Vangelo Gv 11, 45-56: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione»

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Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato

   Cap. DXLIX. Seduta del Sinedrio e udienza da Pilato.

   27 dicembre 1946.
 
 1 Se la notizia della morte di Lazzaro aveva scosso e agitato Gerusalemme e buona parte della Giudea, la notizia della sua risurrezione finisce di scuotere e di penetrare anche là dove non aveva dato agitazione la notizia della morte.
   Forse i pochi farisei e scribi, ossia i sinedristi presenti alla risurrezione, non ne avranno parlato al popolo. Ma certo i giudei ne hanno parlato, e la nuova s’è sparsa in un baleno, e da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, voci di donne se la ripetono, mentre in basso il popolino la diffonde con un giubilo grande per il trionfo di Gesù e per Lazzaro. La gente ripopola le strade correndo qua e là, credendo di arrivare sempre prima a dare la notizia, ma resta delusa perché essa si sa in Ofel come in Bezeta, in Sion come al Sisto. Si sa nelle sinagoghe e negli empori, nel Tempio e nel palazzo di Erode. Si sa all’Antonia e dall’Antonia dilaga, o viceversa, ai posti di guardia alle porte. Empie i palazzi come i tuguri: «Il Rabbi di Nazaret ha risuscitato Lazzaro di Betania, che è morto il dì avanti il venerdì ed è stato messo nel sepolcro avanti l’inizio del sabato ed è risorto all’ora di sesta di oggi». Le acclamazioni ebraiche al Cristo e all’Altissimo si intrecciano agli svariati «Per Giove! Per Polluce! Per Libitina!» ecc. ecc. dei romani.

 2 Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubbriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
   «Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
 «Una buona protezione per te. È vero. Ma non mai quale l’amo­re del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…».
   Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.

 3 Da Bezeta viene avanti Giuseppe d’Arimatea tutto frettoloso. Lo fermano. Sono un gruppo di cittadini, incerti ancora se la notizia è da credersi. E lo chiedono a lui.
   «Vera. Vera. Lazzaro è risorto ed è guarito anche. Ho visto coi miei occhi».
   «Ma allora… Egli è proprio il Messia!».
   «Le sue opere sono tali. La sua vita è perfetta. I tempi son quelli. Satana lo combatte. Ognuno concluda in cuor suo ciò che è il Nazareno», dice, prudente e nello stesso tempo giusto, Giuseppe. Saluta e se ne va.
   Quelli discutono e finiscono per concludere: «Egli è proprio il Messia».

 4 Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betania. Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti! Potrò girare l’Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più. Lo voglio vedere come è uno che torna da morte. Sarà nero dell’onda dei fiumi d’oltre tomba…».
   «Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all’onda cerula dei Campi Elisi. Non c’è soltanto lo Stige, là…».
   «Ci dirà come sono i prati d’asfodelo dell’Ade… Ci vengo io pure…».
   «Se Ponzio vorrà…».
   «Oh! che vuole! Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga. Claudia ama queste cose. L’ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d’anima e d’immortalità».
   «Claudia crede nel Nazareno. Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
   «Sì. Ma per Valeria è più che uomo. Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapiente di Minerva. L’avete visto voi? Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so…».
   «Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose. Poco fa Ponzio urlava come Stentore dicendo: “Qui si deve tutto cambiare. Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi. E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi”. Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna…».
   «Già. Non li vuole ascoltare… E ci cambia tutti perché… non vuole amicizie fra noi e loro».
   «Fra noi e loro? Ah! Ah! Ah! Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia. Se mai… l’amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate…», ride uno malizioso.
   «Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare…».
   «Ciò è vero. Già era segnalato a Cesarea l’arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria. Graduati nuovi, milizie nuove… e tutto per quei coccodrilli del Tempio. Io ci stavo bene qui».
   «Io stavo meglio a Brindisi… Ma mi abituerò», dice quello da poco arrivato in Palestina.
   Si allontanano essi pure.

 5 Delle guardie del Tempio passano con delle tavolette cerate. La gente li osserva e dice: «Il Sinedrio si raduna di urgenza. Che vorrà fare?».
   Uno risponde: «Saliamo al Tempio e vediamo…».
   Si avviano verso la via che va al Moria.
   Il sole scompare dietro alle case di Sion e ai monti occidentali. Cala la sera, che presto sgombra le strade dai curiosi. Quelli che sono saliti al Tempio ne scendono inquieti, perché sono stati cacciati via anche dalle porte, dove si erano attardati per vedere passare i sinedristi.

 L’interno del Tempio, vuoto, deserto, avvolto nella luce della luna, pare immenso. I sinedristi si radunano lentamente nella sala del Sinedrio. Ci sono tutti, come per la condanna di Gesù, però non sono presenti quelli che allora facevano come da scrivani. Non ci sono che i sinedristi, parte ai loro posti, parte a crocchi presso le porte.
   Entra Caifa con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo, e va al suo posto.
   Cominciano subito a discutere sui fatti avvenuti, e tanto li appassiona la cosa che presto la seduta diviene movimentata. Lasciano i seggi, scendono nello spazio vuoto gesticolando e parlando forte.
   Qualcuno consiglia la calma e di ben ponderare prima di prendere delle decisioni.
   Altri rimbeccano: «Ma non avete sentito quelli venuti qui dopo nona? Se perdiamo i giudei più importanti, che ci serve più accumulare le accuse? Più Egli vive e meno saremo creduti se lo accusiamo».
   «E questo fatto non lo si può negare. Non si può dire ai molti che erano là: “Avete visto male. È una finzione. Eravate ebbri”. Il morto era morto. Putrido. Sfatto. Il morto era deposto nel chiuso sepolcro, e il sepolcro era ben murato. Il morto era sotto le bende e i balsami da più giorni. Il morto era legato. Eppure è uscito dal suo posto, è venuto da solo senza camminare sino all’apertura. E liberato che fu, nel suo corpo non era più morte. Respirava. Non c’era più corruzione. Mentre prima, da vivo, era piagato, e da morto era tutto corrotto».
   «Avete sentito i più influenti giudei, quelli che avevamo spinto là per conquistarli a noi del tutto? Sono venuti a dirci: “Per noi è il Messia”. Quasi tutti sono venuti! Il popolo poi!…».
   «E questi maledetti romani pieni di fole! Dove li mettete? Per essi Egli è Giove Massimo. E se entrano in quell’idea! Ci hanno fatto conoscere le loro storie, e fu maledizione. Anatema su chi volle l’ellenismo in noi e per adulazione ci profanò con costumi non nostri! Ma però ciò serve anche a conoscere. E conosciamo che presto fa il romano ad abbattere e ad innalzare con congiure e colpi di stato. Ora, se alcuno, qui, di questi folli, si entusiasma del Nazareno e lo proclama Cesare, e perciò divino, chi più lo tocca?».
   «Ma no! Ma chi vuoi che faccia questo? Essi se ne ridono di Lui e di noi. Per grande che sia ciò che compie, per essi è sempre “un ebreo“. Perciò un miserabile. La paura ti fa stolto, o figlio di Anna!».
   «La paura? Hai sentito come ha risposto Ponzio all’invito di mio padre? Egli è scosso, ti dico. Egli è scosso da quest’ultimo fatto e teme il Nazareno. Miseri noi! Quell’uomo è venuto per nostra rovina!».

 «Almeno non fossimo andati là, e là non avessimo quasi comandato che andassero i più potenti giudei! Se Lazzaro fosse risorto senza testimoni…».
   «Ebbene? Che mutava? Non potevamo certo farlo sparire per far credere che fosse sempre morto!».
   «Questo no. Ma potevamo dire che era stata una falsa morte. Testimoni pagati per dire il falso se ne trovano sempre».
   «Ma perché tanto agitati? Non ne vedo la ragione! Egli ha forse fatto atto di eccitazione contro il Sinedrio e il Ponteficato? No. Si è limitato a compiere un miracolo».
   «Si è limitato?! Ma sei stolto, o venduto a Lui, Eleazaro? Non ha eccitato contro il Sinedrio e il Ponteficato? E che vuoi di più? La gente…».
   «La gente può dire ciò che vuole, ma le cose sono come le dice Eleazaro. Il Nazareno non ha che fatto un miracolo».
   «Ecco l’altro che lo difende! Non sei più un giusto, Nicodemo! Non sei più un giusto! Questo è un atto contro di noi. Contro di noi, capisci? Nessuna cosa più persuaderà la folla. Ah! miseri noi! Io oggi fui beffato da alcuni giudei. Io beffato! Io!».
   «E taci là, Doras! Tu non sei che un uomo. Ma è l’idea che è colpita! Le nostre leggi! Le nostre prerogative!».
   «Bene dici, Simone, e occorre difenderle».
   «Ma come?».
   «Offendendo, distruggendo le sue!».
   «Presto detto, Sadoc. Ma con che le distruggi se non sai, di tuo, far rivivere un moscerino? Qui ci vorrebbe un miracolo più grande del suo. Ma nessuno di noi lo può fare, perché…». Colui che parla non sa dire perché.
   Giuseppe d’Arimatea termina la frase: «Perché noi siamo uomini, soltanto uomini».
   Gli si avventano contro chiedendo: «Ed Egli chi è, allora?».
   Il d’Arimatea risponde sicuro: «Egli è Dio. Se ne avessi avuto ancora dei dubbi…».
   «Ma non li avevi i dubbi. Lo sappiamo, Giuseppe. Lo sappiamo. Dillo pure apertamente che tu lo ami!».

 8 «Nulla di male se Giuseppe lo ama. Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d’Israele».
   «Tu! Tu, Gamaliele, dici questo?».
   «Lo dico. E di essere… detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l’ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli. Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
   «Ma che dici, Gamaliele?».
   «La verità. Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo. Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio. Se avessimo questo timore, non conculcheremmo il giusto e non avremmo la stolta ingordigia per le ricchezze del mondo. Dio dà e Dio toglie. A seconda dei meriti e dei demeriti. E se Dio ora ci leva ciò che ci aveva dato, per darlo ad altri, sia benedetto, perché santo è il Signore e sante sono tutte le sue azioni».
   «Ma noi parlavamo di miracoli e volevamo dire che nessuno di noi li può fare perché con noi non è Satana».
   «No. Perché con noi non è Dio. Mosè separò le acque e aprì la rupe, Giosuè fermò il sole, Elia risuscitò il fanciullo e fece cadere la pioggia, ma con essi era Dio. Vi ricordo che sei sono le cose che Dio odia, ed esecra la settima: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni malvagi, i piedi che corrono rapidi al male, il falso testimonio che dice menzogne e colui che mette discordie tra i fratelli. Noi facciamo tutte queste cose. Noi, dico. Ma voi solo le fate. Perché io me ne astengo dal gridare “Osanna” e dal gridare “Anatema”.

 9 Io attendo».
     «Il segno! Già! Tu attendi il segno! Ma quale segno attendi da un povero folle, se proprio vogliamo dargli tutti i perdoni?».
   Gamaliele alza le mani e, le braccia in avanti, gli occhi chiusi, il capo lievemente chinato, ieratico quanto mai, parla lentamente e con voce lontana: «Ho interrogato ansiosamente il Signore perché mi indicasse la verità, ed Egli mi ha illuminato le parole di Gesù figlio di Sirac. Queste: “Il Creatore di tutte le cose mi parlò e mi diede i suoi ordini, e Colui che mi creò riposò nel mio Tabernacolo e mi disse: ‘Abita in Giacobbe, tuo retaggio sia in Israele, getta le tue radici tra i miei eletti'”… E ancora mi illuminò queste, e le ho riconosciute: “Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, perché il mio spirito è più dolce del miele e il mio retaggio più del favo. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà di me fame e chi beve di me avrà di me sete, e chi mi ascolta non avrà da arrossire e chi lavora per me non pecca, e chi mi illustra avrà la vita eterna”. E la luce di Dio crebbe sul mio spirito mentre leggevano i miei occhi queste parole: “Tutte queste cose contiene il libro della Vita, il testamento dell’Altissimo, la dottrina della Verità… Dio promise a Davide di far nascere da lui il Re potentissimo, che deve stare assiso in eterno sul trono della gloria. Egli ridonda di sapienza come il Fison e il Tigri al tempo dei nuovi frutti, come l’Eufrate ridonda d’intelligenza e cresce come il Giordano al tempo della messe. Egli diffonde la sapienza come la luce… Egli per primo l’ha perfettamente conosciuta”. Questo mi ha fatto illuminare Dio! Ma, ahi! che dico, che la Sapienza che è fra noi è troppo grande perché noi la si comprenda e si accolga ciò che è pensiero più vasto dei mari e consiglio più profondo del grande abisso. E noi lo sentiamo gridare: “Io come canale d’acque immense sgorgai dal Paradiso e dissi: ‘Inaffierò il mio giardino’, ed ecco il mio canale divenire fiume, e il fiume mare. Come l’aurora io irraggio a tutti la mia dottrina, e la farò conoscere ai più lontani. Penetrerò nelle parti più basse, getterò lo sguardo sui dormenti, illuminerò quelli che sperano nel Signore. E ancor spanderò la mia dottrina come profezia e la lascerò a quelli che cercano la sapienza, non cesserò d’annunziarla sino al secolo santo. Non ho lavorato per me soltanto, ma per tutti quelli che cercano la verità”. Questo mi ha fatto leggere Jeovè, l’Altissimo», e riabbassa le braccia alzando il capo.
   «Ma allora per te è il Messia?! Dillo!».
   «Non è il Messia».
   «Non è? E allora cosa è per te? Demonio, no. Angelo, no. Messia, no…».
   «È colui che è».
   «Tu deliri! Dio è? Dio è per te, quel folle?».
   «È colui che è. Dio sa ciò che Egli è. Noi vediamo le sue opere. Dio vede anche i suoi pensieri. Ma non è il Messia, perché per noi Messia vuol dire Re. Egli non è, non sarà re. Ma è santo. E le sue opere sono da santo. E noi non possiamo alzare la mano sull’innocente, a meno di non commettere peccato. Io non sottoscriverò al peccato».
   «Ma con quelle parole tu quasi lo hai detto l’Atteso!».
   «L’ho detto. Finché durò la luce dell’Altissimo, io lo vidi tale. Poi… non tenendomi più la mano del Signore alto levato nella luce sua, io tornai uomo, l’uomo d’Israele, e le parole non furono più che parole alle quali l’uomo d’Israele, io, voi, quelli prima di noi e, Dio non lo permetta, quelli dopo di noi, danno il significato del loro, del nostro pensiero, non il significato che hanno nel Pensiero eterno che le ha dettate al suo servo».

 10«Noi parliamo, divaghiamo, perdiamo tempo. Ed il popolo intanto si agita», gracchia Canania.
   «Bene dici! Occorre decidere e fare per salvarsi e trion­fa­re».
   «Voi dite che Pilato non ci ha voluti ascoltare quando chiedevamo il suo aiuto contro il Nazareno. Ma se noi gli facessimo sapere… Avete detto prima che, se le milizie si esaltano, possono proclamarlo Cesare… Eh! Eh! Buona idea! Andiamo a prospettare al Proconsole questo pericolo. Avremo onori come a fedeli servi di Roma e… se egli interverrà noi saremo sbarazzati del Rabbi. Andiamo, andiamo! Tu, Eleazaro di Anna, che gli sei più di tutti amico, sii nostro duce», ride serpentino Elchia.
   Vi è un poco di titubanza, ma poi un gruppo dei più fanatici esce per recarsi all’Antonia. Resta Caifa insieme agli altri.
   «A quest’ora! Non saranno ricevuti», obbietta uno.
   «No, anzi! È la migliore. Ponzio è sempre di buon umore quan­do ha bevuto e mangiato come beve e mangia un pagano…».

 11Li lascio là a discutere e mi si illumina la scena dell’Antonia.
   Il breve tragitto è presto fatto e senza difficoltà, tanto è limpida la luna che fa gran contrasto con la luce rossa dei lumi accesi nel vestibolo del palazzo pretorio.
   Eleazaro riesce a farsi annunciare a Pilato, e vengono fatti passare in una sala grande e vuota. Assolutamente vuota. Vi è soltanto una sedia pesante, bassa di spalliera, coperta di un drappo porpureo, che spicca vivamente nel candore assoluto della sala. Stanno raggruppati, un poco timorosi, infreddoliti, ritti sul marmo candido del pavimento. Non viene nessuno. Il silenzio è assoluto. Però, a intervalli, una musica lontana rompe questo silenzio.
   «Pilato è a mensa. Certo è con amici. Questa musica è suonata nel triclinio. Ci saranno danze in onore degli ospiti», dice Eleazaro di Anna.
   «Corrotti! Domani mi purificherò. La lussuria trasuda da queste pareti», dice con ribrezzo Elchia.
   «Perché ci sei venuto, allora? Tu lo hai proposto», gli ribatte Eleazaro.
   «Per l’onore di Dio e il bene della Patria so fare qualsiasi sacrificio. E questo è grande! Mi ero purificato per aver avvicinato Lazzaro… e ora!… Giornata tremenda, oggi!…».
   Pilato non viene. Il tempo passa. Eleazaro, pratico del luogo, tenta le porte. Sono tutte chiuse. Lo spavento si impadronisce dei presenti. Paurose storie riaffiorano. Rimpiangono di essere venuti. Si sentono già perduti.

 12Finalmente ecco, nel lato opposto al loro, che sono presso la porta dalla quale sono entrati, e perciò presso l’unica sedia dell’ambiente, ecco aprirsi una porta ed entrare Pilato, candido nella sua veste come è candida la sala. Entra parlando con dei convitati. Ride. Si volge ad ordinare ad uno schiavo, che tiene sollevata la tenda oltre l’uscio, di gettare essenze in un braciere e di portare profumi e acque per le mani, che uno schiavo venga con specchio e pettini. Degli ebrei non si cura, come non ci fossero. Quelli si arrovellano, ma non osano gesti…
   Laggiù, intanto, vengono portati i bracieri, sparse le resine sui fuochi e versate acque profumate sulle mani romane. E uno schiavo, con mosse esperte, ravvia i capelli secondo la moda dei ricchi romani del tempo. E gli ebrei si arrovellano.
   I romani ridono fra loro e scherzano, guardando ogni tanto il gruppo che attende là in fondo, e uno parla a Pilato che non si è mai voltato a guardare; ma Pilato scrolla le spalle facendo un gesto annoiato e batte le mani per chiamare uno schiavo, al quale ordina a voce alta di portare dolciumi e di far entrare le danzatrici. Gli ebrei fremono d’ira e di scandalo. Pensare ad un Elchia costretto a vedere delle danzatrici! Il suo volto è un poema di sofferenza e di odio.
   Vengono gli schiavi coi dolciumi in coppe preziose, e dietro essi le danzatrici incoronate di fiori e appena coperte da tele così leggere da parere veli. Le carni bianchissime traspaiono dalle vesti leggere, tinte di rosa e di azzurro, quando esse passano davanti ai bracieri ardenti e ai molti lumi messi là in fondo. I romani ammirano la grazia dei corpi e delle movenze, e Pilato chiede ancora un passo di danza che gli è particolarmente piaciuto. Elchia — e i suoi compari lo imitano — si volge sdegnato contro al muro per non vedere le danzatrici trasvolare come farfalle fra un ondeggiare di vesti scomposte.
   Finita la breve danza, Pilato le congeda, mettendo in mano di ognuna la coppa colma di dolciumi, nella quale getta con noncuranza un bracciale.

 13E finalmente si degna di voltarsi a guardare gli ebrei, e dice agli amici con voce annoiata: «E ora… dovrò dal sogno passare alla realtà… dalla poesia alla… ipocrisia… dalla grazia alle laide cose della vita. Miserie del­l’esser Proconsole!… Salve, amici, e abbiate compassione di me».
   Resta solo e lentamente si avvicina agli ebrei. Si siede, si osserva le mani ben curate e scopre qualche cosa che non va sotto un’unghia. Se ne occupa e preoccupa traendo fuor dalla veste un sottile e aureo bastoncino, col quale rimedia al gran danno di un’unghia imperfetta…
   Poi, bontà sua, gira il capo lentamente. Sogghigna vedendo gli ebrei ancora curvi in un inchino servile, e dice: «Voi! Qui! E siate brevi. Non ho tempo da sciupare in cose senza valore».
   Gli ebrei si avvicinano sempre servili nell’atto, finché un: «Basta! Non troppo vicini» li inchioda al suolo. «Parlate! E state diritti, ché solo degli animali è stare piegati verso il suolo», e ride. Gli ebrei si raddrizzano sotto lo scherno e stanno impettiti.
   «Dunque? Parlate! Avete voluto venire per forza. Ora che siete qui, parlate».
   «Volevamo dirti… Ci risulta… Noi siamo servi fedeli di Roma…».
   «Ah! Ah! Ah! Servi fedeli di Roma! Lo farò sapere al divo Cesare e ne sarà felice! Felice sarà! Parlate, buffoni! E svelti!».
   I sinedristi fremono, ma non reagiscono.

 14 Elchia prende la parola per tutti: «Devi sapere, o Ponzio, che oggi in Betania è stato risuscitato un uomo…».
   «Lo so. Per dirmi questo siete venuti? Lo sapevo già da molte ore. Felice lui, che già sa cosa è il morire e cosa è l’altro mondo! E che ci posso fare se Lazzaro di Teofilo è risorto? Forse mi ha portato un messaggio dall’Ade?». È ironico.
   «No. Ma la sua risurrezione è un pericolo…».
   «Per lui? Certo! Pericolo di dover morire di nuovo. Operazione poco gradevole. Ebbene? Che ci posso fare? Sono Giove io?».
   «Pericolo non per Lazzaro. Ma per Cesare».
   «Per?… Domine! Ma forse ho bevuto! Avete detto: per Cesare? E che può nuocere Lazzaro a Cesare? Forse temete che il puzzo del suo sepolcro possa corrompere l’aria che respira l’Imperatore? Datevi pace! Troppo lontano!».
   «Non questo. È che Lazzaro risorgendo può far detronizzare l’Imperatore».
   «Detronizzare? Ah! Ah! Ah! Questa è più grande del mondo! Ma allora l’ebbro non sono io, ma voi siete ebbri. Forse lo spavento vi ha sconvolto la mente. Vedere risorgere… Credo, credo che possa turbare. Andate, andate a letto. Un buon riposo. E un bagno caldo. Molto caldo. Salutare contro i deliri».
   «Non deliriamo, Ponzio. Ti diciamo che, se non provvedi, tu passerai ore tristi. Sarai punito certo, se anche non sarai ucciso dall’usurpatore. Fra poco il Nazareno sarà proclamato re, re del mondo, capisci? I tuoi legionari stessi lo faranno. Essi sono sedotti dal Nazareno, e il fatto di oggi li ha esaltati. Che servo sei di Roma se non ti preoccupi della sua pace? Vuoi dunque vedere l’Impero sconvolto e diviso in causa della tua inerzia? Vuoi vedere vinta Roma e abbattute le insegne, ucciso l’Imperatore, tutto distrutto…».
   «Silenzio! Parlo io. E vi dico: siete dei pazzi! Più ancora. Siete dei mentitori. Dei malandrini siete. Meritereste la morte. Uscite di qui, laidi servi del vostro interesse, del vostro odio, della vostra bassezza. Servi voi. Non io. Io sono cittadino romano, e i cittadini romani non sono servi a nessuno. Io sono il funzionario imperiale e lavoro per le patrie fortune. Voi… siete i soggetti. Voi… voi siete i dominati. Voi… voi siete i galeotti legati alle bancate e fremete inutilmente. La sferza del capo vi sta sopra. Il Nazareno!… Vorreste che io uccidessi il Nazareno? Vorreste che lo imprigionassi? Per Giove! Se per la salute di Roma e del divo Imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno e i suoi seguaci, solo essi, dovrei lasciare liberi e vivi. Andate. Sgombrate e non tornatemi mai più davanti. Turbolenti! Sobillatori! Ladri e manutengoli di ladri! Non uno dei vostri armeggii mi è ignoto. Sappiatelo. E sappiate anche che armi fresche e legionari novelli hanno servito a scoprire le vostre trappole e i vostri strumenti. Strillate per le imposte romane. Ma quanto vi è costato Melchia di Galaad, e Giona di Scitopoli, e Filippo di Soco, e Giovanni di Betaven e Giuseppe di Ramaot, e tutti gli altri che presto saranno presi? E non andate verso le grotte della valle, perché vi sono più legionari che pietre, e la legge e la galera sono uguali per tutti. Per tutti! Capite? Per tutti. E spero di vivere tanto da vedervi tutti in catene, schiavi fra schiavi sotto il tallone di Roma. Uscite! Andate e riferite — anche tu, Eleazar di Anna, che non desidero vedere più nella mia casa — che il tempo della clemenza è finito, e che io sono il Proconsole e voi i sudditi. I sudditi. E io comando. In nome di Roma. Uscite! Serpi notturne! Vampiri! E il Nazareno vi vuole redimere? Se Egli fosse Dio, fulminarvi dovrebbe! E dal mondo sarebbe sparita la macchia più schifosa. Via! E non osate fare congiure, o conoscerete il gladio e il flagello».
   Si alza e se ne va sbatacchiando la porta davanti agli allibiti sinedristi, che non hanno tempo di rinvenire, perché entra un drappello armato che li caccia fuori dalla sala e dal palazzo come tanti cani.

 15Ritornano all’aula del Sinedrio. Raccontano. L’agitazione è somma. La notizia dell’arresto di molti ladroni e delle battute nelle grotte per prendere gli altri turba fortemente tutti i rimasti. Perché molti, stanchi di attesa, se ne sono andati.
   «Eppure non possiamo lasciarlo vivere», urlano dei sacerdoti.
   «Non possiamo lasciarlo fare. Egli fa. Noi non facciamo. E giorno per giorno perdiamo terreno. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui. E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto. Ponzio dice così. Ma se la folla lo acclamasse re, oh! allora Ponzio ha il dovere di punirci, tutti. Non lo dobbiamo permettere», strilla Sadoc.
   «Va bene. Ma come? La via… legale romana è fallita. Ponzio è sicuro sul Nazareno. La via… legale nostra è… resa impossibile. Egli non pecca…», obbietta uno.
   «Si inventa la colpa, se colpa non c’è», insinua Caifa.
   «Ma è peccato fare questo! Giurare il falso! Far condannare un innocente! È… troppo!…», dicono con orrore i più. «È un delitto, perché sarà la morte per Lui».
   «Ebbene? Ciò vi spaventa? Siete degli stolti e non vi intendete di nulla. Dopo ciò che è avvenuto, Gesù deve morire. Non riflettete voi tutti che è meglio per noi che muoia un uomo anziché molti uomini? Perciò Egli muoia per salvare il suo popolo, onde non perisca tutta la nostra nazione. Del resto… Egli lo dice di essere il Salvatore. Perciò si sacrifichi per salvare tutti», dice Caifa ributtante di odio freddo e astuto.
   «Ma Caifa! Rifletti! Egli…».
 «Ho detto. Lo Spirito del Signore è su me, Sommo Sacerdote. Guai a chi non rispetta il Pontefice d’Israele. Le folgori di Dio su lui! Basta di attesa! Basta di orgasmi! Ordino e decreto che chiunque sappia dove si trova il Nazareno venga e ne denunci il luogo, e anatema su chi non ubbidirà alla mia parola».
   «Ma Anna…», obbiettano alcuni.
   «Anna mi ha detto: “Tutto ciò che farai sarà santo”. Leviamo la seduta. Venerdì, fra terza e sesta, tutti qui per deliberare. Tutti, ho detto. Fatelo sapere agli assenti. E siano chiamati tutti i capi delle famiglie e delle classi, tutto il fior di Israele. Il Sinedrio ha parlato. Andate».
   E si ritira per il primo da dove è venuto, mentre gli altri se ne vanno da altre parti, e parlando a voce sommessa escono dal Tempio andando alle loro case.

   Cap. DLI. Gli apostoli informati, dopo una sosta da Niche, del bando emesso dal Sinedrio. L’arrivo ai confini della Giudea.

    2 gennaio 1947.
 
 1 Nella fresca e limpida prima aurora, i campi intorno alla casa di Niche sono tutti un verdeggiare di grani novelli, alti pochi centimetri, delicati nel colore come un chiarissimo smeraldo. Più vicino alla casa, il frutteto, ancora spoglio, pare ancor più scuro e massiccio in confronto alla delicatezza degli steli e all’aereo cielo di una serenità paradisiaca. La casa bianca sotto al primo sole si incorona del volo dei colombi.
   Niche è già alzata e, solerte, provvede a che i partenti abbiano quanto può confortarli nel cammino. Licenzia per primi i due servi di Lazzaro, che ha trattenuto per quella notte e che, rifocillati, se ne vanno mettendo i loro cavalli al trotto. Poi rientra nella cucina, dove le serve preparano latte e vivande a dei grandi fuochi. E versa da una grande olla dell’olio in due olle più piccole, e del vino in piccoli otri di pelle. Sollecita una servente, che prepara forme di pane basse come focacce, perché le porti subito al forno già pronto. Sceglie da larghe tavole, sulle quali si essiccano i formaggi nel caldo della cucina, le forme più belle. Prende del miele e lo fa scendere in piccoli recipienti dal tappo sicuro. Poi forma degli involti con tutte queste cibarie, e uno è di un intero caprettino o agnellino, che la servente sfila dallo spiedo su cui si arrosolava. Un altro è di mele rosse come coralli. Un altro di ulive già pronte all’uso. Un terzo di uva seccata. Uno di orzo mondo.

 Sta chiudendo questo nel sacchetto quando entra in cucina Gesù e saluta tutte le presenti.
   «Maestro, la pace a Te. Già alzato?».
   «Avrei dovuto esserlo prima. Ma erano così stanchi i miei discepoli che li ho lasciati dormire ancora. Che fai, Niche?».
   «Preparo… Non peseranno, vedi? Dodici carichi. E ho calcolato le forze dei portatori».
   «E Io?».
   «Oh! Maestro! Tu hai già il tuo peso…», e negli occhi di Niche si forma un bagliore di pianto.
   «Vieni fuori, Niche. Parleremo con pace».
   Escono e si allontanano dalla casa.
   «Il mio cuore piange, Maestro…».
   «Lo so. Ma bisogna essere forti. Forti, pensando che non mi si è dato dolore…».
   «Oh! questo mai! Ma io mi ero creduta poterti stare vicino, e per questo ero venuta a Gerusalemme. Altrimenti sarei stata qui, dove ho le campagne…».
   «Anche Lazzaro, Maria e Marta credevano di potere stare con Me. E tu lo vedi!…».
   «Lo vedo, sì, lo vedo. A Gerusalemme io non torno più, ora che Tu non ci sei. Sarò sempre più vicina a Te stando qui, e potrò aiutarti».
   «Hai già dato tanto…».
   «Nulla ho dato. Vorrei poterti portare, dove vai, la mia casa. Ma verrò, certo che verrò a vedere di che manchi. Ora giusto è ciò che mi hai detto di fare. Starò qui sinché si sono persuasi che Tu qui non sei. Ma poi…».
   «È via lunga e penosa per una donna, e insicura».
   «Oh! Non ho paura. Sono troppo vecchia per piacere come donna e non porto tesori per essere desiderata come preda. I ladroni sono migliori di molti che si credono santi e che ladri sono e vogliono rubarti la pace e la libertà…».
   «Non li odiare, Niche».
   «Questo è più faticoso per me di ogni altra cosa. Ma cercherò di non odiare per tuo amore… Ho pianto tutta la notte, Signore!».
   «Ti sentivo andare e venire per la casa, instancabile come un’ape. E mi parevi una mamma in pena per il figlio perseguitato… Non piangere. Piangere devono i colpevoli. Non tu. Dio è buono col suo Messia. Nelle ore più tristi mi fa sempre trovare vicino un cuore materno…».
   «E come farai con tua Madre? Mi avevi detto che presto sarebbe venuta…».
   «Verrà ad Efraim… Lazzaro pensa ad avvertirla.

 3 Ecco Simone di Giona e i miei fratelli…».
   «Sanno?».
   «Nulla ancora, Niche. Lo dirò quando saremo lontani…».
   «E io dirò a Te, venendo, ciò che avviene qui e in Gerusalemme».
   Si riuniscono agli apostoli, che escono uno dopo l’altro dalla casa alla ricerca di Gesù.
   «Venite, fratelli. Rifocillatevi avanti di partire. È pronto tutto».
   «Niche per noi non ha dormito questa notte. Ringraziate la buona discepola», dice Gesù entrando nella vasta cucina dove su una tavola da refettorio, tanto è grande, fumano ciotole colme di latte e emanano fragranza le focacce appena sfornate, sulle quali Niche spalma burro e miele con generosità, dicendo che sono cibi fortificanti per chi deve fare lungo cammino in quelle ore ancor molto fresche.
   Presto il pasto è finito. Niche ha intanto fatto gli ultimi involti col pane sfornato, che crocchia e odora. Ogni apostolo prende il suo carico, legato in modo da essere portato senza soverchia noia.
   È l’ora di andare. Gesù saluta e benedice. Gli apostoli salutano. Ma Niche li vuole ancora accompagnare sino ai limiti dei suoi campi e poi torna lentamente indietro piangendo nel suo velo, mentre Gesù coi suoi si allontana per una strada secondaria che Niche gli ha indicato.

 4 Le campagne sono ancora deserte. La viottola passa per campi di grano novello e per vigneti spogli. Perciò mancano anche i pastori, perché essi non portano i greggi nei terreni coltivati. Il sole scalda un poco l’aria mattutina. I primi fioretti sulle prode brillano come gemme sotto il velo della rugiada che il sole accende. Gli uccelli cinguettano i primi canti d’amore. Viene la bella stagione. Tutto si abbella e rinasce, tutto ama… E Gesù va nell’esilio che precede la morte voluta dall’odio.
   Gli apostoli non parlano. Sono pensierosi. La subita partenza li ha disorientati. Erano così sicuri di essere a posto, ormai! Procedono più curvi di quello che il peso relativo delle loro sacche e delle provviste di Niche abbiano potere di farli curvare. Li curva la delusione, la constatazione di ciò che è il mondo e gli uomini.
   Gesù invece, sebbene non sia sorridente, non è né triste né accasciato. Va a testa alta, davanti a tutti, senza spavalderia, ma anche senza timore. Va come chi sa bene dove deve andare e cosa deve fare. Va da forte, da eroe che nulla scuote e sgomenta.
   La strada secondaria finisce nella via maestra. Gesù procede per la via maestra sempre in direzione di settentrione. E gli apostoli dietro, senza parlare. Questa essendo la strada che viene dalla Galilea, per la Decapoli e la Samaria, verso la Giudea, vi sono dei viandanti su essa. Più che altro, carovane di mercanti.
   L’ora passa e il sole ristora sempre di più, quando Gesù lascia la strada maestra per riprendere un’altra viottola che, per campi di grano, si dirige verso le prime colline.
   Gli apostoli si guardano fra di loro. Forse cominciano a capire che non vanno verso la Galilea per la via nella valle del Giordano, ma vanno verso la Samaria. Ma non parlano ancora.
   Gesù, giunto ai primi boschi sui colli, dice: «Sostiamo e riposiamo mangiando. Il sole segna la metà del giorno».
   Sono presso un torrentello che ha poche acque, perché da tempo non piove. Ma quelle che ha sono limpide sul greto sassoso, e le sue rive sono sparse di pietroni che possono fare da tavola e da sedile. Si siedono, dopo che Gesù ha benedetto e offerto il cibo, e mangiano in silenzio e come soprappensiero.

 5 Gesù li scuote dicendo: «Non mi chiedete dove andiamo? La preoccupazione del domani vi fa muta la lingua, o non vi sembro più il vostro Maestro?».
   I dodici alzano il capo. Sono dodici volti afflitti, o almeno sbalorditi, che si volgono verso il volto tranquillo di Gesù, ed è un unico «Oh!» che esce dalle dodici bocche. E all’esclamazione di tutti fa seguito la risposta di Pietro, che parla per tutti: «Maestro, Tu lo sai che Tu sei per noi sempre quello. Ma è che da ieri siamo come coloro che hanno ricevuto un grosso colpo sulla testa. E tutto ci sembra che sia un sogno. E Tu, lo vediamo e sappiamo che sei Tu, ma Tu ci sembri… già come lontano. Un poco ci è rimasta questa sensazione da quando hai parlato col Padre tuo prima di chiamare Lazzaro, e da quando Tu lo hai tratto di là, così legato, col solo mezzo del tuo volere, e l’hai fatto vivo con la sola forza del tuo potere. Quasi ci fai paura. Parlo per me… ma credo che sia così per tutti… Ora poi… Noi… Que­sta partenza… così pronta e così misteriosa!».
   «Avete doppia paura? Sentite più incombente il pericolo? Non avete, sentite di non avere forza di affrontare e superare le ultime prove? Ditelo con la massima libertà. Siamo ancora in Giudea. Siamo prossimi alle strade basse per la Galilea. Ognuno può andare, se vuole, e andare in tempo per non essere in odio al Sinedrio…».
   Gli apostoli si agitano a queste parole. Chi, da quasi sdraiato sull’erba tiepida di sole, si siede. Chi da seduto sorge in piedi.
   Gesù prosegue: «Perché da oggi Io sono il Perseguitato legale. Sappiatelo. A quest’ora sta per essere letto nelle cinquecento e più sinagoghe di Gerusalemme, e in quelle delle città che hanno potuto ricevere il bando emesso ieri a sesta, che Io sono il Grande Peccatore, e chiunque sa dove Io sono ha il dovere di denunciarmi al Sinedrio perché esso mi catturi…».
   Gli apostoli gridano come già lo vedessero preso. Giovanni gli si attacca al collo, gemendo: «Ah! L’ho sempre previsto!», e singhiozza forte. Chi impreca al Sinedrio, chi invoca la giustizia divina, chi piange, chi è come una statua.
   «Tacete.

 6 Ascoltate. Io non vi ho mai ingannati. Vi ho sempre detto la verità. Se ho potuto, vi ho difeso e tutelato. La vostra vicinanza mi è stata amabile come quella di figli. Non vi ho neppure nascosto la mia ultima ora… i miei pericoli… la mia passione. Ma quelle erano cose mie, esclusivamente mie. Ora sono i vostri pericoli, la vostra sicurezza, quella delle vostre famiglie che sono da considerarsi. Vi prego di farlo. Con libertà assoluta. Non considerateli attraverso l’amore che avete per Me, attraverso alla vostra elezione fatta da Me. Fate conto, poiché Io vi sciolgo da ogni obbligo verso Dio e il suo Cristo, fate conto di esserci incontrati qui, ora, per la prima volta, e che voi, dopo avermi ascoltato, vi misuriate se vi convenga o meno seguire lo Sconosciuto le cui parole vi hanno commossi. Fate conto di sentirmi e vedermi per la prima volta e che Io vi dica: “Badate che Io sono perseguitato e odiato, e che chi mi ama e segue è perseguitato e odiato come Me, nella persona, negli interessi, negli affetti. Badate che la persecuzione può finire anche nella morte e nella confisca dei beni di famiglia”. Pensate, decidete. E Io vi amerò ugualmente, anche se mi direte: “Maestro, io non posso più venire con Te”. Vi rattristate? No. Non dovete. Siamo buoni amici, che decidono con pace e con amore il da farsi, con compatimento reciproco. Io non posso lasciarvi andare incontro al futuro senza farvi riflettere. Non ho disistima di voi. Vi amo tutti. Ma Io sono il Maestro. Il Maestro è ovvio che conosca i discepoli. Io sono il Pastore, e il Pastore è ovvio che conosca i suoi agnelli. Io so che i miei discepoli, portati ad una prova senza esserne preparati sufficientemente, non soltanto nella sapienza che viene dal Maestro, e che perciò è buona e perfetta, ma anche nella riflessione che deve venire da loro, potrebbero fallire o quanto meno non trionfare come degli atleti in uno stadio. Misurarsi e misurare è saggia misura, sempre. Nelle piccole e nelle grandi cose. Io, Pastore, devo dire ai miei agnelli: “Ecco, ora Io mi inoltro in paese di lupi e di beccai. Avete voi forza per andare fra essi?”. Potrei anche già dirvi chi non avrà forza di sostenere la prova, per quanto vi possa rassicurare e assicurare che nessuno di voi cadrà per mano dei carnefici che sacrificheranno l’Agnello di Dio. La mia cattura è di tal valore che basterà ad essi… Pure vi dico: “Riflettete”. Un tempo vi dicevo: “Non temete quelli che uccidono”. Vi dicevo: “Colui che, messa la mano all’aratro, si volge a considerare il passato e ciò che può perdere o acquistare, non è atto alla mia missione”. Ma erano norme per darvi la misura di ciò che era essere i discepoli, e norme per il futuro che verrà quando Io non sarò più il Maestro, ma saranno maestri i miei fedeli. Erano date a darvi un’anima forte. Ma anche questa fortezza, che è innegabile che abbiate raggiunta rispetto al nulla che eravate — parlo del vostro spirito — è ancora troppo poca rispetto alla grandezza della prova. Oh! non pensate in cuor vostro: “Il Maestro si fa scandalo di noi!”. Non mi faccio scandalo. Anzi vi dico che neppure voi dovete, e dovrete, scandalizzarvi della vostra debolezza. In tutti i tempi avvenire, fra i membri della mia Chiesa, sia agnelli che pastori, vi saranno persone che saranno inferiori alla grandezza della loro missione. Vi saranno epoche in cui i pastori idoli e i fedeli idoli saranno più dei veri pastori e dei veri fedeli. Epoche di eclissi dello spirito di fede nel mondo. Ma l’eclissi non è morte di un astro. È unicamente momentaneo oscuramento più o meno parziale dell’astro. Dopo, la sua bellezza riappare e sembra più luminosa. Così sarà del mio Ovile. Vi dico: “Riflettete”. Ve lo dico come Maestro, Pastore e Amico. Io vi lascio in piena libertà di discutere fra voi. Vado là, in quel folto, a pregare. Uno per uno mi verrete a dire il vostro pensiero. E Io benedirò la vostra onestà sincera, quale che sia. E vi amerò per quanto già sin qui mi avete dato. Addio». Si alza e se ne va.

 7 Gli apostoli sono esterrefatti, perplessi, commossi. Sul principio non sanno neppure parlare.
 Poi Pietro per il primo dice: «Mi inghiotta l’inferno se io lo voglio lasciare! Io sono sicuro di me. Neanche se mi venissero contro tutti i demoni che sono nella Geenna, col Leviatan in testa, io mi scosterei da Lui per paura!».
   «Ed io neppure. Devo essere inferiore alle mie figlie, io?», dice Filippo.
   «Io sono sicuro che non gli faranno nulla. Il Sinedrio minaccia, ma lo fa per persuadersi di esistere ancora. Lo sa esso per il primo che nulla è se Roma non vuole. Le sue condanne! È Roma quella che condanna!», dice l’Iscariota spavaldo.
   «Ma per cose religiose è ancora il Sinedrio», osserva Andrea.
   «Hai forse paura, fratello? Bada che vigliacchi in famiglia non ce ne sono mai stati», ammonisce minaccioso Pietro, che si sente in cuore uno spirito molto bellicoso.
   «Non ho paura e spero di poterlo dimostrare. Ma dico il mio pensiero a Giuda».
   «Hai ragione. Ma lo sbaglio del Sinedrio è di voler usare l’arma politica per non voler dire e non volersi sentir dire che essi hanno alzato le mani sul Cristo. Lo so di sicuro. Vorrebbero, ossia avrebbero voluto fare cadere Cristo in peccato per renderlo oggetto di disprezzo alle folle. Ma ucciderlo! Loro! Eh! no! Hanno paura! Una paura senza confronti umani, perché è paura di anima. Lo sanno bene, loro, che Egli è il Messia! Lo sanno. Tanto lo sanno che sentono che per loro è finita, perché viene il tempo nuovo. E lo vogliono abbattere. Ma abbatterlo loro!? No. Perciò cercano la ragione politica perché sia il Preside, perché sia Roma che lo abbatte. Ma il Cristo non nuoce a Roma, e Roma non nuocerà a Lui, e il Sinedrio ulula invano».
   «Allora tu resti con Lui?».
   «Ma certo. Più di tutti!».
   «Io nulla ho da perdere o da guadagnare restando o andando. Ho solo il dovere di amarlo. E lo farò», dice lo Zelote.
   «Io lo riconosco per il Messia e perciò lo seguo», dice Natanaele.
   «Io pure. Lo credo tale dal momento che Giovanni il Battista me lo ha indicato per tale», dice Giacomo di Zebedeo.
   «Noi siamo i suoi fratelli. Alla fede uniamo l’amore del sangue. Non è vero, Giacomo?», dice il Taddeo.
   «Egli è il mio sole da anni. Ne seguo il corso. Se Egli cadrà nel­l’abisso scavato dai nemici, io lo seguirò», risponde Giacomo d’Alfeo.
   «Ed io? Posso dimenticarmi che mi ha redento?», chiede Matteo.
   «Mio padre mi maledirebbe sette volte e sette se io lo lasciassi. E, del resto, non fosse che solo per amor di Maria, io non mi separerò mai da Gesù», dice Tommaso.

 8 Giovanni non parla. Sta a capo chino, accasciato. Gli altri prendono il suo atteggiamento per debolezza e lo interrogano in molti. «E tu? Tu solo te ne vuoi andare?».
 Giovanni alza il suo volto, così puro anche negli atteggiamenti e sguardi, e fissando quelli che lo interrogano coi suoi limpidi occhi azzurri dice: «Io pregavo per tutti noi. Perché noi vogliamo fare e dire e presumiamo di noi, e non ci accorgiamo, facendolo, di mettere in dubbio le parole del Maestro. Se Egli ci dice impreparati, segno è che lo siamo. Se non siamo in tre anni divenuti preparati, non lo diventeremo in pochi mesi…».
   «Che dici? In pochi mesi? E che sai tu? Sei forse profeta?». Lo investono, quasi rimproverando.
   «Nulla io sono».
   «E allora? Che sai? Egli te lo ha detto forse? Tu sai sempre i suoi segreti…», dice con invidia Giuda di Keriot.
   «Non mi odiare, amico, se io so capire che il sereno è finito. Quando sarà? Non so. So che sarà. Egli lo dice. Quante volte lo ha detto! Noi non vogliamo credere. Ma l’odio degli altri è conferma alle sue parole… E allora io prego. Perché non c’è altro da fare. Pregare Dio che ci faccia forti. Non ti ricordi, o Giuda, quando ci disseche Egli pregò il Padre per avere forza nelle tentazioni? Ogni forza viene da Dio. Io imito il mio Maestro, come è giusto di fare…».
   «Ma insomma tu resti?», chiede Pietro.
   «E dove vuoi che vada se non resto con Lui che è la mia vita e il mio bene? Ma poiché sono un povero fanciullo, il più misero di tutti, chiedo tutto a Dio, Padre di Gesù e nostro».
   «È detto. Tutti restiamo, dunque!

9 Andiamo da Lui. Certo è triste. La nostra fedeltà lo farà contento», dice Pietro.
   Gesù è prostrato in preghiera. Volto a terra, fra l’erbe, certo supplica il Padre suo. Ma si alza al fruscio dei passi e guarda i suoi dodici. Li guarda con un serietà un po’ mesta.
   «Sii contento, Maestro. Nessuno di noi ti abbandona», dice Pietro.
   «Avete deciso troppo presto e…».
   «Ore o secoli non muteranno il nostro pensiero», dice Pietro.
   «Né le minacce il nostro amore», professa l’Iscariota.
   Gesù cessa di guardarli in massa e li fissa uno per uno. Un lungo sguardo, sostenuto senza paura da tutti. Il suo sguardo si attarda specialmente sull’Iscariota, che lo guarda più sicuro di tutti. Apre le braccia con atto di rassegnazione e dice: «Andiamo. Voi, tutti, avete segnato il vostro destino».
   Torna al posto di prima, raccoglie la sua sacca. Ordina: «Pren­diamo la via che va ad Efraim, quella che ci hanno inse­gna­ta».
   «In Samaria?!!». Lo stupore è enorme.
   «In Samaria. Ai confini, per lo meno, della stessa. Anche Giovanni andò a quei luoghi per vivere sino all’ora segnata per la sua predicazione del Cristo».
   «Ma non fu salvo per questo!», obbietta Giacomo di Zebedeo.
   «Non cerco di salvarmi. Ma di salvare. E salverò nell’ora segnata. Alle pecore più infelici va il Pastore perseguitato. Perché esse, le derelitte, abbiano la loro parte di sapienza a prepararle al tempo nuovo».
   Va con passo svelto, dopo la sosta che ha servito a riposare e a rispettare il sabato, volendo arrivare prima che la notte renda impraticabili i sentieri.

 10Quando giungono al torrentello che viene da Efraim e va verso il Giordano, Gesù chiama Pietro e Natanaele e dà loro una borsa dicendo: «Andate avanti. E cercate di Maria di Giacobbe. Ricordo che Malachia me la disse la più povera del luogo, nonostante la sua grande casa, ora che non ha più in essa figli e figlie. Staremo da lei. Datele buona moneta, perché ci ospiti subito senza fare discorsi con mille. La casa la sapete. Quella grande, ombreggiata dai quattro melograni, che è quasi al ponte sul torrente».
   «Lo sappiamo, Maestro. Faremo come dici». Se ne vanno sol­leciti e Gesù li segue con gli altri a passo lento.
   Dalla conca, che il torrente divide in due semiconche, si vede biancheggiare il paese alle estreme luci del giorno e ai primi candori lunari. Non c’è in giro un’anima quando giungono alla casa già tutta bianca di luna. Solo il torrente ha voce nel silenzio della sera. Volgendosi indietro e guardando l’orizzonte, si vede un grande spazio di cielo stellato curvarsi su una grande vastità di terreni, che divallano verso il piano deserto che scende al Giordano. Una pace profonda regna sulla terra.
   Bussano alla porta. Pietro apre: «Tutto fatto, Signore. La vecchia ha pianto vedendosi dare le monete. Non aveva un picciolo più. Le ho detto: “Non piangere, donna. Dove è Gesù di Nazaret non è più dolore”. Mi ha risposto: “Lo so. Ho sofferto per tutta la mia vita e ora ero proprio al limite del soffrire. Ma il Cielo si è aperto per me sulla mia sera e mi porta la Stella di Giacobbe a darmi pace”. Ora è di là che prepara le stanze chiuse da tanto tempo. Uhm! C’è molto poco. Ma la donna pare molto buona. Eccola!

 11Donna! Il Rabbi è qui!».
   Viene avanti una vecchierella rinsecchita, dai miti occhi pieni di malinconia. Si ferma confusa a qualche passo da Gesù. È intimidita.
   «La pace a te, donna. Non ti darò molto disturbo».
   «Io… vorrei… vorrei che mi camminassi sul cuore per farti più dolce l’entrata nella mia povera casa. Entra, Signore, e Dio entri con Te». Ha ripreso fiato e ardimento sotto la luce dello sguardo di Gesù.
   Entrano tutti. Chiudono la porta. La casa è vasta come un albergo e vuota come un luogo di abbandono. Soltanto la cucina è allegra per un fuoco che fiammeggia sul focolare al centro della stanza.
   Bartolomeo, che stava alimentando il fuoco, si volge e sorride dicendo: «Conforta la donna, Maestro. È afflitta perché non ti può onorare».
   «Mi basta il tuo cuore, donna. Non ti preoccupare di nulla. Domani provvederemo. Sono un povero Io pure. Portate le provviste. Fra poveri si divide il pane e il sale senza vergogna e con amore fraterno. Per te è figliale, donna. Perché mi potresti essere madre. Ed Io ti onoro per tale…».
   La donna lacrima silenziose lacrime di vecchia afflitta, asciugandosi gli occhi al suo velo, e mormora: «Avevo tre maschi e sette fanciulle. Un maschio me lo portò via il torrente e uno la febbre. Il terzo mi ha abbandonata. Le fanciulle presero in cinque il male del padre e morirono, la sesta morì di parto e la settima… Quel che non fece la morte fece il peccato. Nella mia vecchiaia io non ho onore dai figli e mi fa così… Nel paese sono buoni… Ma alla povera donna. Tu sei buono alla madre…».
   «Ho una madre anche io. E in ogni donna che è madre onoro la mia. Ma non piangere. Dio è buono. Abbi fede, e i figli che restano potranno tornarti ancora. Gli altri sono in pace…».
   «Io lo penso un castigo, perché sono di questi luoghi…».
   «Abbi fede. Dio è più giusto degli uomini…».
   Tornano gli apostoli che erano andati con Pietro nelle stanze. Portano le cibarie. Scaldano al fuoco l’agnellino arrostito da Niche. Lo portano in tavola. Gesù offre e benedice e vuole che la vecchietta stia con loro, non nel suo angolino a mangiare i poveri radicchi della sua cena…
   L’esilio ai confini di Giudea ha avuto inizio…

   Cap. DLXXI. Arrivo a Sichem e accoglienze.

   1 marzo 1947.

 1 Ecco Sichem bella e ornata. Piena di gente della Samaria diretta al tempio samaritano. Piena di pellegrini di ogni luogo diretti al Tempio di Gerusalemme. Il sole la inonda tutta, stesa come è sulle pendici est del Garizim che la sovrasta dal lato ovest, tutto verde quanto essa è bianca. Al suo nord-est l’Ebal, ancor più selvaggio nel suo aspetto, pare vegliarla contro i venti del nord. La fertilità del luogo, ricco delle acque che scendono dal displuvio dei monti e che si avviano in due fiumiciattoli ridenti, nutriti da cento rivi, verso il Giordano, è magnifica, e trabocca fuor dalle mura dei giardini e dalle siepi degli orti. Ogni casa si inghirlanda di verde, di fiori, di rami, che gonfiano i frutticini, e l’occhio, girando sui dintorni ben visibili, data la configurazione del suolo, non vede che verde di uliveti, di vigneti, di frutteti e biondeggiar di campi che lasciano, ogni dì più, il glauco del grano in erba per farsi di un giallor delicato di paglia, di spighe mature, che il sole e il vento, piegando e investendo, fanno quasi di un bianco d’oro bianco. 
   Veramente i grani «biondeggiano», come dice Gesù, ora veramente biondi, dopo esser stati «biancheggianti» nel nascere, poi di un verde di prezioso gioiello mentre crescevano e spighivano. Ora il sole li prepara al morire dopo averli preparati al vivere. Né si sa se benedirlo di più ora che li conduce al sacrificio, o se quando, paterno, scaldava le zolle per far germinare il grano e dipingeva il pallore dello stelo, pur mo’ spuntato, del bel verde, pieno di vigoria e di promesse. 

 2 Gesù, che ha parlato di questo entrando in città ed accennando al luogo dell’incontro con la Samaritana e a quel discorso lontano (Vol 2 Cap 143), dice ai suoi apostoli, a tutti meno Giovanni che ha già preso il suo posto di consolatore presso Maria, tanto afflitta: «E non si compie ora ciò che allora ho detto? Entrammo qui ignoti e soli. Seminammo. Ora, guardate! Molta messe è nata da quel seme. E crescerà ancora e voi mieterete. E altri più di voi mieteranno…». 
   «E Tu no, Signore?», domanda Filippo. 
   «Io ho mietuto dove aveva seminato il mio Precursore. E poi ho seminato perché voi mieteste e seminaste col seme che vi avevo dato. Ma come Giovanni non mieté il seminato, così Io non mieterò questa messe. Noi siamo…». 
   «Che, Signore?», chiede turbato Giuda d’Alfeo. 
   «Le vittime, fratello mio. Ci vuole del sudore per rendere fertili i campi. Ma ci vuol sacrificio per rendere fertili i cuori. Noi si sorge, si lavora, si muore. Uno, dopo di noi, subentra, sorge, lavora, muore… E c’è chi miete ciò che noi abbeverammo col nostro morire». 
   «Oh! no! Non lo dire, Signor mio!», esclama Giacomo di Zebedeo. 
   «E tu, discepolo di Giovanni prima che mio, dici questo? Non ricordi le parole del tuo primo maestro? “Bisogna che Egli cresca ed io diminuisca”. Egli capiva la bellezza e giustizia del morire per dare ad altri la giustizia. Io non gli sarò inferiore». 
   «Ma Tu, Maestro, sei Tu: Dio! Egli era un uomo». 
   «Io sono il Salvatore. Come Dio devo essere più perfetto dell’uomo. Se Giovanni, uomo, seppe diminuire per far sorgere il vero Sole, Io non devo offuscare la luce del mio sole con nebbie di viltà. Devo lasciarvi limpido ricordo di Me. Perché voi procediate. Perché il mondo cresca nell’Idea cristiana. 

 3 Il Cristo se ne andrà, tornerà donde è venuto, e di là vi amerà seguendovi nel vostro lavoro, preparandovi il posto che sarà il vostro premio. Ma il Cristianesimo resta. Il Cristianesimo crescerà per il mio andare… e per quello di tutti coloro che, senza attaccamenti al mondo e alla vita terrena, sapranno, come Giovanni e come Gesù, andarsene… morire per far vivere». 
   «Allora Tu trovi giusto che ti sia data la morte?», chiede quasi con affanno l’Iscariota. 
   «Non trovo giusto che mi sia data la morte. Trovo giusto il morire per ciò che porterà il mio sacrificio. L’omicidio sarà sempre omicidio per chi lo compie, anche se ha valore e aspetto diverso per colui che è ucciso». 
   «Che vuoi dire?». 
   «Voglio dire che, se colui che è omicida comandato o forzato, quale un soldato in battaglia o un carnefice che deve ubbidire al magistrato o uno che si difende da un ladrone, non ha affatto sull’anima il crimine o ha un relativo crimine di uccisione di un suo simile, colui che senza ordine e necessità uccide un innocente, o coopera alla sua uccisione, va davanti a Dio col volto orrendo del Caino». 
   «Ma non potremmo parlare d’altro? Il Maestro ne soffre, tu fai gli occhi di un tormentato, noi si sembra all’agonia, se la Madre sente piange. Già ne fa del pianto dietro il suo velo! C’è tanto da parlare!… 

 4 Oh! ecco! Vengono i notabili. Questo vi farà tacere. La pace a voi! La pace a voi!». Pietro, che era un poco avanti e si era voltato per parlare, si inchina in saluti verso un folto gruppo di sichemiti pomposi che vengono verso Gesù. 
   «La pace a Te, Maestro. Le case che ti hanno ospitato l’altra volta sono pronte a riceverti, e molte altre con queste, per le discepole e chi è con Te. Verranno quelli che Tu hai beneficato di recente e la prima volta. Una sola mancherà, perché si è allontanata dal luogo per condurre vita di espiazione. Così disse, ed io lo credo, perché quando una donna si spoglia di tutto ciò che amava e respinge il peccato e dà i suoi beni ai poveri, è segno che veramente vuole seguire una vita nuova. Ma non saprei dirti dove è. Nessuno più la vide da quando lasciò Sichem. A un di noi sembrò vederla in veste di serva in un paese presso il Fialé. Un altro giura di averla riconosciuta vestita miseramente a Bersebea. Ma non è sicuro il loro dire. Chiamata col suo nome, non rispose, e fu sentita chiamar la donna Giovanna in un luogo, nell’altro Agar». 
   «Non è necessario sapere di più, fuorché che ella si è redenta. Ogni altra cognizione è vana e ogni ricerca indiscreta curiosità. Lasciate la vostra concittadina nella sua pace segreta, paghi solo che ella non sia più scandalo. Gli angeli del Signore sanno dove è per darle l’unico soccorso di che ella abbisogna, l’unico che non possa farle male all’anima…

 5 Usate carità alle donne, ché stanche sono, di condurle alle case. Domani Io vi parlerò. Oggi ascolterò voi tutti e accoglierò i malati». 
   «Non resti molto con noi? Non farai qui il sabato?». 
   «No. Il sabato lo farò altrove, in preghiera». 
   «Speravamo averti a lungo con noi…». 
   «Appena ho il tempo di tornare in Giudea per le feste. Vi lascerò gli apostoli e le donne, se vorranno rimanere, sino alla sera del sabato. Non guardatevi così. Voi lo sapete che Io devo onorare il Signore Iddio nostro più di ogni altro, perché l’essere ciò che Io sono non mi è esenzione dall’essere fedele alla Legge dell’Altissimo». 
   Si dirigono alle case, dove in ognuna entrano due discepole e un apostolo: Maria d’Alfeo e Susanna con Giacomo d’Alfeo, Marta e Maria con lo Zelote, Elisa e Niche con Bartolomeo, Salome e Giovanna con Giacomo di Zebedeo. Poi, in gruppo, vanno insieme Tommaso, Filippo, Giuda di Keriot e Matteo in un’altra casa; e Pietro, Andrea in un’altra; e Gesù con Giuda d’Alfeo e Giovanni entra con Maria, sua Madre, in quella dell’uomo che ha sempre parlato a nome dei cittadini. I seguaci e quelli di Efraim, Silo e Lebona, oltre altri che, pellegrini già diretti a Gerusalemme, si sono messi al seguito di Gesù, troncando il viaggio iniziato, si spargono in cerca di alloggio.

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!

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