Vangelo Gv 11, 19-27 – Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà».

Giovanna EspositoVangeloLeave a Comment

Vangelo Gv 11,19-27
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Oggi conserviamo nel nostro cuore queste parole del Vangelo:
«Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’

   Cap. DXLVIII. La risurrezione di Lazzaro.

   26 dicembre 1946.
 
 1 Gesù viene verso Betania da Ensemes. Devono aver fatto una marcia veramente faticosa su per i sentieri rompicollo dei monti Adomin. Gli apostoli, sfiatati, stentano a seguire Gesù che va rapidamente, come l’amore lo portasse sulle sue ali di fuoco. Gesù ha un sorriso radioso mentre procede avanti a tutti, a testa alta sotto i raggi tiepidi del sole meridiano.
   Prima che giungano alle prime case di Betania, lo vede un ragazzetto scalzo che va verso la fonte presso il paese con una brocca di rame vuota. Dà un grido. Posa la brocca in terra e via di corsa, con tutta la velocità delle sue gambette, verso l’interno del paese.
   «Certo va ad avvisare che Tu giungi», osserva Giuda Taddeo dopo aver sorriso come tutti della risoluzione… energica del ragazzino, che ha abbandonato anche la sua brocca alla mercé del primo che passa.

  2 La cittadina, vista così da presso la fonte, che è un poco più in alto del paese, appare quieta, come deserta. Solo il fumo bigio che si alza dai camini indica che nelle case sono le donne intente a preparare il pasto meridiano, e qualche grossa voce di uomo fra gli ulivi e i frutteti vasti e silenziosi avverte che gli uomini sono al lavoro. Ciononostante, Gesù preferisce prendere una viottola che passa alle spalle del paese per poter giungere da Lazzaro senza attirare l’attenzione dei cittadini.
   Sono quasi a mezzo tragitto quando si sentono alle spalle il ragazzetto di prima, che li sorpassa correndo e poi si punta in mezzo alla via a guardare Gesù, pensieroso…
   «La pace a te, piccolo Marco. Hai avuto paura di Me che sei fuggito?», chiede Gesù carezzandolo.
   «Io no, Signore, che non ho avuto paura. Ma siccome per molti giorni Marta e Maria hanno mandato servi sulle strade che vengono qui a vedere se venivi, ora che ti ho visto sono corso per dire che venivi…».
   «Hai fatto bene. Le sorelle si prepareranno il cuore a vedermi».
   «No, Signore. Le sorelle non si prepareranno nulla perché non sanno nulla. Non hanno voluto che lo dicessi. Mi hanno preso quando ho detto, entrando nel giardino: “C’è il Rabbi”, e mi hanno cacciato fuori dicendo: “Sei un bugiardo o uno stolto. Egli ormai non viene più perché ormai è certo che non può più fare il miracolo”. E perché io dicevo che eri proprio Tu, mi hanno dato due schiaffoni come ancora non ne avevo presi mai… Guarda qui che guance rosse. Mi bruciano! E mi hanno spinto via dicendo: “Questo per purificarti di aver guardato un demonio”. E io ti guardavo per vedere se eri diventato un demonio. Ma non lo vedo… Sei sempre il mio Gesù, bello come gli angeli che la mamma mi dice».
   Gesù si china a baciarlo sulle gotine schiaffeggiate dicendo: «Così ti passa il pizzicore. Ne ho dolore che per Me tu abbia sofferto…».
   «Io no, Signore, perché quegli schiaffi mi hanno fatto dare due baci da Te», e gli si attacca alle gambe sperandone altri.
   «Di’ un po’, Marco. Chi è che ti ha cacciato? Quei di Lazzaro?», chiede il Taddeo.
   «No. I giudei. Vengono per il cordoglio tutti i giorni. Sono tanti! Sono in casa e nel giardino. Vengono presto, vanno via tardi. Sembrano i padroni loro. Maltrattano tutti. Vedi che non c’è nessuno per le vie? I primi giorni si stava a vedere… ma poi… Ora solo noi bambini si gira per… Oh! la mia brocca! La mamma che aspetta l’acqua… Ora mi picchierà anche lei!…».
   Sorridono tutti della sua desolazione davanti alla prospettiva di altri schiaffi, e Gesù dice: «Vai allora svelto…».
   «È che… volevo entrare con Te e vederti fare il miracolo…», e termina: «…e vedere le loro facce… per vendicarmi degli schiaf­fi…».
   «Questo no. Non devi desiderare vendetta. Essere buono e perdonare devi… Ma la mamma aspetta l’acqua…».
   «Vado io, Maestro. So dove sta Marco. Spiegherò alla donna e ti raggiungerò…», dice Giacomo di Zebedeo correndo via.
   Si rimettono in cammino lentamente e Gesù tiene per mano il bambino gongolante…

 3 Eccoli alla cancellata del giardino. La costeggiano. Molte cavalcature stanno legate ad essa, sorvegliate dai servi dei singoli proprietari. Il bisbiglio che si leva da essi attira l’attenzione di qualche giudeo, che si volge verso il cancello aperto proprio nel momento che Gesù pone piede sul limitare del giardino.
   «Il Maestro!», dicono i primi che lo vedono, e questa parola scorre come un fruscio di vento da gruppo a gruppo, si propaga, va come un’onda, venuta da lontano a spezzarsi sulla riva, sin contro i muri della casa e vi penetra, certo portata dai molti giudei presenti, o da qualche fariseo, rabbi o scriba o sadduceo, sparsi qua e là.
   Gesù si inoltra molto lentamente mentre tutti, pur accorrendo da ogni parte, si scansano dal viale sul quale Egli cammina. E dato che nessuno lo saluta, Egli non saluta nessuno, come neppure conoscesse molti dei lì radunati a guardarlo con l’ira e l’odio negli sguardi, meno i pochi che, essendogli discepoli occulti, o per lo meno essendo di retto cuore anche se non lo amano come Messia, lo rispettano come un giusto. E questi sono Giuseppe, Nicodemo, Giovanni, Eleazaro, l’altro Giovanni scriba, visto per la moltiplicazione dei pani, e l’altro Giovanni ancora, che sfamò i discesi dal monte delle beatitudini, Gamaliele col figlio suo, Giosuè, Gioacchino, Mannaen, lo scriba Gioele di Abia, incontrato al Giordano nell’episodio di Sabea, Giuseppe Barnaba discepolo di Gamaliele, Cusa che guarda Gesù da lontano, un poco intimidito di rivederlo dopo lo sbaglio fatto, o forse preso dal rispetto umano che lo trattiene dal farsi avanti come amico. Certo è che né gli amici, o osservatori senz’astio, né i nemici salutano. E Gesù non saluta. Si è limitato ad un generico inchino mettendo piede sul viale. Poi ha proceduto diritto, come estraneo alla molta folla che ha d’intorno. Il ragazzetto gli cammina sempre al fianco nelle sue vesti di contadinello e coi piedini scalzi di bimbo povero, ma col viso luminoso di chi è in festa, gli occhietti neri, vispi, ben aperti a tutto vedere… e a sfidare tutti…

 4 Marta esce dalla casa fra un gruppo di giudei visitatori, fra i quali sono mescolati Elchia e Sadoc. Si fa solecchio con la mano per aiutare gli occhi stanchi di pianto, ai quali è penosa la luce, a vedere dove è Gesù. Lo vede. Si stacca da chi l’accompagna e corre verso Gesù, che è a pochi passi dalla vasca che brilla di bagliori, colpita come è dal sole. Si getta ai piedi di Gesù dopo il primo inchino e glieli bacia, mentre dice fra un grande scoppio di pianto: «La pace a te, Maestro!».
   Anche Gesù le ha detto, non appena l’ha vista vicina: «La pace a te!», ed ha alzato la mano a benedire lasciando andare quella del bambino, che viene preso per mano da Bartolomeo e tirato un poco indietro.
   Marta prosegue: «Ma pace per la tua serva non c’è più». Alza il viso verso Gesù stando ancora in ginocchio e con un grido di dolore, che si sente bene nel silenzio che si è fatto, esclama: «Lazzaro è morto! Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro?». Ha un involontario tono di rimprovero nel fare questa domanda. Poi torna al tono accasciato di chi non ha più forza per rimproverare e ha l’unico conforto del poter ricordare gli ultimi atti e desideri di un parente, al quale si è cercato di dare ciò che desiderava, e non c’è rimorso perciò in cuore: «Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro!… Ora vedi! Io sono dolente e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavamo! Speravamo tutto da Te!…».
   Un mormorio di compassione per la donna e di rimprovero per Gesù, un assentire al sottinteso pensiero: «e potevi esaudirci, perché noi lo meritiamo per l’amore che abbiamo per Te, e Tu invece ci hai delusi», scorre da gruppo a gruppo fra scuotii di teste o sguardi derisori. Solo i pochi occulti discepoli sparsi fra la folla presente hanno sguardi di compassione per Gesù che ascolta, molto pallido e mesto, la dolente che gli parla. Gamaliele, le braccia conserte al petto nella sua ampia e ricca veste di lana finissima ornata di fiocchi azzurri, un poco in disparte fra un gruppo di giovani in cui è suo figlio e Giuseppe Barnaba, guarda fissamente Gesù, senza odio e senza amore.
   Marta, dopo essersi asciugata il volto, riprende a parlare: «Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa». Una dolorosa, eroica professione di fede, detta con la voce che trema di pianto, con l’ansia che trema nello sguardo, con l’ultima speranza che trema nel cuore.
   «Tuo fratello risorgerà. Alzati, Marta».
   Marta si alza, rimanendo curva in venerazione davanti a Gesù al quale risponde: «Lo so, Maestro. Egli risorgerà all’ultimo giorno».
   «Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto, vivrà. E chi crede e vive in Me non morrà in eterno. Credi tu tutto questo?». Gesù, che prima aveva parlato con voce piuttosto bassa, unicamente a Marta, per dire queste frasi in cui proclama la sua potenza di Dio alza la voce, e il perfetto timbro di essa echeggia come uno squillo d’oro nel vasto giardino. Un fremito quasi di spavento scuote gli astanti. Ma poi alcuni ghignano scuotendo il capo.
   Marta, alla quale Gesù pare volere trasfondere speranza sempre più forte tenendole la mano appoggiata sulla spalla, alza il viso che teneva curvo. Lo alza verso Gesù fissando i suoi occhi addolorati nelle luminose pupille di Cristo e, stringendo le mani sul petto con un’ansia diversa, risponde: «Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto nel mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo.

 5 Ora vado ad avvertire Maria», e va via lesta scomparendo nella casa.
   Gesù resta dove è. Ossia, fa qualche passo avanti e si accosta all’aiuola che circonda la vasca, aiuola tutta imbrillantata, da quel lato, dal pulviscolo acqueo dello zampillo, che un lieve vento fa inclinare, come fosse un piumetto d’argento, verso quel lato; e pare perdersi, Gesù, nel contemplare i guizzi dei pesci sotto il velo dell’acqua limpida, i loro giuochi che mettono virgole d’argento e riflessi d’oro nel cristallo delle acque percosse dal sole.
   I giudei lo osservano. Si sono involontariamente separati in gruppi ben distinti. Da un lato, di fronte a Gesù, tutti quelli che gli sono nemici, divisi solitamente fra loro per spirito settario, ora concordi per osteggiare Gesù. Al suo fianco, dietro gli apostoli, ai quali si è riunito Giacomo di Zebedeo, Giuseppe, Nicodemo e gli altri di spirito benevolo. Più là, Gamaliele, sempre al suo posto e nella stessa posa, e solo, perché il figlio e i discepoli si sono separati da lui dividendosi fra i due gruppi principali per essere più vicini a Gesù.

 6 Col suo grido abituale: «Rabboni!», Maria esce dalla casa correndo a braccia tese verso Gesù e gettandoglisi ai piedi, che bacia singhiozzando forte. Diversi giudei, che erano in casa con lei e che l’hanno seguita, uniscono i loro pianti, di dubbia sincerità, a quelli di lei. Anche Massimino, Marcella, Sara, Noemi hanno seguito Maria e così tutti i servi, e i lamenti sono forti e alti. Io credo che nella casa non sia rimasto nessuno. Marta, vedendo piangere così Maria, piange forte lei pure.
   «La pace a te, Maria. Alzati! Guardami! Perché questo pianto simile a quello di chi non ha speranza?». Gesù si curva per dire piano queste parole, gli occhi negli occhi di Maria, che stando in ginocchio, rilassata sui calcagni, tende a Lui le mani in gesto di invocazione e non può parlare tanto è il suo singhiozzare. «Non ti ho detto di sperare oltre il credibile per vedere la gloria di Dio? È forse mutato il tuo Maestro per aver ragione di angosciarsi così?».
   Ma Maria non raccoglie le parole, che la vogliono già preparare alla gioia troppo forte dopo tanta angoscia, e grida, finalmente padrona della sua voce: «Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato! Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Io dovevo mostrargli ancora che lo amavo. Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l’ho angustiato il fratello mio! E ora! Ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto! Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù! Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!», e si riabbatte, la fronte sui piedi di Gesù, che vengono di nuovo lavati dal pianto di Maria, e geme: «Perché hai fatto questo, o Signore?! Anche per quei che ti odiano e che godono di quanto avviene… Perché hai fatto questo, Gesù?!». Ma non è rimprovero nel tono di Maria come lo ha avuto Marta, ma ha solo l’angoscia di chi, oltre il suo dolore di sorella, ha anche quello di discepola che sente sminuito nel cuore di molti il concetto sul suo Maestro.
   Gesù, molto curvo per raccogliere queste parole mormorate con la faccia al suolo, si rialza e dice forte: «Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell’amico fedele… per averlo dovuto lasciar morire…».
   Oh! che sogghigno e che sguardi di livido giubilo sono sui volti dei nemici di Cristo! Lo sentono vinto e gioiscono, mentre gli amici si fanno sempre più tristi.
   Gesù dice ancor più forte: «Ma Io ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che Io ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni.

 7 Andiamo da Lazzaro. Dove lo avete posto?». Gesù, più che Maria e Marta, che non parlano, prese come sono da un pianto più forte, interroga tutti gli altri, specie quelli che, usciti di casa con Maria, sembrano i più turbati. Forse sono parenti più anziani, non so.
   E questi rispondono a Gesù, visibilmente afflitto: «Vieni e vedi», e si avviano verso il luogo del sepolcro che è ai termini del frutteto, là dove il suolo ha delle ondulazioni e delle vene di roccia calcarea che affiorano dal suolo.
   Marta, al fianco di Gesù che ha forzato Maria ad alzarsi e che la guida, perché essa è accecata dal gran pianto, indica con la mano a Gesù dove è Lazzaro, e quando sono presso al luogo dice anche: «È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto», e accenna alla pietra posta obliquamente sulla bocca del sepolcro.
   Gesù, per andare là, seguito da tutti, è dovuto passare davanti a Gamaliele. Ma né Lui né Gamaliele si sono salutati. Gamaliele si è poi unito agli altri, fermandosi, come tutti i più rigidi farisei, a qualche metro dal sepolcro, mentre Gesù va avanti, molto vicino ad esso, insieme alle sorelle, Massimino e quelli che forse sono i parenti. Gesù contempla la pesante pietra, che fa da porta al sepolcro e da ostacolo pesante fra Lui e l’amico estinto, e piange. Il pianto delle sorelle aumenta, e così quello degli intimi e famigliari.

 8 «Levate quella pietra», grida Gesù ad un tratto, dopo aver asciugato il suo pianto.
   Tutti hanno un movimento di stupore, e un mormorio scorre per l’assembramento, che si è aumentato di alcuni betaniti che sono entrati nel giardino e si sono accodati agli ospiti. Vedo alcuni farisei che si toccano la fronte scuotendo il capo come per dire: «È pazzo!».
   Nessuno eseguisce l’ordine. Anche nei più fedeli vi è della titubanza, della ripulsione a farlo. Gesù ripete più forte il suo ordine, facendo sbigottire più ancora la gente che, presa da due sentimenti opposti, ha un movimento come per fuggire e, subito dopo, uno di accostarsi di più per vedere, sfidando il prossimo fetore del sepolcro che Gesù vuole aperto.
   «Maestro, non è possibile», dice Marta sforzandosi di trattenere il pianto per parlare. «Già da quattro giorni è là sotto. E Tu sai di che male è morto! Solo il nostro amore lo poteva curare… Ora certo egli puzza già fortemente nonostante gli unguenti… Che vuoi vedere? La sua putredine?… Non si può… anche per l’impurità della corruzione e…».
   «Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!». È un grido di volere divino…
   Un «oh!» sommesso esce da tutti i petti. I volti sbiadiscono. Qualcuno trema come se fosse passato su tutti un vento gelido di morte.
   Marta fa un cenno a Massimino, e questo ordina ai servi di prendere gli arnesi atti a smuovere la pietra pesante.
   I servi vanno via lesti per tornare con picconi e leve robuste. E lavorano, insinuando le punte dei picconi lucenti fra la roccia e la pietra, e poscia sostituendo i picconi con le leve robuste, e infine sollevando attenti la pietra facendola scivolare da un lato e strascicandola poi cautamente contro la parete rocciosa. Un fetore ammorbante esce dal cunicolo oscuro, facendo arretrare tutti.
   Marta chiede sottovoce: «Maestro, vuoi scendere là? Se sì, occorrono torce…». Ma è livida al pensiero di doverlo fare.

 9 Gesù non le risponde. Alza gli occhi al cielo, apre le braccia a croce e prega con voce fortissima, scandendo le parole: «Padre! Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l’ho detto per questi che sono qui presenti, per il popolo che mi circonda, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato!».
   Resta ancora così qualche momento, e pare rapito in una estasi tanto è trasfigurato, mentre senza più suono dice altre segrete parole di preghiera o di adorazione. Non so. Quello che so è che è così trasumanato che non lo si può guardare senza sentirsi tremare il cuore in petto. Sembra farsi, da corpo, luce, spiritualizzarsi, alzarsi di statura e anche da terra. Pur conservando i suoi colori di capelli, occhi, pelle, vesti, non come durante la trasfigurazione del Tabor, durante la quale tutto divenne luce e candore abbagliante, pare emanare luce e tutto di Lui divenire luce. La luce pare fargli un alone intorno, specie intorno al volto levato al cielo, rapito in contemplazione certo del Padre.
   Sta così qualche tempo, poi torna Lui, l’Uomo, ma di una maestà potente. Si avanza sino alla soglia del sepolcro. Sposta le braccia — che sino a quel momento aveva tenuto aperte a croce, a palme volte al cielo — in avanti, a palme verso terra, e le mani sono perciò già dentro al cunicolo del sepolcro e biancheggiano nella nerezza che colma il cunicolo. Egli sprofonda il fuoco azzurro dei suoi occhi, il cui bagliore di miracolo è oggi insostenibile, in quella nerezza muta, e con voce potente, con un grido più forte di quando sul lago comandò al vento di cadere, con una voce quale in nessun miracolo gli ho sentito, grida: «Lazzaro! Vieni fuori!». La voce si ripercuote per eco nel cavo sepolcrale e si spande uscendone poi per tutto il giardino, si ripercuote contro i dislivelli delle ondulazioni di Betania, io credo che vada sino alle prime balze collinose oltre i campi e di là torni, ripetuta e sommessa, come comando che non può cadere. Certo è che da infinite parti si riode: «fuori! fuori! fuori!».
   Tutti hanno un più intenso brivido e, se la curiosità inchioda tutti ai loro posti, i volti sbiancano e gli occhi si spalancano, mentre le bocche si socchiudono involontariamente, con l’urlo dello stupore già nella strozza.
   Marta, un poco indietro e di fianco, è come affascinata a guardare Gesù. Maria cade in ginocchio, lei che non si è mai scostata dal suo Maestro, cade in ginocchio sul limitare del sepolcro, una mano sul petto a frenare i palpiti del cuore, l’altra che inconsciamente e convulsamente tiene un lembo del mantello di Gesù, e si capisce che trema perché il mantello ha lievi scosse impresse dalla mano che lo tiene.

 10Un che di bianco pare emergere dal fondo profondo del cunicolo. Prima è appena una piccola linea convessa, poi si muta in un che di ovale, poi all’ovale si sottopongono linee più ampie, più lunghe, sempre più lunghe. E il già morto, stretto nelle sue fasce, viene avanti lentamente, sempre più visibile, fantomatico, impressionante.
   Gesù arretra, arretra, insensibilmente ma continuamente, più quello avanza. La distanza fra i due è perciò sempre uguale.
   Maria è costretta a lasciare il lembo del manto, ma non si muove da dove è. La gioia, l’emozione, tutto, l’inchiodano al posto dove era.
   Un «oh!» sempre più netto esce dalle gole chiuse prima da uno spasimo di attesa, da sussurro appena distinto si muta in voce, da voce in un grido potente.
   Lazzaro è ormai sul limitare e si ferma là rigido, muto, simile ad una statua di gesso appena sbozzata, perciò informe, una lunga cosa, sottile nel capo, sottile nelle gambe, più larga nel tronco, macabra come la morte stessa, spettrale nel biancore delle fasce contro lo sfondo scuro del sepolcro. Al sole che lo investe, le fasce appaiono qua e là già colanti putredine.
   Gesù grida forte: «Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo».
   «Maestro!…», dice Marta e vorrebbe forse dire di più, ma Gesù la guarda fisso, soggiogandola col suo fulgido sguardo, e dice: «Qui! Subito! Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare». Ordina, e non si volge mai a guardare chi ha alle spalle e intorno. Il suo occhio guarda soltanto Lazzaro, Maria che è vicina al risorto, incurante del ribrezzo che dànno a tutti le bende marciose, e Marta che ansima come le scoppiasse il cuore e non sa se gridare la sua gioia o se piangere…

 11I servi si affrettano ad eseguire. Noemi corre via per prima, e per prima torna con le vesti che tiene a cavalcioni del braccio. Alcuni slegano i lacci delle fasce dopo essersi rimboccate le maniche e cinte le vesti perché non tocchino la putredine colante. Marcella e Sara tornano con anfore di odori, seguite da servi, chi con catini e brocche fumanti d’acque calde e chi con vassoi, tazze colme di latte, e vino, frutta, focacce coperte di miele.
   Le bende basse e lunghissime, di lino, mi pare, con le cimosse ai due lati, certo tessute per quell’uso, si srotolano come rotoli di fettucce da una grande bobina e si accumulano al suolo, pesanti di aromi e di marciume. I servi le scansano usando dei bastoni. Hanno iniziato dal capo, eppure anche là è marciume, certo scolato dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Il sudario messo sul volto è tutto zuppo di questi scoli e il volto di Lazzaro, che appare pallidissimo, scheletrito, con gli occhi tenuti chiusi dalle manteche messe nelle orbite, coi capelli appiccicati e così pure la barbetta rada sul mento, ne è bruttato. Cade lentamente il lenzuolo, la sindone messa intorno al corpo, man mano che le bende scendono, scendono, scendono, liberando il tronco che avevano costretto per dei giorni e rendendo forma umana a ciò che prima avevano reso simile ad una grande crisalide. Le spalle ossute, le braccia scheletrite, le coste appena coperte di pelle, il ventre infossato appaiono lentamente. E man mano che le bende cadono, le sorelle, Massimino, i servi, si affannano a levare il primo strato di sudiciume e di balsami, e insistono sinché, con acque sempre mutate e rese detergenti dagli aromi aggiunti alle acque, la pelle non appare netta.

 12Lazzaro, quando gli liberano il volto e può guardare, dirige il suo sguardo a Gesù prima ancora che alle sorelle, e si smemora e astrae da tutto ciò che avviene nel guardare, con un sorriso d’amore sulle labbra pallide e un luccichio di pianto nelle occhiaie fonde, il suo Gesù. Anche Gesù gli sorride ed ha una lucentezza di pianto nell’angolo dell’occhio, ma senza parlare dirige lo sguardo di Lazzaro al cielo, e Lazzaro comprende e muove le labbra in una silenziosa preghiera.
   Marta crede che voglia dire qualcosa e ancor non abbia voce e chiede: «Che mi dici, Lazzaro mio?».
   «Nulla, Marta. Ringraziavo l’Altissimo». La pronuncia è sicura, forte la voce. La gente ha un nuovo «oh!» di stupore.
   Ormai lo hanno liberato sino ai fianchi, liberato e pulito. E possono rivestirlo della tunica corta, una specie di camiciola che supera l’inguine ricadendo sulle cosce.
   Lo fanno sedere per slegargli e lavargli le gambe. Come esse appaiono, Marta e Maria gridano forte accennando le gambe e le fasce. E, se sulle fasce strette alle gambe e sulla sindone posta sotto le fasce gli scoli putridi sono tanto abbondanti da far rivoli sulle tele, le gambe appaiono cicatrizzate affatto. Solo le cicatrici rosso-cianotiche sono a indicare dove erano le cancrene.
   La gente, tutta, grida più forte di stupore; Gesù sorride, e sorride Lazzaro che si guarda per un attimo le gambe guarite, e poi si torna ad astrarre guardando Gesù. Pare che non si possa saziare di vederlo. I giudei, farisei, sadducei, scribi, rabbi, si fanno avanti, cauti per non contaminarsi le vesti. Guardano ben da vicino Lazzaro. Guardano ben da vicino Gesù. Ma né Lazzaro né Gesù si occupano di loro. Si guardano. E tutto il resto è nulla.

 13Ecco che vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza in piedi, agile, sicuro. Prende la veste che Marta gli porge, da sé se l’infila, si lega la cintura, si aggiusta le pieghe. Eccolo, magro e pallido, ma uguale a tutti. Si lava ancora le mani e le braccia sino al gomito, rimboccandosi le maniche. E poi, con nuova acqua, di nuovo il volto e il capo, sinché non si sente affatto netto. Si asciuga capelli e volto, rende l’asciugatoio al servo e va diritto da Gesù. Si prostra. Gli bacia i piedi.
   Gesù si curva, lo rialza, lo stringe al cuore dicendogli: «Ben tornato, amico mio. La pace sia teco e la gioia. Vivi per compiere la tua felice sorte. Alza il tuo volto, che Io ti dia il bacio di saluto». E lo bacia, ricambiato da Lazzaro, sulle guance.
   Soltanto dopo aver venerato e baciato il Maestro, Lazzaro parla alle sorelle e le bacia, e poi bacia Massimino e Noemi che piangono di gioia, e alcuni di quelli che credo siano imparentati con la casa o amici intimissimi. Poi bacia Giuseppe, Nicodemo, Simone Zelote e qualche altro.
   Gesù va personalmente da un servo, che ha sulle braccia un vassoio con del cibo, e prende una focaccia con del miele, una mela, una coppa di vino e le offre a Lazzaro, dopo averle offerte e benedette, perché se ne ristori. E Lazzaro mangia col sano appetito di uno che sta bene. Tutti hanno ancora un «oh!» di stupore.

 14Gesù sembra che non veda che Lazzaro, ma in realtà osserva tutto e tutti, e vedendo che con gesti d’ira Sadoc con Elchia, Canania, Felice, Doras e Cornelio e altri stanno per allontanarsi, dice forte: «Attendi un momento, o Sadoc. Devo dirti una parola. A te e ai tuoi». Quelli si fermano con un ceffo da delinquenti. Giuseppe d’Arimatea ha un atto di sgomento e fa cenno allo Zelote di trattenere Gesù.
 Ma Egli sta già andando verso il gruppo astioso e già dice forte: «Ti basta, o Sadoc, quanto hai visto? Mi hai detto un giorno che per credere avevi bisogno, tu e i tuoi uguali, di vedere ricomporsi un morto disfatto in sanità. Sei sazio della putredine vista? Sei capace di confessare che Lazzaro era morto e che ora è vivo e sano come non era da anni? Lo so. Voi siete venuti qui a tentare costoro, a mettere in loro maggior dolore e il dubbio. Voi siete venuti qui a cercarmi, sperando trovarmi nascosto nella stanza del morente. Voi siete venuti qui non per sentimento di amore e desiderio di onorare l’estinto, ma per assicurarvi che Lazzaro era realmente morto, e avete continuato a venire giubilando sempre più, più il tempo passava. Se le cose fossero andate come speravate, come ormai credevate che andassero, avreste avuto ragione di giubilare. L’Amico che guarisce tutti, ma non guarisce l’amico. Il Maestro che premia tutte le fedi, ma non quelle dei suoi amici di Betania. Il Messia impotente davanti alla realtà di una morte. Questo era ciò che vi dava ragione di giubilare. Ma ecco. Dio vi ha risposto. Nessun profeta ha mai potuto riunire ciò che era sfatto, oltre che morto. Dio lo ha fatto. Ecco là la testimonianza viva di ciò che Io sono. Un giorno fu che Dio prese del fango e ne fece una forma e vi alitò lo spirito vitale e l’uomo fu. Io ero a dire: “Si faccia l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Perché Io sono il Verbo del Padre. Oggi, Io, Verbo, ho detto a ciò che è ancor meno del fango, alla corruzione: “Vivi”, e la corruzione si è tornata a comporre in carne, e in carne integra, viva, palpitante. Eccola là che vi guarda. E alla carne ho ricongiunto lo spirito giacente da giorni nel seno d’Abramo. L’ho richiamato col mio volere perché tutto Io posso, Io il Vivente, Io il Re dei re cui sono soggette tutte le creature e le cose. Or che mi rispondete?».
   È davanti a loro, alto, sfolgorante di maestà, veramente Giudice e Dio. Essi non rispondono.
   Egli incalza: «Non vi basta ancora per credere, per accettare l’ineluttabile?».
   «Non hai mantenuto che una parte della promessa. Questo non è il segno di Giona…», dice aspro Sadoc.
   «Avrete anche quello. L’ho promesso e lo mantengo», dice il Signore. «E un altro qui presente, che attende un altro segno, lo avrà. E poiché è un giusto, lo accetterà. Voi no. Voi rimarrete ciò che siete».

 15Fa un mezzo giro su Se stesso e vede Simone, il sinedrista figlio di Elianna. Lo fissa. Lo fissa. Lascia in asso quelli di prima e, giunto viso a viso con lui, gli dice, a voce bassa ma incisiva: «Buon per te che Lazzaro non ricordi il suo soggiorno fra i morti! Che ne hai fatto di tuo padre, o Caino?».
   Simone fugge con un grido di paura, che poi si muta in un urlo di maledizione: «Che Tu sia maledetto, o Nazareno!», al che Gesù risponde: «La tua maledizione sale al Cielo e dal Cielo l’Altissimo te la riscaglia. Sei segnato del marchio, o sciagurato!».
   Torna indietro fra i gruppi stupiti, spaventati quasi. Incontra Gamaliele che si dirige verso la via. Lo guarda, e Gamaliele guarda Lui. Gesù gli dice senza fermarsi: «Stai pronto, o rabbi. Il segno presto verrà. Non mento mai».

 16Il giardino si svuota lentamente. I giudei sono sbalorditi, ma i più sprizzano ira da ogni poro. Se gli sguardi potessero incenerire, Gesù sarebbe da molto polverizzato. Parlano, discutono fra loro, andandosene, così ormai sconvolti dalla sconfitta avuta da non saper più celare sotto una ipocrita apparenza di amicizia lo scopo della loro presenza qui. Se ne vanno senza salutare né Lazzaro né le sorelle.
   Restano indietro alcuni che sono conquistati al Signore dal miracolo. Fra questi è Giuseppe Barnaba, che si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo adora. Un altro è lo scriba Gioele di Abia, che fa la stessa cosa prima di partire a sua volta. E altri ancora che non conosco, ma che devono essere influenti.
   Lazzaro intanto, circondato dai suoi più intimi, si è ritirato in casa. Giuseppe, Nicodemo e gli altri buoni salutano Gesù e se ne vanno. Partono, con profondi saluti, i giudei che stavano presso Marta e Maria. I servi chiudono il cancello. La casa torna in pace.

 17Gesù si guarda intorno. Vede fumare e rosseggiare in fondo al giardino, là verso il sepolcro. Gesù, solo, ritto in mezzo ad un sentiero, dice: «La putredine che viene annullata dal fuoco… La putredine della morte… Ma quella dei cuori… di quei cuori nessun fuoco l’annullerà… Neppure il fuoco dell’Inferno. Sarà eterna… Che orrore!… Più della morte… Più della corruzione… E… Ma chi ti salverà, o Umanità, se tanto ami essere corrotta? Vuoi essere corrotta. E Io… Io ho strappato al sepolcro un uomo con una parola… E con un mare di parole… e uno di dolori non potrò strappare al peccato l’uomo, gli uomini, milioni di uomini». Si siede e si copre il volto con le mani, accasciato…
   Lo vede un servo che passa. Va in casa. Dopo poco esce di casa Maria. Va da Gesù, leggera come non toccasse il suolo. L’avvicina, dice piano: «Rabboni, sei stanco… Vieni, o mio Signore. I tuoi apostoli stanchi sono andati nell’altra casa, tutti meno Simone lo Zelote… Piangi, Maestro? Perché?…».
   Si inginocchia ai piedi di Gesù… l’osserva… Gesù la guarda. Non risponde. Si alza e si dirige verso la casa, seguito da Maria.

 18Entrano in una sala. Lazzaro non c’è, e non c’è lo Zelote. Ma Marta c’è, felice, trasfigurata di gioia. Si volge a Gesù spiegando: «Lazzaro è andato al bagno. Per purificarsi ancora. Oh! Maestro! Maestro! Che dirti?». Lo adora con tutta se stessa. Nota la tristezza di Gesù e dice: «Sei triste, Signore? Non sei felice che Lazzaro…». Le viene un sospetto: «Oh! Tu sei serio con me. Ho peccato. È vero».
   «Abbiamo peccato, sorella», dice Maria.
   «No. Tu no. Oh! Maestro, Maria non ha peccato. Maria ha saputo ubbidire. Io sola ho disubbidito. Io ti ho mandato a chiamare perché… perché non potevo più sentire che essi insinuassero che Tu non eri il Messia, il Signore… e non potevo più vedere quel soffrire… Lazzaro ti voleva tanto. Ti chiamava tanto… Perdonami, Gesù».
   «E tu non parli, Maria?», interroga Gesù.
   «Maestro… io… Io non ho sofferto allora altro che come donna. Soffrivo perché… Marta, giura, giura qui, davanti al Maestro, che mai, mai dirai a Lazzaro il suo delirio… Maestro mio… io ti ho conosciuto del tutto, o divina Misericordia, nelle ultime ore di Lazzaro. Oh! mio Dio! Ma come mi hai amata Tu, Tu che mi hai perdonata, Tu, Dio, Tu, Puro, Tu…, se mio fratello, che pur mi ama, che però è uomo, soltanto uomo, non ha in fondo al cuore perdonato tutto?! No. Dico male. Non ha dimenticato il mio passato e, quando la debolezza del morire ha ottuso in lui la sua bontà che io credevo dimenticanza del passato, egli ha urlato il suo dolore, il suo sdegno per me… Oh!…». Maria piange…
   «Non piangere, Maria. Dio ti ha perdonata e ha dimenticato. L’anima di Lazzaro pure ha perdonato e ha dimenticato, ha voluto dimenticare. L’uomo non ha potuto tutto dimenticare. E quando la carne ha dominato col suo spasimo estremo la volontà illanguidita, l’uomo ha parlato».
   «Non ne ho sdegno, Signore. Mi ha servito ad amarti di più e ad amare ancor più Lazzaro. È stato da quel momento però che io pure ti ho desiderato… perché era troppo angoscioso pensare Lazzaro morto senza pace per causa mia… e dopo, dopo, quando ti ho visto schernito dai giudei… quando ho visto che Tu non venivi neppur dopo la morte, neppur dopo che io ti avevo ubbidito sperando oltre il credibile, sperando fin quando il sepolcro si aprì a riceverlo, allora anche il mio spirito ha sofferto. Signore, se avevo da espiare, e certo lo avevo, io ho espiato, Signore…».
   «Povera Maria! Conosco il tuo cuore. Tu hai meritato il miracolo, e ciò ti affermi nel saper sperare e credere».
   «Mio Maestro, io spererò e crederò sempre ormai. Io non dubiterò più, mai più, Signore. Io vivrò di fede. Tu mi hai dato la capacità di credere l’incredibile».
   «E tu, Marta? Tu hai imparato? No. Non ancora. Sei la mia Marta. Ma non sei ancora la mia perfetta adoratrice. Perché agisci e non contempli? È più santo. Tu vedi? La tua forza, perché troppo volta a cose terrene, ha ceduto alla constatazione dei fatti terreni che sembrano talora senza rimedio. In verità non hanno rimedio le terrene cose se Dio non interviene. La creatura per questo ha bisogno di saper credere e contemplare. Di amare sino all’estremo delle forze di tutto l’uomo, con il pensiero, l’anima, la carne, il sangue; con tutte le forze dell’uomo, ripeto. Io ti voglio forte, Marta. Io ti voglio perfetta. Non hai saputo ubbidire perché non hai saputo credere e sperare completamente, e non hai saputo credere e sperare perché non hai saputo amare totalmente. Ma Io te ne assolvo. Ti perdono, Marta. Ho risuscitato Lazzaro oggi. Ora ti do un cuore più forte. A lui ho reso la vita. A te infondo la forza dell’amare, credere e sperare perfettamente. Ora siate felici e in pace. Perdonate a chi vi ha offese in questi giorni…».
   «Signore, in questo io ho peccato. Poco fa, al vecchio Canania che ti aveva schernito gli altri giorni, ho detto: “Chi ha trionfato? Tu o Dio? Il tuo scherno o la mia fede? Cristo è il Vivente ed è la Verità. Io lo sapevo che la sua gloria sarebbe rifulsa più grande. E tu, vecchio, rifatti l’anima, se non vuoi conoscere la morte”».
   «Hai detto bene. Ma non contendere coi malvagi, Maria. E perdona. Perdona se mi vuoi imitare…

 19Ecco Lazzaro. Ne sento la voce».
   Infatti Lazzaro entra, rivestito di nuovo e tutto rasato sulle guance, coi capelli regolati e odorosi di essenze. Con lui sono Massimino e lo Zelote.
   «Maestro!». Lazzaro si inginocchia, ancora adorando.
   Gesù gli pone la mano sul capo e sorride dicendo: «La prova è superata, amico mio. Per te e le sorelle. Ora siate felici e forti a servire il Signore. Che ti ricordi, amico, del passato? Voglio dire delle tue ore estreme?».
   «Un grande desiderio di vederti ed una grande pace fra l’amor delle sorelle».
   «E che ti doleva più di lasciare morendo?».
  «Te, Signore, e le sorelle. Te per non poterti servire, esse perché mi hanno dato ogni gioia…».
   «Oh! io, fratello!», sospira Maria.
   «Tu più di Marta. Tu mi hai dato Gesù e la misura di ciò che è Gesù. E Gesù ti ha data a me. Tu sei il dono di Dio, Maria».
   «Lo dicevi anche morendo…», dice Maria e studia il volto del fratello.
   «Perché è il mio costante pensiero».
   «Ma io ti ho dato tanto dolore…».
   «Anche la malattia ha dato dolore. Ma per essa spero avere espiato le colpe del vecchio Lazzaro e d’essere risorto, purificato per essere degno di Dio. Tu ed io, i due risorti per servire il Signore, e Marta fra noi, lei che fu sempre la pace della casa».
   «Lo senti, Maria? Lazzaro dice parole di sapienza e verità. Ora Io mi ritiro e vi lascio alla vostra gioia…».
   «No, Signore. Tu resti. Con noi. Qui. Resti a Betania e nella mia casa. Sarà bello…».
   «Resterò. Ti voglio compensare di tutto quanto hai patito. Marta, non essere triste. Marta pensa di avermi addolorato. Ma la mia pena non è per voi quanto per coloro che non si vogliono redimere. Essi odiano sempre più. Hanno il veleno nel cuore… Ebbene… perdoniamo».
   «Perdoniamo, Signore», dice Lazzaro col suo mite sorriso…
            E su questa parola tutto ha fine.

 20In margine alla risurrezione di Lazzaro e in rapporto a una frase di S. Giovanni. Dice Gesù:
 «Nel Vangelo di Giovanni, così come lo si legge ormai da secoli, è scritto: “Gesù non era ancora entrato nel villaggio di Betania” (Giov. c. 11v. 30). A prevenire possibili obiezioni faccio notare che fra questa frase e quella dell’Opera, che Io incontrai Marta a pochi passi dalla vasca nel giardino di Lazzaro, non ci sono contraddizioni di fatto ma solo di traduzione e descrizione. Betania era per tre quarti di Lazzaro. Così come Gerusalemme era per molta parte sua. Ma parliamo di Betania. Essendo per tre quarti di Lazzaro, poteva dirsi: Betania di Lazzaro. Perciò non sarebbe sbagliato il testo se anche Io avessi incontrato Marta nel villaggio o alla fonte, come alcuni vogliono dire. Ma in verità Io non ero entrato nel villaggio per evitare l’accorrere dei betaniti, tutti ostili a quelli del Sinedrio. Ero passato alle spalle di Betania per raggiungere la casa di Lazzaro, che era all’estremo opposto di chi entrava in Betania da Ensemes. Giustamente perciò Giovanni dice che Gesù non era entrato ancora nel villaggio. E ugualmente giusto dice il piccolo Giovanni dicendo che mi ero fermato presso la vasca (fonte per gli ebrei) già nel giardino di Lazzaro, ma molto lontano ancora dalla casa. Considerino inoltre che, durando il tempo del lutto e del­l’impurità (ancora non era il settimo dì dopo la morte), le sorelle non uscivano dalla casa. Perciò nel recinto della stessa loro proprietà è avvenuto l’incontro. Notare che il piccolo Giovanni dice della venuta dei betaniti nel giardino solo quando Io già ordino di levare la pietra. Prima Betania non sapeva che ero a Betania, e solo quando se ne sparse la voce accorsero da Lazzaro».
 21Dice Gesù: «Può essere messo qui il dettato del 23-3-44 a commento della risurrezione di Lazzaro» (fascicolo r pag. 20).

   23 marzo 1944.
 
 22Dice Gesù:
   «Avrei potuto intervenire in tempo per impedire la morte di Lazzaro. Ma non lo volli fare. Sapevo che questa risurrezione sarebbe stata un’arma a doppio taglio, perché avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso sempre più astiosi quelli di pensiero non retto. Da questi, e sotto quest’ultimo colpo del mio potere, sarebbe venuta la mia sentenza di morte. Ma ero venuto per questo, e l’ora era ormai matura perché ciò si compisse. Avrei anche potuto accorrere subito. Ma avevo bisogno di persuadere, con la risurrezione da una putredine già avanzata, gli increduli più ostinati. E anche i miei apostoli che, destinati a portare la mia fede nel mondo, avevano bisogno di possedere una fede temprata da miracoli di prima grandezza.
   Negli apostoli era tanta umanità. L’ho già detto. Non era questo un ostacolo insormontabile, era anzi una logica conseguenza della loro condizione di uomini chiamati ad esser miei in età già adulta. Non si cambia una mentalità, una forma mentis dall’oggi al domani. Né Io, nella mia sapienza, volli scegliere ed educare dei bambini e crescerli secondo il mio pensiero per fare di essi i miei apostoli. Lo avrei potuto fare. Non lo volli fare, perché le anime non mi rimproverassero di aver sprezzato coloro che non sono innocenti e portassero a loro discolpa e scusante che Io pure avevo significato con la mia scelta che coloro che sono già formati non possono mutare. No. Tutto si può mutare, se si vuole. E infatti Io di pusillanimi, di rissosi, di usurai, di sensuali, di increduli feci dei martiri e dei santi, degli evangelizzatori del mondo. Solo colui che non volle non mutò.

 23Io ho amato e amo le piccolezze e le debolezze — tu ne sei un esempio — purché in esse ci sia la volontà di amarmi e di seguirmi, e di questi “nulla” faccio i miei prediletti, i miei amici, i miei ministri. Tuttora me ne servo, ed è un miracolo continuo che opero, per portare gli altri a credere in Me, a non uccidere le possibilità di miracolo. Come è languente ora questa possibilità! Come lume a cui manca l’olio, essa agonizza e muore, uccisa dalla scarsa o dalla mancante fede nel Dio del miracolo.
   Vi sono due forme di prepotenza nel chiedere il miracolo. Ad una Dio si piega con amore. All’altra volge le spalle sdegnato. La prima è quella che chiede, come ho insegnato a chiedere, senza sfiducia e stanchezza, e che non ammette che Dio non la possa ascoltare, perché Dio è buono e chi è buono esaudisce, perché Dio è potente e tutto può. Questa è amore, e Dio concede a chi ama. L’altra è la prepotenza dei ribelli che vogliono che Dio sia loro servo e che alle loro cattiverie umilii Se stesso e dia quello che loro non danno a Lui: amore e ubbidienza. Questa forma è una offesa che Dio punisce col negare le sue grazie.
   Vi lamentate che Io non compio più i miracoli collettivi. Come li potrei compire? Dove sono le collettività che credono in Me? Dove i veri credenti? Quanti i veri credenti in una collettività? Come superstiti fiori in un bosco arso da un incendio, ne vedo uno ogni tanto di spiriti credenti. Il resto l’ha arso Satana con le sue dottrine. E sempre più lo arderà.

 24Vi prego, per vostra regola soprannaturale, a tenere presente la mia risposta a Tommaso. Non si può essere miei veri discepoli se non si sa dare alla vita umana quel peso che merita, di mezzo per conquistare la Vita vera, e non di fine. Colui che vorrà salvare la sua vita in questo mondo perderà la Vita eterna. L’ho detto e lo ripeto. Che sono le prove? La nuvola che passa. Il Cielo resta e vi attende oltre la prova.
   Io ho conquistato il Cielo per voi con il mio eroismo. Voi dovete imitarmi. L’eroismo non è solo serbato a coloro che devono conoscere il martirio. La vita cristiana è un perpetuo eroismo, perché è una perpetua lotta contro il mondo, il demonio e la carne. Io non vi forzo a seguirmi. Vi lascio liberi. Ma ipocriti non vi voglio. O con Me e come Me, o contro Me. Già non mi potete ingannare. Me non mi potete ingannare. Ed Io non addivengo ad alleanze col Nemico. Se voi lo preferite a Me, non potete pensare di avere contemporaneamente Me per Amico. O lui o Io. Scegliete.

 25Il dolore di Marta è diverso da quello di Maria per la diversa psiche delle due sorelle e per la condotta diversa avuta dalle stesse. Felici coloro che si conducono in modo da non avere rimorso di aver addolorato uno che ora è morto e che non si può più consolare del dolore datogli. Ma come più felice chi non ha il rimorso di avere addolorato il suo Dio, Me, Gesù, e non teme il mio incontro, ma anzi lo sospira come gioia ansiosamente sognata per tutta la vita e infine raggiunta.
   Io sono il vostro Padre, Fratello, Amico. Perché dunque tante volte mi ferite? Sapete voi quanto ancora vi resta da vivere? Vivere per riparare? Non lo sapete. E allora, ora per ora, giorno per giorno, agite bene. Sempre bene. Mi farete sempre felice. E se anche il dolore verrà a voi, perché il dolore è santificazione, è la mirra che preserva dalla putredine della carnalità, avrete sempre in voi la certezza che Io vi amo — e che vi amo anche in quel dolore — e la pace che viene dal mio amore. Tu, piccolo Giovanni, lo sai se Io so consolare anche nel dolore.

 26Nella mia preghiera al Padre è ripetuto quanto ho detto in principio: era necessario scuotere con un miracolo principale l’opacità dei giudei e del mondo in genere. E la risurrezione di uno sepolto da quattro giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica, ripugnante, conosciuta malattia, non era cosa da lasciare indifferenti e neppure dubbiosi. L’avessi sanato mentre viveva, o infuso in lui lo spirito appena spirato, l’acredine dei nemici avrebbe potuto creare dei dubbi sulla entità del miracolo. Ma il fetore del cadavere, il marciume delle bende, la lunga degenza nel sepolcro, non lasciavano dubbi. E, miracolo nel miracolo, ho voluto che Lazzaro fosse sciolto e mondato alla presenza di tutti, perché si vedesse che non solo la vita ma l’integrità delle membra era tornata là dove prima la carne ulcerata aveva sparso nel sangue i germi di morte. Nel mio fare grazia do sempre più di quanto chiedete.

 27Ho pianto davanti alla tomba di Lazzaro. E si è dato a questo pianto tanti nomi. Intanto sappiate che le grazie si ottengono col dolore misto a sicura fede nell’Eterno. Ho pianto non tanto per la perdita dell’amico e per il dolore delle sorelle, quanto perché, come fondale che si sommuove, sono affiorate in quell’ora, più vive che mai, tre idee che, come tre chiodi, mi avevano sempre confitto la loro punta nel cuore.
   La constatazione di quale rovina aveva portato Satana al­l’uomo col suo sedurlo al Male. Rovina la cui condanna umana era il dolore e la morte. La morte fisica, emblema e metafora viva della morte spirituale, che la colpa dà all’anima spro­fon­dandola, essa regina destinata a vivere nel regno della Luce, nelle tenebre infernali.
   La persuasione che neppure questo miracolo, messo quasi a corollario sublime di tre anni di evangelizzazione, avrebbe convinto il mondo giudaico sulla Verità di cui ero stato il Portatore. E che nessun miracolo avrebbe fatto del mondo avvenire un convertito al Cristo. Oh! dolore d’esser prossimo a morire per così pochi!
   La visione mentale della mia prossima morte. Ero Dio. Ma anche Uomo ero. E per essere Redentore dovevo sentire il peso dell’espiazione. Perciò anche l’orrore della morte e di tale morte. Ero un vivo, un sano che si diceva: “Presto sarò morto, sarò in un sepolcro come Lazzaro. Presto l’agonia più atroce sarà la mia compagna. Devo morire”. La bontà di Dio vi risparmia la conoscenza del futuro. Ma a Me essa non fu risparmiata.
   Oh! credetelo, voi che vi lamentate della vostra sorte. Nessuna fu più triste della mia, ché ebbi la costante prescienza di tutto quanto mi doveva accadere, unita alla povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
   Vi do la mia Pace»

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!

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