo nel cuore degli uomini e nel re tenebroso che lo domina e lo travia. Il mondo non si vuole convincere che Io sono il suo Medico e Medicina e, come un folle, vorrebbe abbattermi per non essere guarito. Il mondo ancora non vuole persuadersi che Io sono il Maestro, perché ciò che Io dico è contrario a ciò che esso dice. E allora cerca di strozzare la Voce che parla al mondo per ammaestrarlo a Dio, per mostrargli la vera natura delle sue azioni che sono malvagie.
   Fra Me e il mondo è un abisso. E non per mia colpa. Io sono venuto per dare al mondo la Luce, la Via, la Verità, la Vita. Ma il mondo non mi vuole accogliere, e la mia luce per esso diviene tenebre, perché sarà la causa della condanna di coloro che non mi vollero. Nel Cristo è tutta la Luce per coloro fra gli uomini che lo vogliono accogliere, ma sono anche nel Cristo tutte le tenebre per coloro che mi odiano e mi respingono. Per questo, all’inizio dei miei giorni mortali, Io sono stato profeticamente indicato come “segno di contraddizione”. Perché, a seconda di come sarò accolto, sarà salute o condanna, morte o vita, luce o tenebre. Ma coloro che mi accolgono, in verità in verità vi dico che diverranno figli della Luce, ossia di Dio, nati, per avere accolto Dio, a Dio.

 Perciò, se Io sono venuto per fare degli uomini di Figli di Dio, come posso Io fare di Me un re, come, per amore o per odio, per semplicità o malizia, molti in Israele volete fare? Non comprendete che distruggerei Me stesso, ossia il Messia, non il Gesù di Maria e Giuseppe di Nazaret? Distruggerei il Re dei re, il Redentore, il Nato da una Vergine chiamato Emmanuele (Isaia 7, 14), chiamato l’Ammirabile, il Consigliere (Isaia 9, 5-6), il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe della pace, Dio, Colui il cui impero e la cui pace non avranno confini, sedendo sul trono di Davide per la discendenza umana, ma avendo il mondo a sgabello ai suoi piedi, a sgabello ai suoi piedi tutti i suoi nemici e il Padre al suo fianco, come è detto nel libro dei Salmi (Salmo 110, 1), per diritto sovrumano di origine divina? Non capite che Dio non può essere Uomo altro che per perfezione di bontà, per salvare l’uomo, ma non può, non deve avvilire Se stesso a povere cose umane? Non capite che se Io accettassi la corona, questo regno come voi lo concepite, confesserei che sono un falso Cristo, mentirei a Dio, rinnegherei Me stesso e il Padre, e peggio di lucifero sarei, perché priverei Dio della gioia di avervi, sarei peggio di Caino per voi, perché vi condannerei a un perpetuo esilio da Dio in un Limbo senza speranza di Paradiso?
   Tutto questo non capite? Non capite il tranello degli uomini per farmi cadere? Il tranello di satana per colpire l’Eterno nel suo Diletto e nelle sue creature: gli uomini? Non capite che questo è il segno che Io sono più che uomo, che Io sono l’Uomo-Dio? Questo mio non appetire che a cose spirituali per darvi il Regno spirituale di Dio?… Non capite che il segno che Io… ».
   «Le parole di Gamaliele!», esclama Simone.
   «…che Io non sono un re, ma il Re, è questo odio di tutto l’inferno e di tutto il mondo verso di Me? Io devo insegnare, soffrire, salvarvi. Questo devo. E questo satana non vuole e non vogliono i satana. 

10 Uno di voi ha detto: “Le parole di Gamaliele”. Ecco. Egli non è mio discepolo e non lo sarà mai mentre Io sarò di questo mondo. Ma egli è un giusto. Ebbene, fra quelli che mi tentano e che vi tentano al povero regno umano, è forse Gamaliele? ».
   «Oh! no! Stefano ha detto che il rabbi, saputo ciò che è avvenuto da Cusa, ha esclamato: “Il mio spirito trasale domandandosi se Egli possa essere veramente ciò che dice. Ma ogni domanda sarebbe morta prima di formarsi nella mente, e per sempre, se Egli avesse acconsentito a questa cosa. Il fanciullo che io ho sentito ha detto che la schiavitù come la regalità non saranno quali le credevamo, mal comprendendo i profeti, ossia materiali, ma dello spirito, per opera del Cristo, Redentore della colpa e fondatore del Regno di Dio negli spiriti. Io ricordo queste parole. E misuro il Rabbi su quelle. Se nel misurarlo Egli fosse inferiore a quell’altezza, io lo respingerei come peccatore e mentitore. E ho tremato di vedere disciogliersi nel nulla la speranza che quel fanciullo vi ha messa” », dice Simone.
   «Sì, ma intanto non lo dice Messia », ribatte Giuseppe.
   «Attende un segno, dice », risponde Simone.
   «E Tu daglielo allora! E che sia potente ».
   «Gli darò ciò che gli ho promesso. Ma non ora. 

11 Andate voi intanto a questa festa. Io non ci vengo pubblicamente, come rabbi, come profeta, per impormi, perché non è ancora il mio tempo ».
   «Ma almeno in Giudea ci andrai? Darai ai giudei delle prove che li facciano convinti? Perché non possano dire… ».
   «Sì. Ma credi che gioveranno alla mia pace? Fratello, più Io farò e più sarò odiato. Ma ti accontenterò. Darò loro delle prove che più grandi non potranno essercene… e dirò loro parole capaci di mutare i lupi in agnelli, le dure pietre in molle cera. Ma non gioveranno… ». Gesù è triste.
   «Ti ho dato dolore? Dicevo per il tuo bene ».
   «Non tu mi dài dolore… Vorrei però che tu mi capissi, che tu, fratello mio, mi vedessi per ciò che sono… Vorrei andarmene con la gioia di saperti mio amico. L’amico comprende e tutela gli interessi dell’amico… ».
   «E io ti dico che lo farò. So che ti odiano. Ormai lo so. Per questo sono venuto. Ma Tu lo sai. Veglierò su Te. Sono il maggiore. E rintuzzerò le calunnie. E penserò a tua Madre », promette Giuseppe.
«Grazie, Giuseppe. È grande il mio peso, e tu lo sollevi. Il dolore, un mare, si avanza con le sue onde a sommergermi, e con esso l’odio… Ma, se ho il vostro amore, nulla è. Perché il Figlio dell’uomo ha un cuore… e questo cuore ha bisogno di amore… ».
   «E io te lo do. Sì. Per l’occhio di Dio che mi vede, io ti dico che te lo do. Và in pace, Gesù, al tuo lavoro. Io ti aiuterò. Ci volevamo bene. Poi… Ma ora torniamo quelli di un tempo. Uno per l’altro. Tu: il Santo, io: l’uomo, ma uniti per la gloria di Dio. Addio, fratello».
   «Addio, Giuseppe ».
   Si baciano, e poi è la volta di Simone che chiede: «Benedicici perché si aprano i nostri cuori a tutta la luce».
   Gesù li benedice e prima di lasciarli dice ancora: «Vi affido mia Madre… ».
   «Và in pace. Due figli avrà in noi ».
   Si lasciano.

12 Gesù torna sulla via e con Giovanni al fianco si dà a camminare svelto svelto.
   Dopo un bel poco di tempo Giovanni rompe il silenzio per chiedere: «Ma Giuseppe d’Alfeo è o non è convinto ormai? ».
   «Non ancora ».
   «E allora Tu cosa sei per lui? Messia? Uomo? Re? Dio? Non ho capito bene. Mi pare che egli…».
   «Giuseppe è come uno di quei sogni del mattino, in cui la mente già si accosta alla realtà alleggerendosi del sonno pesante che dava irreali sogni talora d’incubo. I fantasmi della notte recedono, ma ancora la mente fluttua nel sogno che non si vorrebbe avesse fine, perché bello… Così lui. Si avvicina al risveglio. Ma per ora carezza ancora il sogno. Lo trattiene quasi. Perché per lui è bello… Ma bisogna saper prendere ciò che l’uomo può dare. E lodare l’Altissimo per la trasformazione sin qui avvenuta. Beati i fanciulli! Così facile per loro credere! », e Gesù passa un braccio alla cintura di Giovanni, che sa esser fanciullo e credere, per fargli sentire il suo amore.

   Cap. CDLXXXVII. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Discorso sulla natura del Cristo.

   4 settembre 1946.
 
 1 Il Tempio è ancor più affollato del giorno avanti. E nella folla che empie e si agita nel primo cortile vedo molti gentili, molti più di ieri. Sono tutti in viva attesa, tanto gli israeliti come i gentili. E parlano, gentili con gentili, ebrei con ebrei fra di loro, a capannelli sparsi qua e là, senza perdere d’occhio le porte.
   I dottori, sotto i portici, si affannano ad alzare la voce per attirare e fare sfoggio di eloquenza. Ma la gente è distratta ed essi predicano a pochi allievi.
   Gamaliele c’è. Al suo posto. Ma non parla. Passeggia avanti e indietro sul suo sontuoso tappeto, con le braccia conserte, il capo chino, meditando, e la lunga veste, l’ancor più lungo mantello, che ha disciolto e che pende trattenuto da due rosoni d’argento alle spalle, gli fanno dietro uno strascico che egli respinge col piede quando torna sui suoi passi. I suoi discepoli, i più fedeli, addossati al muro, lo guardano in silenzio, intimoriti, e rispettano la meditazione del loro maestro.
     Dei farisei, dei sacerdoti, mostrano di avere un gran da fare, e vanno e vengono… La gente, che capisce le loro vere intenzioni, se li addita e qualche commento parte come un razzo bruciante a bruciare la loro ipocrisia. Ma essi fingono di non sentire. Sono pochi rispetto ai molti che non odiano Gesù e che invece odiano loro, e trovano perciò prudente non reagire.
 2 «Eccolo! Eccolo! Viene dalla porta Dorata, oggi!».
   «Corriamo!».
  «Io resto qua. Verrà qua a parlare. Non perdo il posto».
   «Neppure io, anzi quelli che se ne vanno fanno posto a noi che restiamo».
   «Ma lo lasceranno parlare?».
   «Se lo hanno lasciato entrare!…».
   «Sì, ma è un’altra cosa. Come figlio della Legge non possono impedirgli di entrare. Ma come rabbi possono cacciarlo se vogliono».
   «Quante differenze! Se lo lasciano andare a parlare al Dio, perché non lo devono lasciar parlare a degli uomini?» (questo è un gentile che parla).
   «È vero», dice un altro gentile. «Noi perché siamo impuri non ci lasciate andare là, ma qui sì, sperando che si diventi circoncisi…».
   «Taci, Quinto. È per questo che lo lasciano parlare a noi. Sperando di potarci come fossimo alberi. Noi invece veniamo per mettere le sue idee come rami d’innesto in noi selvatici».
   «Dici bene. L’unico che non ci sdegni!».
   «Oh! per questo! Quando si va con una borsa di monete a comperare non ci sdegnano neanche gli altri».
   «Guarda! Noi gentili siamo rimasti padroni del luogo. Sentiremo bene! E vedremo meglio! Mi piace vedere i visi dei suoi nemici. Per Giove! Un combattimento di volti…».
   «Taci! Non ti far sentire a nominare Giove. È proibito qui».
   «Oh! fra Giove e Jeové non c’è che poca differenza. E fra dèi non si offenderanno… Io sono venuto per buon desiderio di ascolto. Non per deridere. Se ne parla tanto da per tutto di questo Nazareno! Ho detto: è buona la stagione e vado a sentirlo. C’è chi va più lontano a sentire gli oracoli…».
   «Da dove vieni?».
   «Da Perge. E tu?».
   «Da Tarso».
   «Io sono quasi ebreo. Mio padre era un ellenista di Iconio. Ma sposò ad Antiochia di Cilicia una romana e poi morì prima che io nascessi. Ma il seme è ebreo».
   «Tarda a venire… Che lo abbiano preso?».
   «Non temere. Ce lo direbbero gli urli della folla. Questi ebrei strillano come gazze inquiete, sempre…».
   «Oh! eccolo proprio. Verrà proprio qui?».
   «Non vedi che ad arte hanno occupato tutti i luoghi meno quest’angolo? Senti quanti ranocchi gracidano per fingersi mae­stri?».
   «Quello là tace, però. È vero che è il più grande dottore d’Israele?».
   «Sì, ma… che pedante! Lo ascoltai un giorno e per digerire la sua scienza ho dovuto bere molte coppe di falerno da Tito a Bezeta». Ridono fra loro.
 3 Gesù si avvicina lentamente. Passa davanti a Gamaliele, il quale non alza neppure la testa, e poi va al posto di ieri.
   La gente, ora mista di israeliti, proseliti e gentili, capisce che sta per parlare e sussurra: «Ecco che parla pubblicamente e non gli dicono niente».
   «Forse i principi e i capi hanno riconosciuto in Lui il Cristo. Ieri Gamaliele, andato via il Galileo, ha parlato molto con degli Anziani».
   «Possibile? Come hanno fatto a riconoscerlo di un subito, se solo poco prima lo ritenevano un degno di morte?».
   «Forse Gamaliele possedeva delle prove…».
   «E che prove? Che prove volete che abbia in favore di quel­l’uomo?», investe uno.
   «Sta’ zitto, sciacallo. Non sei che l’ultimo degli scrivani. Chi ti ha interrogato?», e gli danno la baia. Egli si allontana.
   Ma ne subentrano altri, non appartenenti al Tempio, ma certo agli increduli giudei: «Le prove le abbiamo noi. Noi sappiamo di dove è costui. Ma il Cristo, quando verrà, nessuno saprà di dove sia. Di Quello non sapremo l’origine. Ma di questo!!! È figlio di un falegname di Nazaret, e tutto il suo paese può portare qui testimonianza contro noi se mentiamo…».
 Intanto si sente la voce di un gentile che dice: «Maestro, parla un poco a noi, oggi. Ci è stato detto che Tu asserisci essere tutti gli uomini venuti da un solo Dio, il tuo. Tanto che li chiami figli del Padre. Una simile idea ebbero anche dei poeti stoici nostri. Dissero: “Noi siamo progenie di Dio”. I tuoi connazionali ci dicono più impuri di bestie. Come concili le due tendenze?».
   La questione è posta secondo le consuetudini delle dispute filosofiche, almeno credo. E Gesù sta per rispondere, quando più forte si alza la disputa fra i giudei increduli e quelli credenti, e una voce stridula ripete: «Egli è un semplice uomo. Il Cristo non sarà tale. Tutto sarà di eccezione in Lui. Forma, natura, origine…».
 4 Gesù si volge in quella direzione e dice forte: «Dunque conoscete Me e conoscete da dove vengo? Ne siete ben sicuri? E anche quel poco che sapete non vi dice nulla? Non vi è conferma alle profezie? Ma voi tutto di Me non conoscete. In verità, in verità vi dico che Io non sono venuto da Me e da dove voi credete che Io sia venuto. È la stessa Verità, che voi non conoscete, quella che mi ha mandato».
   Un urlo di sdegno si alza dai nemici.
   «La stessa Verità. Voi non sapete le sue opere. Voi non sapete le sue vie. Quelle vie per le quali Io sono venuto. L’odio non può conoscere le vie e le opere dell’Amore. Le tenebre non possono sostenere la vista della Luce. Ma Io conosco Colui che mi ha mandato perché Io sono suo, sua parte e un Tutto con Lui. Ed Egli mi ha mandato perché Io compia ciò che il suo Pensiero vuole».
   Avviene un tumulto. I nemici si avventano per mettergli addosso le mani, catturarlo, percuoterlo. Apostoli, discepoli, popolo, gentili, proseliti, reagiscono per difenderlo. Accorrono altri in soccorso dei primi e forse riuscirebbero, ma Gamaliele, che fino a quel momento pareva estraneo ad ogni cosa, lascia il suo tappeto e viene verso Gesù, respinto da chi lo vuole difendere sotto il porticato, e grida: «Lasciatelo stare. Voglio sentire ciò che dice». Più del drappello di legionari, che dall’Antonia accorrono a sedare il tumulto, fa la voce di Gamaliele. Il tumulto cade come un turbine che si spezza, e si cheta il clamore in un brusio. I legionari, per prudenza, restano presso la cinta esterna, ma inutili ormai.
   «Parla», ordina Gamaliele a Gesù. «Rispondi a chi ti accu­sa». Il tono è imperioso, ma non schernitore.
 5 Gesù si fa avanti, verso il cortile. Pacato, riprende a parlare. Gamaliele resta dove è, e i suoi discepoli si affannano a portargli tappeto e sgabello perché stia comodo. Ma egli rimane in piedi, con le sue braccia conserte, il capo chino, gli occhi chiusi, concentrato ad ascoltare.
   «Mi avete accusato senza ragione come se avessi bestemmiato in luogo di aver detto la verità. Io, non per difendermi, ma per darvi la luce acciò possiate conoscere la Verità, parlo. E non parlo per Me stesso. Ma parlo ricordando le parole nelle quali credete e sulle quali giurate. Esse testimoniano di Me. Voi, lo so, non vedete in Me che un uomo simile a voi, inferiore a voi. E vi pare che sia impossibile che un uomo possa essere il Messia. Almeno pensate che avesse ad essere un angelo, questo Messia, che deve essere di un’origine talmente misteriosa da poter essere re solo per l’autorità che il mistero della sua origine suscita. Ma quando mai nella storia del nostro popolo, nei libri che formano questa storia e che saranno libri eterni quanto il mondo, perché ad essi dottori di ogni paese e di ogni tempo attingeranno per corroborare la loro scienza e le loro ricerche sul passato con le luci della verità, quando mai in questi libri è detto che Dio abbia parlato ad un suo angelo per dirgli: “Tu mi sarai d’ora in poi Figlio perché Io ti ho generato”?».
   Vedo Gamaliele che si fa dare una tavoletta e delle pergamene e si siede scrivendo…
 6 «Gli angeli, creature spirituali, serve dell’Altissimo e sue messaggere, sono state create da Lui come l’uomo, come gli animali, come tutto ciò che fu creato. Ma non sono state generate da Lui. Perché Dio genera unicamente un altro Se stesso, non potendo il Perfetto generare altro che un Perfetto, un altro Essere pari a Se stesso, per non avvilire la sua perfezione col generare una creatura di Sé inferiore. Or dunque, se Dio non può generare gli angeli e neppure elevarli alla dignità di suoi figli, quale sarà il Figlio al quale Egli dice: “Tu sei mio Figlio. Oggi ti ho generato”? E di che natura sarà se, generandolo, Egli dice indicandolo ai suoi angeli: “E Lui adorino tutti gli angeli di Dio”? E come sarà questo Figlio, per meritare di sentirsi dire dal Padre, da Colui che è per sua grazia se gli uomini lo possono nominare col cuore che si annichila adorando: “Siedi alla mia destra finché Io faccia dei tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi”? Quel Figlio non potrà essere che Dio come il Padre, del quale divide gli attributi e le potenze, e col quale gode della Carità che li letifica negli ineffabili e inconoscibili amori della Perfezione per Se stessa.
   Ma, se Dio non ha giudicato conveniente elevare al grado di Figlio un angelo, avrebbe mai potuto dire di un uomo ciò che disse di Colui che qui vi parla — e molti fra voi che mi combattete eravate presenti quando lo disse — là al guado di Betabara, al finire di tre anni da questo? Voi lo udiste e tremaste. Perché la voce di Dio è inconfondibile, e senza una sua speciale grazia atterra chi la ode e ne scrolla il cuore.
   Cosa è dunque l’Uomo che vi parla? È forse uno nato da seme e da volere d’uomo come tutti voi? E potrebbe l’Altissimo aver posto lo Spirito suo ad abitare una carne priva di grazia, quale è quella degli uomini nati da voler carnale? E potrebbe l’Altissimo, a soddisfare la gran Colpa, essere pago del sacrificio di un uomo? Pensate. Egli non elegge un angelo ad esser Messia e Redentore, può mai allora eleggere un uomo ad esserlo? E poteva il Redentore essere soltanto Figlio del Padre senza assumere natura umana, ma con mezzi e poteri che superano le umane deduzioni? E il Primogenito di Dio poteva mai aver dei genitori, se Egli è il Primogenito eterno? Non vi si sconvolge il superbo pensiero davanti a questi interrogativi, che salgono verso i regni della Verità, sempre più vicini ad essa, e che trovano risposta solo in un cuore umile e pieno di fede?
   Chi deve essere il Cristo? Un angelo? Più che un angelo. Un uomo? Più che un uomo. Un Dio? Sì, un Dio. Ma con unita una Carne, perché essa possa compiere l’espiazione della carne colpevole. Ogni cosa va redenta attraverso la materia con cui peccò. Dio avrebbe perciò dovuto mandare un angelo per espiare le colpe degli angeli decaduti, e che espiasse per Lucifero e i suoi seguaci angelici. Perché, lo sapete, anche Lucifero peccò. Ma Dio non manda uno spirito angelico a redimere gli angeli tenebrosi. Essi non hanno adorato il Figlio di Dio, e Dio non perdona il peccato contro il suo Verbo generato dal suo Amore. Però Dio ama l’uomo e manda l’Uomo, l’Unico perfetto, a redimere l’uomo e a ottenere pace con Dio. E giusto è che solo un Uomo-Dio possa compiere la redenzione dell’uomo e placare Dio.
 7 Il Padre e il Figlio si sono amati e compresi. E il Padre ha detto: “Voglio”. E il Figlio ha detto: “Voglio”. E poi il Figlio ha detto: “Dammi”. E il Padre ha detto: “Prendi”, e il Verbo ebbe una Carne la cui formazione è misteriosa, e questa Carne si chiamò Gesù Cristo, Messia, Colui che deve redimere gli uomini, portarli al Regno, vincere il demonio, infrangere le schiavitù.
   Vincere il demonio! Non poteva un angelo, non può compiere ciò che il Figlio dell’uomo può. E per questo, alla grande opera ecco che Dio non chiama gli angeli ma l’Uomo. Ecco l’Uomo della cui origine voi siete incerti, negatori o pensosi. Ecco l’Uomo. L’Uomo accettevole a Dio. L’Uomo rappresentante di tutti i suoi fratelli. L’Uomo come voi nella somiglianza, l’Uomo superiore e diverso a voi per la provenienza, il quale, non da uomo ma da Dio generato e consacrato al suo ministero, sta davanti all’eccelso altare per essere Sacerdote e Vittima per i peccati del mondo, eterno e supremo Pontefice, Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedecco.
   Non tremate! Io non tendo le mani alla tiara ponteficale. Un altro serto mi aspetta. Non tremate! Io non vi toglierò il razionale. Un altro è già pronto per Me. Ma tremate soltanto che per voi non serva il sacrificio dell’Uomo e la misericordia del Cristo. Vi ho tanto amati, vi amo tanto che ho ottenuto dal Padre di annichilire Me stesso. Vi ho tanto amati e vi amo tanto che ho chiesto di consumare tutto il dolore del mondo per darvi la salute eterna.
 8 Perché non mi volete credere? Non potete credere ancora? Non è detto del Cristo: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedecco”? Ma quando si è iniziato il sacerdozio? Forse ai tempi di Abramo? No. E voi lo sapete. Il re di giustizia e di pace che appare ad annunciarmi, con figura profetica, all’aurora del nostro popolo, non vi ammonisce che c’è un sacerdozio più perfetto, che viene direttamente da Dio, così come Melchisedec di cui nessuno poté mai dare le origini e che viene chiamato “il sacerdote” e sacerdote rimarrà in eterno? Non credete più alle parole ispirate? E, se ci credete, come mai, o dottori, non sapete dare una spiegazione accettabile alle parole che dicono, e di Me parlano: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech”? Vi è dunque un altro sacerdozio, oltre, prima di quello di Aronne. E di questo è detto “sei“. Non “fosti”. Non “sarai”. Sei sacerdote in eterno. Ecco allora che questa frase preannuncia che l’eterno Sacerdote non sarà della nota stirpe di Aronne, non sarà di nessuna stirpe sacerdotale. Ma sarà di provenienza nuova, misteriosa come Melchisedec. È di questa provenienza. E se la potenza di Dio lo manda, segno è che vuole rinnovare il Sacerdozio e il rito perché divenga giovevole all’Umanità.
   Conoscete voi la mia origine? No. Sapete voi le mie opere? No. Intuite voi i frutti di esse? No. Nulla conoscete di Me. Vedete dunque che anche in questo sono il “Cristo”, la cui origine e natura e missione devono essere sconosciute fin quando a Dio non piaccia svelarle agli uomini. Beati quelli che sapranno, che sanno credere prima che la rivelazione tremenda di Dio non li schiacci col suo peso al suolo e ve li inchiodi e stritoli sotto la folgorante, potente verità tuonata dai Cieli, urlata dalla terra: “Costui era il Cristo di Dio”.
 Voi dite: “Egli è di Nazaret. Suo padre era Giuseppe. Sua madre è Maria”. No. Io non ho padre che mi abbia generato uomo. Io non ho madre che mi abbia generato Dio. Eppure ho una carne e l’ho assunta per misteriosa opera dello Spirito, e sono venuto fra voi passando per un tabernacolo santo. E vi salverò, dopo avere formato Me stesso per volere di Dio, vi salverò facendo uscire il vero Me stesso dal tabernacolo del mio Corpo per consumare il grande Sacrificio di un Dio che si immola per la salvezza dell’uomo.
 9 Padre, Padre mio! Io te l’ho detto all’inizio dei giorni: “Eccomi a fare la tua volontà”. Io te l’ho detto all’ora di grazia prima di lasciarti per rivestirmi di carne onde patire: “Eccomi a fare la tua volontà”. Io te lo dico ancora una volta per santificare coloro per i quali sono venuto: “Eccomi a fare la tua volontà”. E te lo dirò ancora, sempre, sinché la tua volontà sia compiuta…».
   Gesù, che ha alzato le braccia verso il cielo, pregando, ora le abbassa e le raccoglie sul petto e china la testa, chiude gli occhi e si sprofonda in una orazione segreta.
   La gente bisbiglia. Non tutti hanno capito, anzi i più (e io con loro) non hanno capito. Siamo troppo ignoranti. Ma intuiamo che Egli ha enunciato delle grandi cose. E tacciamo ammirati.
   I malevoli, che non hanno capito o non hanno voluto capire, ghignano: «È un delirante!». Ma non osano dire di più e si scostano o si avviano alle porte scuotendo il capo. Tanta prudenza io credo sia il frutto delle lance e daghe romane che brillano al sole contro la muraglia estrema.
 10Gamaliele si fa largo fra i rimasti. Giunge presso Gesù, che prega ancora, assorto, lontano dalla folla e dal luogo, e lo chiama: «Rabbi Gesù!».
   «Che vuoi, rabbi Gamaliele?», chiede Gesù alzando il capo, con gli occhi ancora assorti in un’interna visione.
   «Una spiegazione da Te».
   «Parla».
   «Ritiratevi tutti!», ordina Gamaliele e con un tale tono che apostoli, discepoli, seguaci, curiosi, e gli stessi discepoli di Gamaliele, si scostano alla svelta.
   Restano soli l’uno di fronte all’altro. E si guardano. Gesù sempre mite e dolce, l’altro autoritario senza volere e involontariamente superbo nell’aspetto. Espressione venutagli certo da anni di ossequio esagerato.
   «Maestro… Mi sono state riportate delle tue parole. Dette ad un convito… che io ho disapprovato perché insincero. Io combatto o non combatto, ma sempre apertamente… Ho meditato quelle parole. Le ho confrontate a quelle che sono nel mio ricordo… E ti ho atteso, qui, per interrogarti su esse… E prima ho voluto sentirti parlare… Essi non hanno capito. Io spero di poter capire. Ho scritto le tue parole mentre le dicevi. Per meditarle. E non per nuocerti. Mi credi?».
   «Ti credo. E voglia l’Altissimo farle fiammeggiare al tuo spirito».
   «Così sia. Odi. Le pietre che devono fremere sono forse quelle dei nostri cuori?».
   «No, rabbi. Queste (e indica le muraglie del Tempio con atto circolare). Perché lo chiedi?».
 «Perché il mio cuore ha fremuto quando mi furono riportate le tue parole del convito e le tue risposte ai tentatori. Credevo che quel fremito fosse il segno…».
   «No, rabbi. È troppo poco il fremito del tuo cuore e quello di pochi altri per essere il segno che non lascia dubbi… Anche se tu, con raro giudizio di umile conoscimento di te, definisci il tuo cuore: pietra. Oh! Rabbi Gamaliele, proprio non puoi far del tuo impietrito cuore un luminoso altare accogliente Iddio? Non per mio utile, rabbi. Ma perché la tua giustizia sia completa…».
   E Gesù guarda dolcemente l’anziano maestro, che si tormenta la barba e insinua le dita sotto il copricapo stringendosi la fronte e mormorando, e curva il capo per dirlo: «Non posso… Non posso ancora… Ma spero… Quel segno lo darai sempre?».
   «Lo darò».
   «Addio, rabbi Gesù».
   «Il Signore venga a te, rabbi Gamaliele».
   Si separano. Gesù fa un cenno ai suoi e con essi si avvia fuori del Tempio.
 11Scribi, farisei, sacerdoti, discepoli di rabbi si precipitano come tanti avvoltoi intorno a Gamaliele, che sta mettendosi nell’alta cintura i fogli che ha scritto. «Ebbene? Che te ne pare? Un pazzo? Hai fatto bene a scrivere quei deliri. Ci serviranno. Hai deciso? Sei persuaso? Ieri… oggi… Più che non occorra per persuaderti». Parlano tumultuariamente e Gamaliele tace mentre si assetta la cintura, chiude il calamaio che vi ha appeso, rende al suo discepolo la tavoletta su cui si è appoggiato per scrivere sulle pergamene.
   «Non rispondi? Da ieri non parli…», incalza un suo collega.
   «Ascolto. Non voi. Lui. E cerco di riconoscere nelle parole di ora la parola che mi ha parlato un giorno. Qui».
   «E la trovi forse?», ridono in molti.
   «Così come un tuono, che ha diversa voce a seconda se è più vicino o più lontano. Ma è sempre rumore di tuono».
   «Suono inconcludente, allora», beffeggia uno.
   «Non ridere, Levi. Nel tuono può essere anche la voce di Dio, e noi essere tanto stolti da crederla rumor di nubi lacerate… Non ridere neppur tu, Elchia, e tu Simone, che il tuono non si abbia a cangiare in fulmine e incenerirvi…».
   «Allora… tu… quasi dici che il Galileo è quel fanciullo che con Illele credeste profeta, e che quel fanciullo e quell’uomo sono il Messia…», chiedono motteggiatori, per quanto in sordina, perché Gamaliele si fa rispettare.
   «Non dico nulla. Dico che il rumore del tuono è sempre rumore di tuono».
   «Più vicino o più lontano?».
   «Ahimè! Le parole sono più forti, come l’età lo importa. Ma i venti anni passati hanno fatto venti volte più chiuso il mio intelletto sul tesoro che possiede. E il suono penetra più debolmente…». E Gamaliele lascia cadere la testa sul petto, meditabondo.
   «Ah! Ah! Ah! Invecchi e ti fai stolto, Gamaliele! Prendi per realtà i fantasmi. Ah! Ah! Ah!», ridono tutti.
   Gamaliele ha una sdegnosa alzata di spalle. Poi raccoglie il suo manto, che gli pendeva dalle spalle, vi si avvolge a più giri tanto è ampio, e volta le spalle a tutti senza ribattere parola, sprezzante nel suo silenzio.

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, Regina del Cielo e della terra,
noi ci affidiamo per sempre a Te!

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