Sabato Santo e Veglia Pasquale

La Chiesa rivive il mistero della sepoltura di Gesù. Sembra che la storia di Gesù sia finita. Ma come recita il “Credo”, egli discende agli inferi: a premiare la speranza degli antichi giusti.

   Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato

   Cap. DCXII: La notte del Venerdì Santo. Lamento della Vergine. Il velo di Niche e la preparazione degli unguenti.

   29 marzo 1945.  

 1 Maria, soccorsa dalle donne piangenti, rinviene e piange senza altra forza più che questa di piangere e piangere. Pare veramente che la sua vita debba fluire e consumarsi tutta con quel pianto.
   Le vogliono dare qualche ristoro. Marta le offre un poco di vino; la padrona di casa vorrebbe prendesse almeno un poco di miele; Maria d’Alfeo, in ginocchio davanti a Lei, le offre una tazza con del latte tiepido, dicendo: «L’ho munto io stessa alla capretta della piccola Rachele» (sarà una figlia di questi che sono in questa casa di Lazzaro, non so se come inquilini o come custodi). Ma Maria non vuole nulla. Piangere. Solo piangere. E chiedere e sentirsi promettere che saranno cercati apostoli e discepoli, che saranno cercate la lancia e le vesti, e che, a giorno fatto, posto che ora proprio non ve la vogliono lasciare andare, la lasceranno entrare nella stanza del Cenacolo.
   «Sì. Se starai un poco quieta, se riposerai un poco, io ti ci condurrò», dice la cognata. «Noi due entreremo ed in ginocchio io cercherò per te ogni segno di Gesù…», e Maria d’Alfeo ha un singhiozzo. «Ma vedi? Qui hai la coppa e il pane spezzato da Lui, usato da Lui per l’Eucarestia. Quale più santo ricordo? Vedi? Giovanni te li ha portati sin da stamane, perché tu li vedessi questa sera…

 2 Povero Giovanni, che è là che piange ed ha paura…».
 «Paura? Perché? Vieni, Giovanni». Giovanni esce dall’ombra, perché nella stanza è una sola lucernetta messa sul tavolo presso gli oggetti della Passione, e si inginocchia ai piedi di Maria, che lo carezza e chiede: «Perché hai paura?».
   E Giovanni, baciandole le mani e piangendo: «Perché tu stai male. Hai la febbre e l’affanno… E non ti metti quieta. E se duri così morirai come è morto Lui…».
   «Oh! fosse vero!».
   «No! Madre! Mamma! Oh! è più dolce dire: “Mamma”. Come alla mia! Làsciatelo dire… Ma, come io non trovo differenza fra mia madre e te, e anzi ti amo più di lei, perché tu sei la Mamma che Egli mi ha dato e sei la sua Mamma, tu non fare una troppo grande differenza fra il Figlio tuo nato e il figlio che ti è stato dato… E amami un poco come ami Lui… Se fosse Lui che ti dicesse: “Ho paura che tu muoia”, risponderesti tu: “Oh! fosse vero”? No. Non lo diresti. Ma anzi ti dorresti di andartene e di lasciarlo in un mondo di lupi, Lui, il tuo Agnello… E di me non te ne accori?… Sono tanto più agnello di Lui. Non per bontà e purezza, ma per stupidità e paura. Se tu mi manchi, il povero Giovanni verrà sbranato dai lupi senza aver saputo dare un belato che parli del suo Maestro… Vuoi che muoia così, senza servirlo? Stupido in morte come in vita? No, vero? E allora, Mamma, cerca di metterti quieta… Per Lui… Oh! non dici che risorge? Sì, lo dici, ed è vero. E allora vuoi che quando Egli risorgerà trovi vuota la casa di te? Perché certo Egli verrà qui… Oh! povero, povero Gesù, se invece del tuo grido d’amore sentisse i nostri di cordoglio, se invece di trovare il tuo seno per posare il Capo martirizzato e glorioso trovasse la chiusura del tuo sepolcro… Vivere devi. Per salutarlo quando Egli tornerà… Non dico “al nostro amore”. Noi meritiamo ogni rimprovero per il modo come agimmo. Ma al tuo amore.

 3 Oh! che sarà l’incontro? Ed Egli come sarà? Madre della Sapienza, Mamma dell’ignorantissimo Giovanni, tu che tutto sai, dicci come sarà Egli quando apparirà risorto».
 «Lazzaro aveva le ferite delle gambe chiuse, ma se ne vedeva il segno. E apparve avvolto in bende piene di marciume», dice Marta.
   «Lo dovemmo lavare e lavare…», aggiunge Maria.
   «E debole era, e dovemmo ristorarlo per suo ordine», Marta termina.
   «Il figlio della vedova di Naim era come sbalordito e pareva un bimbo incapace di camminare e parlare speditamente, tanto che Egli lo rese alla madre perché gli insegnasse a usare di nuovo del bene della vita. E la figlioletta di Giairo Egli stesso la guidò nei primi passi…», dice Giovanni.
   «Io penso che il mio Signore ci manderà un angelo a dirci: “Venite con una veste monda”. Ed il mio amore l’ha già preparata. È nel palazzo. Io non l’ho potuta filare. Ma l’ho fatta filare dalla mia nutrice, che ora è tranquilla sul mio futuro e non piange più. Io ho preso il lino più prezioso e da Plautina ho avuto la porpora, e Noemi l’ha tessuta nella balza; ed io ho fatto la cintura, la borsa e il talet, ricamandoli di notte per non essere vista. Ho imparato da te, Madre. Non è perfetto. Ma, più delle perle che fanno il suo Nome sulla cintura e sulla borsa, lo rendono bello i diamanti del mio pianto d’amore ed i miei baci. Ogni punto è un palpito di devozione per Lui. E io gli porterò quella. Tu permetti, non è vero?».
   «Oh!… Io non pensavo che lo privassero della sua veste… non sono pratica degli usi del mondo e della sua ferocia… Credevo di conoscerla già… (e le lacrime rotolano di nuovo lungo le guance ceree) ma vedo che ancora nulla sapevo… E pensavo: “Avrà la veste della Mamma anche dopo”. Gli piaceva tanto!
   L’aveva voluta Lui così. E me lo aveva detto da molto tempo: “Tu farai una veste così e così. E me la porterai per la Pasqua… Perché Gerusalemme mi deve vedere in porpurea veste di re…”. Oh! quella lana, candida più di neve, mentre la filavo diveniva rossa agli occhi di Dio e miei, perché il mio cuore ebbe una nuova ferita da quella parola… Le altre, dopo anni o dopo mesi, si erano, se non chiuse, disseccate dal loro gemere sangue. Ma questa! Ogni giorno, ogni ora mi rigirava la spada nel cuore: “Un giorno di meno! Un’ora di meno! E poi sarà morto!”. Oh! Oh!… E il filato sul fuso o sul telaio mi diveniva rosso… È sceso nella tinta, poi, per il mondo… Ma era già rosso…». Maria piange di nuovo.
   Cercano sollevarla parlandole della Risurrezione. Chiede Susanna: «Che dici tu? Come sarà, risorto? E come risorgerà?».
   E Lei, smarrita, acciecata in quest’ora di martirio redentivo, risponde: «Non so… Più nulla so… Fuorché che Egli è morto!…».

 4 Ha un nuovo scoppio di pianto violento e bacia il lino che era ai fianchi del Figlio, e se lo stringe sul cuore e se lo ninna come fosse un bambino…
   E tocca i chiodi, le spine, la spugna, e urla: «Queste! Queste cose ha saputo darti la tua Patria! Ferro, spine, aceto e fiele! E insulti, insulti, insulti! E fra tutti i figli d’Israele fu dovuto scegliere un di Cirene per portarti la croce. Quell’uomo mi è sacro come uno sposo. E se ne conoscessi un altro che ha dato soccorso al mio Bambino io gli bacerei i piedi. Ma dunque nessuno ebbe pietà? Uscite! Andate! Anche vedere voi mi è dolore! Perché fra tutti, fra tutti, non avete saputo ottenere nemmeno una tortura meno crudele. Servi inutili e inerti del vostro Re, uscite!». È tremenda nel suo scatto. Ritta in piedi, rigida, pare persino più alta, con gli occhi imperiosi, il braccio teso che accenna alla porta. Comanda come un regina sul trono.
   Escono tutti senza reagire per non eccitarla di più e si siedono fuori della porta chiusa, ascoltando il suo gemere ed ogni rumore che Ella possa fare. Ma dopo il rumore del sedile respinto e dei suoi ginocchi che battono al suolo, perché Ella si inginocchia col capo contro la tavola su cui sono gli oggetti della Passione, non sentono altro che il suo pianto senza soste e conforto.
   Ella mormora, ma così piano che quelli di fuori non possono udire: «Padre, Padre, perdono! Divento superba e cattiva. Ma Tu lo vedi. È vero ciò che dico. Erano turbe intorno a Lui. E tutta la Palestina è, in queste feste, fra le mura sante… Sante? No. Non più sante… Tali sarebbero rimaste se Egli fosse spirato in esse. Ma Gerusalemme l’ha espulso come il rigurgito che fa nausea. Perciò in Gerusalemme è solo il Delitto… Ebbene, di tutto questo popolo che lo seguiva non se ne poté radunare un pugno che si imponesse, non dico per salvarlo. Doveva morire per redimere. Ma per farlo morire senza tante torture. Sono stati nell’ombra, oppure sono fuggiti… Il mio cuore si rivolta davanti a tanta viltà. Sono la Madre. Per questo perdona al mio peccato di durezza superba…», e piange…
   …Fuori gli altri sono sulle spine e per molti motivi.

 5 Rientra il padrone di casa, che era uscito a curiosare, e porta notizie tremende. Si dice che molti sono morti nel terremoto, molti sono stati feriti in colluttazioni fra seguaci del Nazzareno e i giudei, che molti sono stati arrestati e vi saranno nuove esecuzioni per rivolte e minacce a Roma, che Pilato ha ordinato l’arresto di tutti i seguaci del Nazareno e dei capi del Sinedrio presenti in città o anche già fuggiti per la Palestina, che Giovanna è morente nel suo palazzo, che Mannaen è stato arrestato da Erode per averlo insolentito in piena Corte come complice del deicidio. Insomma un mucchio di notizie catastrofiche…
   Le donne gemono. Non tanto per paura di esse stesse, ma quanto per i loro figli e mariti. Susanna pensa allo sposo, noto fra i seguaci di Gesù in Galilea. Maria di Zebedeo pensa al marito, ospite presso un amico, e al figlio Giacomo di cui, dalla sera avanti, non ha notizia. E Marta singhiozza: «Saranno già andati a Betania! Chi non sapeva chi era Lazzaro per il Maestro?».
   «Ma è protetto da Roma, lui», rimbecca Maria Salome.
   «Oh! protetto! Chissà, con l’odio che per noi hanno i capi d’Israele, che accuse portano contro di lui a Pilato… Oh! Dio!». Marta si mette le mani fra i capelli e grida: «Le armi! Le armi! La casa ne è piena… e anche il palazzo! Lo so! Stamane, all’aurora, è venuto Levi, il guardiano, e mi ha detto… Ma già lo sai anche tu! E l’hai detto ai giudei sul Calvario… Stolta! Hai messo in mano ai crudeli l’arma per uccidere Lazzaro!…».
   «L’ho detto, sì. Ho detto il vero senza saperlo. Ma taci, spaventata gallina! Quanto ho detto è la più sicura garanzia per Lazzaro. Si guarderanno bene dall’avventurarsi in ricerche dove sanno essere degli armati! Sono vigliacchi!».
   «I giudei sì. Ma i romani no».
   «Non temo Roma. È giusta e pacata nelle sue disposizioni».
   «Maria ha ragione», dice Giovanni. «Longino mi ha detto: “Spero sarete lasciati tranquilli. Ma, non lo foste, vieni, o manda al Pretorio. Pilato è benigno verso i seguaci del Nazareno. Lo era anche per Lui. Vi difenderemo”».
   «Ma se i giudei fanno da loro? Ieri sera erano loro i catturatori di Gesù! E, se dicono che noi siamo profanatori, hanno diritto di prenderci. Oh! i miei figli! Quattro ne ho! Dove saranno Giuseppe e Simone? Erano sul Calvario e poi sono scesi quando Giovanna non resse. Per aiutare e difendere le donne. Loro, i pastori, Alfeo… tutti! Oh! li avranno certo già uccisi. Senti che Giovanna è morente? Lo è certo per ferita. Ed essi, prima che potesse la plebe colpire una donna, l’avranno difesa e saranno morti!… E Giuda e Giacomo? Il mio piccolo Giuda! Il mio tesoro! E Giacomo, dolce come una fanciulla! Oh, non ho più figli! Come la madre dei fanciulli Maccabei sono!…».

 6 Piangono tutte disperatamente. Tutte meno la padrona di casa, che è andata a cercare un nascondiglio per il marito, e Maria Maddalena, che non piange. Ma getta fuoco dagli occhi, tornando la prepotente donna di un tempo. Non parla. Ma dardeggia le abbattute compagne, e il suo occhio le bolla di un epiteto molto chiaro: «Pusillanimi!».
 Passa del tempo così… Ogni tanto uno si alza, apre piano l’uscio, sbircia, torna a chiudere.
 «Che fa?», chiedono gli altri.
 E chi ha guardato risponde: «È sempre in ginocchio. Prega», oppure: «Pare che parli con qualcuno». E anche: «Si è alzata e gestisce andando su e giù per la stanza».
          
[senza data]

 7 Lamento della Vergine.
   «Gesù! Gesù! Gesù! Dove sei? Mi senti ancora? La senti la tua povera Mamma che grida, adesso, il tuo Nome dopo averlo tenuto in cuore per tante ore? Il tuo Nome santo e benedetto, che è stato il mio amore, l’amore delle mie labbra che sentivano sapore di miele a dire il tuo Nome, delle mie labbra che ora, invece, a dirlo pare che bevano l’amaro che t’è rimasto sulle labbra, l’amaro dell’atroce mistura. Il tuo Nome, amore del mio cuore che si gonfiava di gioia quando lo diceva, così come si era dilatato per travasare il suo sangue e accoglierti e vestirti di esso quando sei sceso a me dal Cielo, così piccino, così minuscolo che avresti potuto posare nel calice della menta selvatica, Tu, tanto grande, Tu, il Potente, annichilito in un germe d’uomo per la salute del mondo. Il tuo Nome, dolore del mio cuore, ora che ti hanno strappato alle carezze della tua Mamma per gettarti fra le braccia dei carnefici, che ti hanno torturato sino a farti morire!
   Ne ho il cuore stritolato da questo tuo Nome, che ho dovuto chiudere dentro per tante ore e che cresceva il suo grido più cresceva il tuo dolore, fino a sbriciolarlo come cosa calpestata dal piede di un gigante. Oh! sì che il mio dolore è gigante e mi schiaccia, mi frantuma e non vi è nulla che lo possa sollevare. A chi lo dico il tuo Nome? Nulla risponde al mio grido. Anche se io urlassi sino a spezzare la pietra che chiude il tuo sepolcro, Tu non lo udresti, perché sei morto. Non la senti più la tua Mam­ma!

 8 Quante volte non ti ho chiamato, o Figlio, in questi trentaquattro anni! Da quando ho saputo che avrei dovuto esser Madre e che il mio Piccino si sarebbe chiamato “Gesù”! Tu non eri nato ed io, carezzandomi il seno dove Tu crescevi, chiamavo piano: “Gesù!”, e mi pareva che Tu ti muovessi per dirmi: “Mam­­ma!”.
   Io ti davo già una voce. Me la sognavo già la tua voce. La udivo prima che fosse. E quando l’ho sentita, esile come quella di un agnellino appena nato, tremare nella notte fredda in cui sei nato, io ho conosciuto l’abisso della gioia… e credevo aver conosciuto l’abisso del dolore, perché era il pianto della mia Creatura che aveva freddo, che era in disagio, che piangeva il suo primo pianto di Redentore, ed io non avevo fuoco e cuna e non potevo soffrire in tua vece, Gesù. Non avevo che il seno per fuoco e guanciale, e il mio amore per adorarti, Figlio mio santo.
   Credevo aver conosciuto l’abisso del dolore… Era l’alba di quel dolore, era l’orlo di quel dolore. Ora è il meriggio, ora è il fondo. Questo è l’abisso, questo che tocco ora dopo esservi scesa in questi trentaquattro anni, sospinta da tante cose e prostrata nel fondo orrendo, oggi, della tua croce.
   Quando eri piccino, io ti cullavo cantando: “Gesù! Gesù!”. Quale armonia più bella e santa di questo Nome, che fa sorridere gli angeli in Cielo? Esso per me era più bello del canto così dolce degli angeli nella notte del tuo Natale. Vi vedevo dentro il Cielo, tutto il Cielo vedevo attraverso quel Nome. Ed ora, a dirlo a Te che sei morto e non mi senti e non rispondi, come Tu non fossi mai stato, io vedo l’Inferno, tutto l’Inferno. Ecco, ora capisco cosa vuol dire esser dannati. È non potere più dire: “Gesù”. Orrore! Orrore! Orrore!…

 9 Quanto durerà questo inferno per la tua Mamma? Tu hai detto: “In capo a tre giorni Io riedificherò questo Tempio”. È tutt’oggi che mi ripeto queste tue parole per non cadere uccisa, per esser pronta a salutarti al tuo ritorno, a servirti ancora… Ma come potrò saperti morto per tre giorni? Tre giorni nella morte Tu, Tu, Vita mia?
   Ma come? Tu che tutto sai, poiché sei la Sapienza infinita, non lo sai lo spasimo della tua Mamma? Non te lo puoi figurare ricordando quando ti ho smarrito a Gerusalemme e Tu mi hai visto fendere la folla, che ti stava intorno, con il volto di una naufraga che tocca il lido dopo tanta lotta con l’onde e la morte, col viso di una che esce da una tortura spossata, svenata, invecchiata, spezzata? E allora ti potevo pensare unicamente smarrito. Potevo illudermi che era solo così. Oggi no. Oggi no. Lo so che sei morto. Non è possibile l’illusione.Ti ho visto uccidere. Ecco, anche se il dolore mi smemorasse, ecco qui il tuo Sangue sul mio velo che mi dice: “È morto! Non ha più sangue! Questo è l’ultimo, sgorgato dal suo Cuore!”. Dal suo Cuore! Dal Cuore del mio Bambino! Del Figlio mio! Del mio Gesù! Oh! Dio, Dio pietoso, non mi far ricordare che gli hanno spaccato il Cuore!…

 10Gesù! Non posso stare qui, sola, mentre Tu sei là, solo. Io che non ho amato mai le vie del mondo e le folle, e Tu lo sai, da quando Tu hai lasciato Nazareth ti sono venuta sempre più sovente dietro, per non vivere lontano da Te. Non potevo vivere lontana da Te. Ho affrontato curiosità e scherni, non conto le fatiche perché esse si annullavano nel vederti, pur di vivere dove Tu eri. Ed ora io son qua sola. E Tu sei là solo! Perché non mi hanno lasciata nel tuo sepolcro? Mi sarei seduta presso il tuo gelido letto, tenendoti una mano nelle mie per farti sentire che t’ero vicina… No, per sentire che m’eri vicino. Tu non senti più nulla. Sei morto!
   Quante volte ho passato le notti presso la tua cuna, pregando, amando, beandomi di Te! Vuoi che ti dica come dormivi, coi pugnetti chiusi come due bocci di fiore presso il visino santo? Vuoi che ti dica come sorridevi nel sonno e, ricordandoti certo del latte della Mamma, dormendo facevi l’atto di succhiare? Vuoi che ti dica come ti svegliavi e aprivi gli occhietti e ridevi, vedendomi curva sul tuo viso, e tendevi le manine con gioia impaziente per esser preso, e con uno stridetto dolce come il trillo di un capinero reclamavi il tuo cibo? Ah! che ero beata quando ti attaccavi al mio seno e sentivo il tepore liscio della tua gota, la carezza delle tue manine sulla mia mammella! Non sapevi stare senza la tua Mamma.
   E ora sei solo! Perdonami, Figlio, d’averti lasciato solo. Di non essermi ribellata per la prima volta nella vita e di aver voluto restare là. Era il mio posto. Mi sarei sentita meno desolata se fossi stata presso il tuo funebre letto, ad accomodarti le fasce come un tempo, a mutarle… Anche se Tu non avessi potuto sorridermi e parlarmi, a me sarebbe parso di averti di nuovo piccino. Ti avrei accolto sul cuore per non farti sentire il freddo della pietra, il duro del marmo. Non ti ho tenuto anche oggi? Il grembo di una madre è sempre capace di accogliere il figlio, anche se è uomo. Il figlio è sempre un bambino per la sua mamma, anche se è un deposto di croce, coperto di piaghe e ferite.

 11Quante! quante ferite! Quanto dolore! Oh! il mio Gesù, il mio Gesù tanto ferito! Così ferito! Così ucciso! No. No. Signore, no! Non può esser vero! Io sono pazza! Gesù morto? Io deliro. Gesù non può morire! Soffrire, sì. Morire, no. Egli è la Vita! Egli è Figlio di Dio. È Dio. Dio non muore.
   Non muore? E allora perché si è chiamato Gesù? Che vuol dire “Gesù”? Vuol dire… oh! vuol dire: “Salvatore”! È morto! È morto perché è il Salvatore! Ha dovuto salvare tutti perdendo Se stesso… Non deliro. No. Non sono pazza. No. Lo fossi! Soffrirei meno! Egli è morto. Ecco il suo Sangue. Ecco la sua corona. Ecco i tre chiodi. Con questi, con questi me lo hanno trafitto!
   Uomini, guardate con che avete trafitto Dio, il Figlio mio! E vi devo perdonare. E vi devo amare. Perché Egli vi ha perdonati. Perché Egli mi ha detto di amarvi! Mi ha fatto Madre vostra, Madre degli assassini della mia Creatura! Una delle sue ultime parole, lottando contro il rantolo dell’agonia… “Madre, ecco tuo figlio… i tuoi figli!”. Anche non fossi Colei che ubbidisce, avrei dovuto ubbidire oggi, perché era il comando di un morente.
   Ecco. Ecco, Gesù. Io perdono. Io li amo. Ah! mi si spezza il cuore in questo perdono e in questo amore! Mi senti che li perdono e che li amo? Prego per loro. Ecco, prego per loro… Chiudo gli occhi per non vedere questi oggetti della tua tortura, per poterli perdonare, per poterli amare, per poter pregare per loro. Ogni chiodo serve a crocifiggere una mia volontà di non perdonare, di non amare, di non pregare per i tuoi carnefici.

 12Devo, voglio pensare di essere presso la tua cuna. Pregavo anche allora per gli uomini. Ma allora era facile. Tu eri vivo ed io, per quanto pensassi crudeli gli uomini, non giungevo mai a pensare che potessero esserlo tanto con Te, che li avevi beneficati oltre misura. Pregavo, convinta che la tua parola li avrebbe fatti più buoni. In cuor mio dicevo loro, guardandoli: “Siete cattivi, malati, ora, fratelli. Ma fra poco Egli parlerà, ma fra poco Egli vincerà in voi Satana. Vi darà la Vita perduta!”. La vita perduta! Tu, Tu, Tu l’hai perduta la vita per loro, Gesù mio!
   Se, quando eri nelle fasce, io avessi potuto vedere l’orrore di questo giorno, il mio dolce latte si sarebbe mutato in tossico per il dolore! Simeone l’ha detto: “E una spada ti trapasserà il cuore”. Una spada? Una selva di spade! Quante ferite ti hanno fatto, Figlio? Quanti gemiti hai avuto? Quanti spasimi? Quante gocce di sangue hai versato? Ebbene, ognuna è una spada in me. Sono una selva di spade. In Te non c’è lembo di pelle che non sia piagato. In me non ce ne è che non sia trafitto. Mi trapassano le carni e penetrano nel cuore.

 13Quando attendevo la tua nascita, ti preparavo le fasce ed i pannilini filando il lino più morbido della terra. Non ho guardato al prezzo per poter possedere lo stame più liscio. Come eri bello nelle fasce della tua Mamma! Tutti mi dicevano: “È bello il tuo Bambino, Donna!”. Eri bello! Dal bianco del lino sporgeva la tua rosea faccina, avevi due occhietti più azzurri del cielo e la testolina pareva avvolta in una nebbia d’oro, tanto i tuoi capellini erano biondi e soffici. Sapevano di fior di mandorlo appena sbocciato. Credevano che io ti profumassi. No. Il mio Tesoro non aveva che il profumo delle fasce lavate dalla sua Mamma, scaldate, baciate dal suo cuore e dal suo labbro. Non ero mai stanca di lavorare per Te…
   E ora? Ora non ho più nulla da fare per Te. Da tre anni eri lontano da casa. Ma eri ancora lo scopo dei miei giorni. Pensare a Te. Alle tue vesti. Al tuo cibo: intridere la farina e farne pane, curare le api per darti il miele, vegliare sulle piante perché ti dessero frutta. Come le amavi, le cose che ti portava la tua Mamma! Nessun cibo di ricca mensa, nessuna veste di preziosa stoffa t’erano come queste tessute, cucite, curate, colte dalle mani della tua Mamma. Quando ti raggiungevo, Tu mi guardavi subito le mani, come quando eri piccino ed io e Giuseppe ti davamo i poveri doni per farti sentire che eri il “nostro” Re. Non sei mai stato goloso, Bambino mio; ma era l’amore che cercavi, era questo il tuo cibo, e nelle nostre premure trovavi quello. Anche ora trovavi, cercavi quello, povero Figlio mio così poco amato dal mondo!
   Ora più nulla. Tutto è compiuto. Non farà più nulla per Te la tua Mamma. Non hai più bisogno di nulla. Ora sei solo… ed io son sola… Oh! felice Giuseppe che non si è trovato a questo giorno! Io pure non ci fossi più stata! Ma allora Tu non avresti avuto neppure questo conforto di vedere la tua povera Mamma. Saresti stato solo sulla croce come sei solo nel sepolcro. Solo con le tue ferite.

 14Oh! Dio! Dio, quante ferite ha il Figlio tuo, il Figlio mio! Come le ho potute vedere senza morire, io che tramortivo quando da piccino ti facevi male? Una volta sei caduto nell’orto di Nazareth e ti sei ferito la fronte. Poche gocce di sangue. Ma io, che m’ero sentita morire vedendo gocciare il tuo sangue nella circoncisione, e Giuseppe dovette sostenermi perché tremavo come una che muore, mi pareva che quella ferita minuscola t’avesse ad uccidere, e più col pianto che coll’acqua e coll’olio l’ho medicata, e non ho avuto bene se non quando non ha dato più sangue. Un’altra volta, imparavi a lavorare, ti feristi con la sega. Una piccola ferita. Ma era come se la sega mi avesse divisa nel mezzo. Non ho avuto requie che quando, sei giorni dopo, ho visto risanata la tua mano.
   Ed ora? Ed ora? Ora hai le mani, i piedi, il costato aperto, ora la tua carne cade a brandelli, ora hai la faccia contusa, quella faccia che io non osavo sfiorarti col bacio, e impiagata la fronte e la nuca. E nessuno ti ha dato medicamento e conforto.

 15Guardami il cuore, o Dio che mi hai percossa nella mia Creatura! Guardalo! Non è piagato come il Corpo del Figlio tuo e mio? I flagelli sono scesi come grandine su me, mentre Egli era colpito. Che è la distanza per l’amore? Io ho patito la tortura di mio Figlio! L’avessi patita io sola! Fossi io sulla pietra sepolcrale! Guardami, o Dio! Non goccia sangue il mio cuore?
   Ecco il cerchio delle spine. Lo sento. È una fascia che me lo stringe e perfora. Ecco il foro dei chiodi: tre stili infissi nel cuore. Oh! quei colpi! quei colpi! Come non è crollato il Cielo per quei colpi sacrileghi nelle carni di Dio? E non poter urlare! Non poter lanciarmi e strappare l’arma agli assassini e farne difesa per la mia Creatura già morente. Ma doverli udire, udire… e non far nulla! Un colpo sul chiodo, e il chiodo entra nelle carni vive. Un altro colpo, ed entra più ancora. E un altro, e un altro, e si spezzano le ossa e i nervi, e viene trafitta la carne del mio Bambino e il cuore della sua Mamma! E quando ti hanno alzato sulla tua croce? Quanto devi aver sofferto, Figlio santo! Vedo ancora lacerarsi la tua mano nella scossa della caduta. Ho il cuore lacerato come essa.
   Sono contusa, flagellata, punta, colpita, trafitta come Te. Non ero con Te sulla croce. Ma guardala, la tua Mamma! È diversa da Te? No, non c’è differenza di martirio. Anzi, il tuo è finito. Il mio dura ancora. Tu non odi più le accuse bugiarde; io le sento. Tu non odi più le bestemmie orrende. Io le sento ancora. Tu non senti più il morso delle spine e dei chiodi e la sete e la febbre. Io sono piena di punte di fuoco e sono come chi muore di arsione e delirio.

 16Almeno una goccia d’acqua mi avessero lasciato darti. Il mio pianto, se la ferocia degli uomini negava al Creatore l’acqua da Lui creata. Ti ho dato tanto latte, perché eravamo poveri, Figlio mio, e nella fuga in Egitto avevamo tanto perduto e avevamo dovuto rifarci un tetto, dei mobili e vesti e cibo, né sapevamo quanto l’esilio sarebbe durato, né cosa avremmo trovato tornando al paese. Ti ho dato il latte oltre il solito tempo, perché Tu non sentissi mancanza di cibo. Sinché non fu presa la capretta, la tua capretta fui io, Bambino della tua Mamma. Tu avevi già tanti dentini, e mordevi… Oh! gioia vederti ridere nel giuoco infantile!…
   Tu volevi camminare. Eri tanto sano e forte. Io ti sorreggevo per ore e ore, e non sentivo spezzarsi le reni nello stare curva su Te, che facevi i tuoi passetti e dicevi ad ogni passo: “Mamma, Mamma!”. Oh! beatitudine sentirti cantare quel nome! Lo dicevi anche oggi: “Mamma, Mamma!”. Ma la tua Mamma non poteva che vederti morire! Neppure accarezzarti i piedi potevo! I piedi? Ah! non avrei potuto, anche se fossero stati alla portata della mia mano, toccarli, per non accrescerne il tormento. Come dovevano soffrire i tuoi poveri piedi, o mio Gesù!
   Fossi potuta salire a Te e mettermi fra il legno e il tuo Corpo, e impedire che nelle convulsioni dell’agonia Tu urtassi contro il legno! La sento ancora la tua testa battere nel legno negli ultimi sussulti. E quel suono, quel suono mi fa impazzire. L’ho nella testa… come un martello…
   Torna, torna, Figlio caro, Figlio adorato, Figlio santo! Io muoio. Non reggo a questa mia desolazione. Mostrami di nuovo il tuo volto. Chiamami ancora. Io non posso pensarti senza voce, senza sguardo, spoglia fredda e senza vita.
   Oh! Padre, soccorrimi Tu! Gesù non mi sente! Non è finita la Passione? Non è tutto compiuto? Non bastano questi chiodi, queste spine, questo sangue, questo mio pianto? Ancora dell’altro ci vuole per guarire l’uomo?

 17Padre, ti nomino gli strumenti del suo dolore ed il mio pianto. Ma questo è il meno. Quello che lo ha fatto morire sovrumanamente straziato è stato il tuo abbandono. Quello che mi fa urlare è il tuo abbandono. Non ti sento più! Dove sei, Padre santo? Ero la Piena di Grazia. L’Angelo l’ha detto: “Ave, Maria, piena di Grazia, il Signore è con te e tu sei benedetta fra tutte le donne”.
   No. Non è vero! Non è vero! Io sono come una maledetta da Te per il suo peccato. Tu non sei più con me. La Grazia si è ritirata come se io fossi una seconda Eva peccatrice. Ma io ti sono sempre stata fedele. In che t’ho dispiaciuto? Hai fatto di me ciò che t’è parso, e ti ho sempre detto: “Sì, Padre. Son pronta”.
   Possono dunque mentire gli angeli? E Anna, che m’ha assicurato che Tu mi avresti dato il tuo angelo nell’ora del dolore? Sono sola. Non ho più grazia agli occhi tuoi, non ho più Te, Grazia, in me. Non ho più angelo. Mentono dunque i santi? In che ti ho dispiaciuto, se essi non mentono ed io ho meritato quest’ora?
   E Gesù? In che ha mancato il tuo Agnello puro e mansueto? In che ti abbiamo offeso che, oltre al martirio dato dagli uomini, si debba avere la tortura incalcolabile del tuo abbandono? Lui, Lui poi, che t’era Figlio e che ti chiamava con quella voce che ha fatto rabbrividire la Terra e scuotersi in un singulto di pietà. Come hai potuto lasciarlo solo in tanto tormento?
   Povero Cuore di Gesù che ti amava tanto! Dove è il segno della ferita del Cuore? Eccolo. Guarda, Padre, questo segno. Qui è l’impronta della mia mano penetrata nello squarcio della lanciata. Qui… qui… Non pianto, non bacio della sua Mamma, che ha arsi gli occhi e consumate le labbra per il piangere e il baciare, lo cancellano. Questo segno grida e rimprovera. Questo segno, più del sangue di Abele, grida a Te dalla Terra. E Tu, che hai maledetto Caino e ne hai fatto le vendette, non sei intervenuto per il mio Abele, già svenato dai suoi Caini, ed hai permesso l’ultimo spregio! Tu gli hai stritolato il Cuore col tuo abbandono e hai lasciato che un uomo lo mettesse a nudo, perché io lo vedessi e ne fossi stritolata. Ma di me non importa. È di Lui, di Lui che ti chiedo e ti chiamo a rispondere. Non dovevi…

 18Oh! perdono! Perdono, Padre santo! Perdona ad una Madre che piange la sua Creatura… È morto! È morto il Figlio mio! Morto col Cuore squarciato! Oh! Padre! Padre, pietà! Io ti amo! Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amati. Come hai permesso che fosse ferito il Cuore del nostro Figlio? Oh! Padre!… Padre, pietà di una povera donna! Io bestemmio, Padre! Io serva tua, tuo nulla, oso rimproverarti! Pietà! Sei stato buono. Sei stato buono. La ferita, l’unica ferita che non gli ha fatto male, è questa. Il tuo abbandono ha servito a farlo morire avanti al tramonto per evitargli altre torture.
   Sei stato buono. Tutto fai con fine di bontà. Siamo noi creature che non comprendiamo. Sei stato buono. Buono sei stato! Dilla, anima mia, questa parola, per levare il mordente del tuo soffrire al tuo soffrire. Dio è buono e ti ha sempre amata, anima mia. Dalla cuna a quest’ora ti ha sempre amata. Ti ha dato tutta la gioia del Tempo. Tutta. Ti ha dato Lui stesso. È stato buono. Buono. Buono. Grazie, Signore. Che Tu sia benedetto per la tua infinita bontà!
   Grazie. Gesù, dico “grazie” anche per Te. Questa almeno non l’hai sentita, Figlio mio! Io sola l’ho sentita nel mio, quando ho visto il tuo Cuore aperto. Ora è nel mio la tua lancia, e fruga, e strazia. Ma meglio così! Tu non la senti. Ma Gesù, pietà! Un segno da Te! Una carezza, una parola per la tua povera Mamma dal cuore straziato! Un segno, un segno, Gesù, se mi vuoi trovare viva al tuo ritorno!».         

   [29 marzo 1945]

 19Un picchio risoluto all’uscio fa sobbalzare tutti. Il padrone di casa fugge coraggiosamente. Maria di Zebedeo vorrebbe che il suo Giovanni lo seguisse e lo spinge verso il cortile. Le altre, meno la Maddalena, si stringono l’una coll’altra gemendo.
   È Maria di Magdala che va dritta e forte all’uscio e chiede: «Chi bussa?».
   Una voce di donna risponde: «Sono Niche. Ho una cosa da dare alla Madre. Aprite! Presto. La ronda è in giro».
   Giovanni, che si è svincolato dalla madre ed è corso presso la Maddalena, lavora intorno ai molteplici serrami, tutti ben assicurati questa sera. Apre. Entra Niche con la servente ed un uomo nerboruto che le scorta. Chiudono.
   «Ho una cosa…», e piange Niche e non può parlare…
   «Che? Che?». Le sono tutti addosso, curiosi.
   «Sul Calvario… Ho visto il Salvatore in quello stato… Avevo preparato il velo lombare perché non usasse i cenci dei boia… Ma era tanto sudato, col sangue negli occhi, che ho pensato darglielo perché si asciugasse. Ed Egli lo ha fatto… E mi ha reso il velo. Io non l’ho usato più… Volevo tenerlo per reliquia col suo sudore e il suo sangue. E vedendo l’accanimento dei giudei, dopo poco, con Plautina e le altre romane Lidia e Valeria, insieme, abbiamo deciso di tornare indietro. Per paura che ci levassero questo lino. Le romane son donne virili. Ci hanno messe nel mezzo, io e la servente, e ci hanno protette. È vero che sono contaminazione per Israele… e che toccare Plautina è pericolo. Ma ciò si pensa in tempi di calma. Oggi erano tutti ubbriachi… A casa ho pianto… per ore… Poi è venuto il terremoto e sono svenuta… Rinvenuta, ho voluto baciare quel lino e ho visto… oh!… Vi è sopra la faccia del Redentore!…».
   «Fa’ vedere! Fa’ vedere!».
   «No. Prima alla Madre. È il suo diritto».
   «È tanto sfinita! Non resisterà…».
   «Oh! non lo dite! Le sarà di conforto, invece. Avvertitela!».

 20Giovanni bussa piano all’uscio.
   «Chi è?».
   «Io, Madre. Fuori è Niche… È venuta nella notte… Ti ha portato un ricordo… un dono… Spera darti conforto con quello».
   «Oh! un solo dono mi può confortare! Il sorriso del suo Volto…».
   «Madre!». Giovanni l’abbraccia per tema che cada e dice, come confidasse il Nome vero di Dio:   «Quello è. Il sorriso del suo Volto, impresso nel lino con cui Niche lo ha asciugato sul Calvario».
   «Oh! Padre! Dio altissimo! Figlio santo! Eterno Amore! Siate benedetti! Il segno! Il segno che vi ho chiesto! Fàlla, fàlla entrare!».
   Maria si siede perché non si regge più e, mentre Giovanni fa cenno alle donne, che occhieggiano, che Niche passi, Ella si ricompone.
   Niche entra e si inginocchia ai suoi piedi con la servente accanto. Giovanni, ritto in piedi, presso Maria, le tiene il braccio dietro le spalle come per sorreggerla. Niche non dice una parola. Ma apre il cofano, estrae il lino, lo spiega. E il Volto di Gesù, il Volto vivo di Gesù, il doloroso e pur sorridente Volto di Gesù, guarda la Madre e le sorride.
   Maria ha un grido di amore doloroso e tende le braccia. Le donne le fanno eco dal vano dell’uscio dove si affollano. E la imitano nell’inginocchiarsi davanti al Volto del Salvatore.
   Niche non trova una parola. Passa il lino dalle sue alle mani materne e si curva poi a baciarne il lembo. E poi esce a ritroso, senza attendere che Maria rinvenga dalla sua estasi.
   Se ne va… È già fuori, nella notte, quando pensano a lei… Non resta che chiudere il portone come era prima.
   Maria è di nuovo sola. In un colloquio d’anima con l’effigie del Figlio, perché tutti si ritirano di nuovo.

 21Altro tempo passa. Poi Marta dice: «Come faremo per gli unguenti? Domani è sabato…».
   «E non potremo prendere nulla…», dice Salome.
   «E bisognerebbe farlo… Molte libbre di aloe e mirra… ma era così mal lavato…».
   «Bisognerebbe avere pronto tutto per l’aurora del primo giorno dopo il sabato», osserva Maria d’Alfeo.
   «E le guardie? Come faremo?», chiede Susanna.
   «Lo diremo a Giuseppe, se non ci lasciano entrare», risponde Marta.
   «Non potremo da noi spostare la pietra».
 Risponde la Maddalena: «Oh! in cinque dici che non potremo? Siamo robuste tutte… e l’amore fa il resto».
   «E poi verrò io con voi», dice Giovanni.
   «Tu no proprio. Non voglio perdere anche te, figlio».
   «Ma non ci pensare. Basteremo noi».
   «Ma intanto… Chi ci dà gli aromi?».
   Restano tutte accasciate… Poi Marta dice: «Potevamo chiedere a Niche se era vero di Giovanna… delle sommosse…».
   «È vero! Ma ebeti siamo. Potevamo allora prendere anche gli aromi. Isacco era sul suo uscio quando tornammo…».

 22«In palazzo sono molti vasetti d’essenze, e c’è incenso fino. Vado a prenderli». E Maria Maddalena si alza dal suo posto e si mette il manto.
   Marta grida: «Tu non andrai».
   «Io andrò».
   «Sei folle! Ti prenderanno!».
   «Tua sorella ha ragione. Non andare!».
   «Oh! che inutili e urlanti femmine che siete! Invero che Gesù aveva una bella schiera di seguaci! Avete già esaurito la vostra riserva di coraggio? A me, invece, più ne uso e più me ne viene».
   «Andrò io con lei. Sono un uomo».
   «E io sono tua madre e te lo proibisco».
   «Sta’ buona, Maria Salome, e sta’ buono, Giovanni. Vado sola. Non ho paura. So cosa è girare di notte per le vie. L’ho fatto mille volte per il peccato… e dovrei temere ora che vado per servire il Figlio di Dio?».
   «Ma oggi la città è in rivolta. Hai sentito l’uomo».
   «È un coniglio. E voi con lui. Io vado».
   «E se ti trovano i soldati?».
   «Dirò: “Sono la figlia di Teofilo, siro, servo fedele di Cesare”. E mi lasceranno andare. E poi… L’uomo davanti ad una donna giovane e bella è un trastullo più innocuo di un filo di paglia. Lo so, per mia vergogna…».
   «Ma dove vuoi trovare profumi in palazzo se esso è disabitato da anni?».
   «Lo credi? Oh! Marta! Non ricordi che Israele vi obbligò a lasciarlo perché era uno dei miei luoghi di ritrovo con gli amanti? In esso io avevo tutto quanto serviva a farli più folli ancora di me. Quando fui salvata dal mio Salvatore, io ho nascosto, in un luogo noto a me sola, gli alabastri e gli incensi che usavo per le mie orge d’amore. Ed ho giurato che unicamente il pianto sul mio peccato e l’adorazione di Gesù santissimo sarebbero state le acque profumate e gli ardenti incensi di Maria pentita. E di quei segni di un culto profano del senso e della carne ne avrei solo usato per santificarli su Lui e dargli unzione. Ora è l’ora. Vado. Restate. E tranquille. Con me viene l’angelo di Dio e nulla di male mi accadrà. Addio. Vi porterò notizie. E a Lei non dite nulla… Le aumentereste l’affanno…».
 E Maria di Magdala esce sicura, imponente.

 23«Madre, questo ti insegni… E ti dica: “Non fare che il mondo dica che tuo figlio è un vile”. Domani, anzi oggi, perché già è data la seconda vigilia, io andrò cercando i compagni, come Ella vuole…».
   «È sabato… non puoi…», obbietta Salome per trattenerlo.
   «”Il sabato è morto”, dico io pure con Giuseppe. L’èra nuova è iniziata. Altre leggi, altri sacrifici e cerimonie in essa».
   Maria Salome china la testa sui ginocchi e piange senza più protestare.
   «Oh! poter sapere di Lazzaro!», geme Maria di Cleofa.
   «Se mi lasciate andare lo saprete. Perché i compagni, Simone Cananeo ne ha avuto l’ordine, sono stati condotti, da lui, da Lazzaro. Gesù lo disse, me presente, a Simone».
   «Ohimé! Tutti là? Allora tutti perduti!». Maria Cleofa e Salome piangono desolate.
   Passa altro tempo fra pianti e attese.

 24Poi torna Maria Maddalena. Trionfante, carica di borse piene di vasetti preziosi.
 «Vedete che nulla è accaduto? Ecco qui: oli di ogni genere, e nardo, e olibano, e benzoino. Non c’è la mirra e l’aloe… Non volevo amarezze io… Le bevo tutte ora… Ma intanto intrideremo queste, e domani prenderemo… oh! pagando, Isacco darà anche di sabato… Prenderemo mirra e aloe».
   «Ti hanno vista?».
   «Nessuno. Non c’è in giro neppure un pipistrello».
   «I soldati?».
   «I soldati? Io credo che russino nei loro giacigli».
   «Ma le sedizioni… gli arresti…».
   «Li ha visti la paura di quell’uomo…».
   «Chi è nel palazzo?».
   «Ma Levi e la moglie. Tranquilli come pargoli. Gli armati sono fuggiti… ah! ah! bei prodi abbiamo, per mia fede!… Sono fuggiti appena seppero della condanna. Dico il vero: Roma è dura e usa il flagello… Ma con questo si fa temere e servire. Ed ha uomini, non conigli… Oh! sì! Egli diceva: “I miei seguaci conosceranno la mia stessa sorte”. Umh! Se molti romani diverranno di Gesù, ciò può essere. Ma se deve avere martiri fra gli israeliti! Resterà solo… Ecco. Questo è il mio sacco. E questo è di Giovanna, che… Sì. Non solo vili, ma mentitori siamo. Giovanna non è che accasciata. Lei ed Elisa si sono sentite male sul Golgota. Una è una madre che ebbe morto il figlio, e sentire i rantoli di Gesù la fecero stare male. L’altra è delicata, non usa a tanto cammino e a tanto sole. Ma niente ferite, niente agonie. Piange, come noi, certo. Non di più. Si rammarica di essere stata condotta via. Domani verrà. E manda questi aromi. Quelli che aveva. Con lei era rimasta Valeria, per ordine di Plautina, ed ora se ne è andata con gli schiavi alla casa di Claudia, perché loro hanno molti incensi. Quando verrà, perché anche lei, per grazia del Cielo, non è una lepre sempre tremante, non mettetevi ad urlare come sentiste il gladio alla gola. Su. Alzatevi. Prendiamo dei mortai. Lavoriamo. Piangere non giova. O, almeno, piangete e lavorate. Sarà stemperato col pianto il nostro balsamo. Ed Egli lo sentirà su di Lui… Sentirà l’amore nostro». E si morde le labbra, per non piangere e per dare forza alle altre, veramente disfatte.
   Lavorano con lena.

 25Maria chiama Giovanni.
   «Madre, che hai?».
   «Questi colpi…».
   «Tritano gli incensi…».
   «Ah!… Ma… perdonate… Non fate quel rumore… mi sembrano i martelli…».
   Infatti i pestelli di bronzo contro il marmo dei mortai fanno proprio un rumore di martelli.
 Giovanni lo dice alle donne, e queste escono nel cortile per essere udite meno. Giovanni torna dalla Madre.
   «Come li hanno avuti?».
   «È andata Maria di Lazzaro. A casa sua, e da Giovanna… E anche altri ne verranno portati…».
   «Non è venuto nessuno?».
   «Nessuno dopo Niche».
   «Ma guardalo, Giovanni, come è bello anche in quel suo dolore!». Maria si assorbe a mani giunte contro il telo, che ha steso contro un cofano tenendolo fermo con dei pesi.
   «Bello, sì, Madre. E ti sorride… Non piangere più… Già qualche ora è passata. Meno da attendere il suo ritorno…», e intanto Giovanni piange…
   Maria lo accarezza sulla gota. Ma guarda solo l’effigie del Figlio.
   Giovanni esce, accecato dal pianto.

 26Anche la Maddalena, che è tornata a prendere delle anfore, è nelle stesse condizioni. Ma dice all’apostolo: «Non bisogna farsi vedere piangere. Perché, se no, quelle là non sanno più fare nulla. E fare si deve…».
   «… e credere si deve», termina Giovanni.
   «Sì. Credere. Se non si potesse credere, sarebbe la disperazione. Io credo. E tu?».
   «Io pure…».
   «Lo dici male. Non ami ancora abbastanza. Se amassi con tutto te stesso, non potresti non credere. L’amore è luce e voce. Anche contro le tenebre della negazione e il silenzio della morte dice: “Io credo”». È splendida la Maddalena, così alta e imponente, imperiosa nella sua confessione di fede! Deve avere il cuore torturato. E i suoi occhi bruciati di pianto lo dicono. Ma l’animo è invitto.
   Giovanni la guarda ammirato e mormora: «Tu sei forte!».
 «Sempre. Lo fui tanto che seppi sfidare il mondo. Ed ero senza Dio, allora. Ora che ho Lui, sento di sapere sfidare anche l’inferno. Tu, che sei buono, non dovresti essere che più forte di me. Perché la colpa deprime, sai? Più di una consunzione. Ma tu sei innocente… Per questo ti amava tanto…».
   «Anche te amava…».
   «E io non ero innocente. Ma ero la sua conquista e…».

 27Bussano al portone con forza.
   «Sarà Valeria. Apri».
   Giovanni lo fa senza paura, dominato dalla calma di Maria.
   È infatti Valeria coi suoi schiavi, che portano la lettiga da cui ella è scesa. Entra salutando latinamente: «Salve».
   «La pace sia con te, sorella. Entra», dice Giovanni.
   «Posso offrire alla Madre l’omaggio di Plautina? Anche Clau­dia ha contribuito. Ma se non è dolore per Lei il vedermi».
   Giovanni entra da Maria.
   «Chi bussa? Pietro? Giuda? Giuseppe?».
   «No. È Valeria. Ha portato resine preziose. Te le vorrebbe offrire… se non ti dà pena».
   «Devo superare la pena. Egli ha chiamato al suo Regno i figli d’Israele e i pagani. Tutti ha chiamato. Ora… è morto… Ma io sono qui per Lui. E tutti ricevo. Entri».
 Valeria entra. Si è levato il mantello oscuro ed è tutta bianca nella sua stola. Si inchina fino a terra. Saluta e parla. «Domina. Tu lo sai chi siamo. Le prime redente dall’oscurantismo pagano. Fango e tenebre eravamo. Tuo Figlio ci ha dato ala e luce. Ora è… è addormentato in pace. Sappiamo i vostri usi. E vogliamo che anche i balsami di Roma siano sparsi sul Trionfatore».
   «Dio vi benedica, figlie del mio Signore. E… perdonate se non so dire di più…».
   «Non ti sforzare, Domina. Roma è forte. Ma sa anche comprendere il dolore e l’amore. Ti capisce, Madre Dolorosa. Addio».
   «La pace sia con te, Valeria! A Plautina, a voi tutte, la mia benedizione».
   Valeria si ritira, lasciando i suoi incensi e altre essenze.
   «Lo vedi, Madre? Tutto il mondo dà per il Re del Cielo e della Terra».
   «Sì», dice Maria. «Tutto il mondo. E la Madre non avrà potuto dargli che il pianto».

 28Un gallo canta allegro in qualche posto vicino. Giovanni sussulta.
   «Che hai, Giovanni?», chiede la Vergine.
   «Pensavo a Simon Pietro…».
   «Ma non era con te?», chiede la Maddalena che è rientrata nella stanza.
   «Sì. In casa di Anna. Poi ho capito che dovevo venire qui. E non l’ho mai più visto».
   «Fra poco è l’alba».
   «Sì. Aprite».
   Aprono le impannate, e i volti sembrano ancor più terrei nella luce verdolina dell’alba.
   La notte del Venerdì Santo è finita.

   Cap. DCXIII. Riflessioni sulla Passione di Gesù e di Maria e sulla Con-passione di Giovanni.

   20 febbraio 1944.

  1 Ora, è già notte, dice Gesù:
   «Tu lo hai visto quanto costi essere Salvatori. Lo hai visto in Me ed in Maria. Le nostre torture le hai tutte conosciute ed hai visto con che generosità, con che eroismo, con che pazienza, con che mitezza, con che costanza, con che fortezza le abbiamo subite per la carità di salvarvi.
   Tutti coloro che vogliono, che chiedono al Signore Iddio di fare di essi dei “salvatori”, devono ben pensare che Io e Maria siamo il modello e che quelle sono le torture da condividere per salvare. Non saranno la croce, le spine, i chiodi, i flagelli materiali. Saranno altri, di altra forma e natura. Ma ugualmente dolorosi e ugualmente consumanti. Ed è solo consumando il sacrificio fra quei dolori che si può divenire salvatori.
   È una missione austera. La più austera di tutte. Quella rispetto alla quale la vita del monaco o della monaca della più severa regola è un fiore rispetto ad un mucchio di spine. Perché questa è non regola di Ordine umano. Ma Regola di un sacerdozio, di una monacazione divina, il cui Fondatore sono Io, Io che consacro e accolgo nella mia Regola, nel mio Ordine, gli eletti ad essa, e impongo loro il mio abito: il Dolore totale, sino al sacrificio.

 2 Tu hai visto le mie sofferenze. Esse sono state volte a riparare le vostre colpe. Niente nel mio Corpo è stato escluso da esse, perché niente nell’uomo è esente da colpe e tutte le parti del vostro io fisico e morale — quell’io che Dio vi ha dato con una perfezione di opera divina e che voi avete avvilito con la colpa del progenitore e con le vostre tendenze al male, con la vostra volontà cattiva — sono strumenti di cui vi servite per compiere il peccato.
   Ma Io sono venuto per annullare gli effetti del peccato col mio Sangue e il mio dolore, lavando le vostre singole parti fisiche e morali in essi per mondarle e per renderle forti contro le tendenze colpevoli.

 3 Le mie Mani sono state ferite e imprigionate, dopo essersi stancate a portare la Croce, per riparare a tutti i delitti fatti dalla mano dell’uomo. Da quelli veri e propri di reggere e manovrare un’arma contro un fratello, facendo di voi dei Caini, a quelli di rubare, di scrivere false accuse, di fare atti contro il rispetto del vostro e dell’altrui corpo e di oziare in un’infingardia che è terreno propizio ai vostri vizi. Per le vostre illecite libertà delle mani ho fatto crocifiggere le mie, inchiodandole al legno, privandole d’ogni moto più che lecito e necessario.
   I Piedi del vostro Salvatore, dopo essersi affaticati e contusi sulle pietre del mio cammino di Passione, sono stati trafitti, immobilizzati per riparare a tutto il male che voi fate coi piedi, facendo di essi il mezzo per andare ai vostri delitti, furti, fornicazioni. Ho segnato le vie, le piazze, le case, le scale di Gerusalemme, per purificare tutte le vie, le piazze, le scale, le case della Terra da tutto il male che vi era nato sopra e dentro, seminato nei secoli passati e nei secoli avvenire dal vostro mal volere, ubbidiente alle istigazioni di Satana.

 4 Le mie Carni si sono maculate, contuse, lacerate per punire in Me tutto il culto esagerato, l’idolatria che voi date alla carne vostra e di chi amate per capriccio di senso o anche per affetto che in sé non è riprovevole ma che rendete tale amando un genitore, un coniuge, un figlio, un fratello più di quanto non amiate Dio.
   No. Sopra ogni amore ed ogni vincolo della Terra vi è, vi deve essere l’amore per il Signore Iddio vostro. Nessuno, nessuno altro affetto deve essere superiore a questo. Amate i vostri in Dio, non sopra a Dio. Amate con tutti voi stessi Dio. Ciò non assorbirà il vostro amore al punto di rendervi indifferenti ai congiunti, ma anzi alimenterà il vostro amore per essi della perfezione attinta da Dio, perché chi ama Dio ha Dio in sé e avendo Dio ha la Perfezione.
   Io ho fatto delle mie Carni una piaga per levare alle vostre il veleno del senso, del non pudore, del non rispetto, dell’ambizione e ammirazione per la carne destinata a tornare polvere. Non è col culto alla carne che si porta la carne alla bellezza. È con il distacco da essa che si dà ad essa la Bellezza eterna nel Cielo di Dio.

 La mia Testa fu torturata da mille torture: delle percosse, del sole, delle urla, delle spine, per riparare alle colpe della vostra mente. Superbia, impazienza, insopportabilità, insofferenza pullulano come un fungaio nel vostro cervello. Io ho fatto di esso un organo torturato, chiuso in uno scrigno decorato di sangue, per riparare a tutto ciò che sgorga dal vostro pensiero.
   L’unica corona che ho voluto, tu l’hai vista. La corona che solo un pazzo o un suppliziato può portare. Nessuno che sia sano di mente (umanamente parlando) e libero di sé, se la impone. Ma Io ero giudicato pazzo, e pazzo, soprannaturalmente, divinamente pazzo ero, volendo morire per voi che non mi amate o mi amate così poco, volendo morire per vincere il Male in voi sapendo che lo amate più di Dio, ed ero in balìa dell’uomo, suo prigioniero, suo condannato. Io, Dio, condannato dall’uomo.
   Quante impazienze voi avete per dei nonnulla, quante incompatibilità per delle inezie, quante insoffribilità per dei semplici malesseri! Ma guardate il vostro Salvatore. Meditate cosa doveva essere di eccitante quel pungere continuo in nuovi posti, quell’impigliarsi nelle ciocche dei capelli, quello spostarsi continuo senza dar modo di muovere il capo, di appoggiarlo in nessun modo che non desse tormento! Ma pensate cosa erano per la mia Testa torturata, dolente, febbrile, le urla della folla, le percosse sul capo, il sole cocente! Ma riflettete quale dolore dovevo avere nel mio povero cervello, andato all’agonia del Venerdì già tutto un dolore per lo sforzo subìto nella sera del Giovedì, nel mio povero cervello al quale saliva la febbre di tutto il Corpo straziato e delle intossicazioni provocate dalle torture!

 6 E nel Capo gli occhi ebbero la loro, e la sua ebbe la bocca, e la sua il naso, e la sua la lingua. Per riparare ai vostri sguardi così amanti di vedere ciò che è male e così dimentichi di cercare Dio, per riparare alle troppe e troppo bugiarde e sporche e lussuriose parole che dite invece di usare le labbra per pregare, per insegnare, per confortare; ebbero la sua tortura il naso e la lingua per riparare alle vostre golosità e alla vostra sensualità d’olfatto, per cui pure commettete delle imperfezioni che sono terreno a più gravi colpe, e delle colpe con l’avidità di cibi superflui, senza pietà di chi ha fame, di cibi che vi potete permettere molte volte ricorrendo a mezzi illeciti di guadagno.
   I miei organi non furono esenti dal soffrire. Non uno di essi. Soffocazioni e tosse per i polmoni contusi dalla barbara flagellazione e resi edematici dalla posizione sulla croce. Affanno e dolore al cuore spostato e reso infermo dalla crudele flagellazione, dal dolore morale che l’aveva preceduta, dalla fatica della salita sotto il grave peso del legno, dall’anemia consecutiva a tutto il sangue che già aveva sparso. Fegato congesto, milza congesta, reni contuse e congeste.

 7 Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.
   Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: “Ciò è opera di Dio” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!
   Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche — povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare — sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio Cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremìa, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile.

 8 La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d’acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.
   Tu l’hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittimesenza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l’aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.
   Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.

 9 Questo il soffrire del tuo Gesù nel suo Corpo innocente. E non ti parlo delle torture dell’affetto per mia Madre e per il suo dolore. Ci voleva quel dolore. Ma per Me è stato lo strazio più crudele. Solo il Padre sa cosa ha sofferto il suo Verbo nello spirito, nel morale, nel fisico! Anche la presenza della Madre, se è stata la cosa più desiderata dal mio cuore che aveva bisogno di avere quel conforto nella solitudine infinita che lo circondava, infinita, solitudine veniente da Dio e dagli uomini, è stata tortura.
   Ella doveva esser là, angelo di carne per impedire alla disperazione di assalirmi come l’angelo spirituale l’aveva impedito nel Getsemani, doveva esser là per unire il mio Dolore al suo per la vostra Redenzione, doveva esser là per ricevere l’investitura di Madre del genere umano. Ma vederla morire ad ogni mio fremito è stato il mio più grande dolore. Neppure il tradimento, neppure la cognizione che il mio Sacrificio sarebbe stato inutile per tanti, questi due dolori che poche ore prima mi erano parsi tanto grandi da farmi sudare sangue, erano paragonabili a questo.

 10Ma tu lo hai visto come è stata grande Maria in quell’ora. Lo strazio non le ha impedito d’esser forte ben più di Giuditta.
   Questa ha ucciso. Quella si è fatta uccidere attraverso la sua Creatura. E non ha imprecato, e non ha odiato. Ha pregato, ha amato, ha ubbidito. Madre sempre, sino a pensare, fra quelle torture, che il suo Gesù aveva bisogno del suo velo verginale sulle sue carni innocenti per difesa del suo pudore, Ella ha saputo essere nel contempo Figlia del Padre dei Cieli e ubbidire alla sua tremenda volontà di quell’ora. Non ha imprecato, non si è ribellata. Né a Dio, né agli uomini. Ha perdonato a questi. Ha detto “Fiat” a Quello.
   Anche dopo l’hai udita: “Padre, io ti amo e Tu ci hai amati”! Se lo ricorda e lo proclama che Dio l’ha amata e gli rinnova il suo atto di amore. In quell’ora! Dopo che il Padre l’ha trafitta e orbata della sua ragione d’essere. Lo ama. Non dice: “Non ti amo più perché Tu m’hai colpita”. Lo ama. E non si affligge per il suo dolore. Ma per quello subìto dal Figlio. Non urla per il suo cuore spezzato, ma per il mio trafitto. Di questo chiede ragione al Padre, non del suo dolore. Chiede ragione al Padre in nome del loro Figlio.

 11Ella è ben la Sposa di Dio. Ella è ben Colei che ha concepito per coniugio con Dio. Ella lo sa che contatto umano non ha generato la sua Creatura, ma solo Fuoco sceso dal Cielo a penetrare nel suo seno immacolato e a deporvi il Germe divino, la Carne dell’Uomo-Dio, del Dio-Uomo, del Redentore del mondo. Ella lo sa, e come sposa e madre chiede ragione di quella ferita. Le altre dovevano essere date. Ma questa, quando tutto era stato compiuto, perché?
   Povera Mamma! Vi è stato un perché, che il tuo dolore non ti ha permesso di leggere sulla mia ferita. Ed è stato che gli uomini vedessero il Cuore di Dio. Tu lo hai visto, Maria. E non lo dimenticherai mai più.
   Ma, lo vedi?, Maria, nonostante non veda in quel momento le soprannaturali ragioni di quella ferita, pensa subito che essa non m’ha fatto male e ne benedice Iddio. Che quella ferita faccia tanto male a Lei, povera Mamma, Ella non se ne cura. Non ha fatto male a Me, e ciò le basta e le serve per benedire Iddio che l’immola.

 12Chiede unicamente un poco di conforto per non morire. È necessaria alla Chiesa nascente, di cui è stata creata Madre poche ore innanzi. La Chiesa, come un neonato, ha bisogno di cure e di latte materno. Maria lo darà alla Chiesa sorreggendo gli apostoli, parlando ad essi del Salvatore, pregando per essa. Ma come lo potrebbe se spirasse questa sera? La Chiesa, che ha pochi più giorni per rimanere senza il suo Capo fra essa, rimarrebbe orfana del tutto se anche la Madre spirasse. E la sorte dei neonati orfani è sempre precaria.
   Dio non delude mai una giusta preghiera e conforta i suoi figli che sperano in Lui. Maria lo prova nel conforto della Veronica. Ella, la povera Mamma, ha stampato negli occhi l’effigie del mio Volto spento. Non può resistere a quella vista. Non è più il suo Gesù quello, invecchiato, enfiato, con gli occhi chiusi che non la guardano, con la bocca contorta che non le parla e sorride. Ma ecco un Volto che è di Gesù vivo. Doloroso, ferito, ma vivo ancora. Ecco il suo sguardo che la guarda, la sua bocca che par dica: “Mamma!”. Ecco il suo sorriso che la saluta ancora.
   Oh! Maria! Cercalo il tuo Gesù nel tuo dolore. Egli verrà sempre e ti guarderà, ti chiamerà, ti sorriderà. Divideremo il dolore, ma saremo uniti!

 13Giovanni, o piccolo Giovanni, ha diviso con Maria e con Gesù il dolore. Sii come Giovanni, sempre. Anche in questo.
   Già te l’ho detto: “Non sarai grande per le contemplazioni e i dettati. Questi sono miei. Ma per il tuo amore. E l’amore più alto è nella compartecipazione al dolore”. Questo dà modo di intuire i minimi desideri di Dio e di renderli realtà nonostante tutti gli ostacoli.
   Guarda con che viva e delicata sensibilità Giovanni si conduce dalla notte del Giovedì alla notte del Venerdì. E oltre. Ma osserviamolo in quelle ore.
   Un attimo di smarrimento. Un’ora di pesantezza. Ma, superato il sonno con l’orgasmo della cattura e l’orgasmo con l’amore, egli viene, trascinandosi seco Pietro, perché il Maestro abbia un conforto vedendo il Capo degli apostoli e il Prediletto fra gli apostoli.
   E poi pensa alla Madre, alla quale qualche crudele può urlare l’avvenuta cattura. E va da Lei. Egli non sa che Maria già vive gli strazi del Figlio e che, mentre gli apostoli dormivano, Ella vegliava e pregava, agonizzando col Figlio. Egli non lo sa. E va a Lei e la prepara alla notizia.
   E poi fa la spola fra la casa di Caifa e il Pretorio, la casa di Caifa e la reggia d’Erode, e da capo dalla casa di Caifa al Pretorio. E fare ciò quella mattina, traversando la folla ubbriaca di odio, con le vesti che lo accusano per galileo, non è comoda cosa. Ma l’amore lo sostiene ed egli non pensa a sé, ma ai dolori di Gesù e di sua Madre. Potrebbe esser lapidato perché seguace del Nazareno. Non importa. Egli sfida tutto. Gli altri sono fuggiti, stanno nascosti, la prudenza e la paura li conducono. Lui lo conduce l’amore e resta e si mostra. È un puro. L’amore prospera nella purezza.
   E se la sua pietà ed il suo buon senso di popolano lo inducono a tenere Maria lontana dalla folla e dal Pretorio — egli non sa che Maria condivide tutte le torture del Figlio, patendole spiritualmente — quando giudica essere l’ora che Gesù ha bisogno della Madre e che non è lecito tenere oltre la Madre separata dal Figlio, egli la conduce a Lui, la sostiene, la difende.
 Cosa è quel pugno di persone fedeli: un uomo solo, inerme, giovane, senza autorità, a capo di poche donne, contro tutta una folla imbestialita? Nulla. Un mucchietto di foglie che il vento può disperdere. Una piccola barca su un oceano in tempesta che la può sommergere. Non importa. L’amore è la sua forza e la sua vela. Egli va armato di questo, e con questo protegge la Donna e le donne fino alla fine.
   Giovanni ha posseduto l’amore di compassione come nessun altro al mondo, eccettuata mia Madre. Egli è il capostipite degli amorosi di questo amore. È il tuo maestro in questo. Séguilo nell’esempio che ti dà di purezza e carità, e sarai grande.
   Va’ in pace, ora. Ti benedico».           

   [7 aprile 1945]
 
 14Dice Gesù:
   «[…] E, dato che prevedo le osservazioni dei troppi Tommasi e dei troppi scribi di ora su una frase di questo dettato, che pare in contrasto con il sorso d’acqua offerto da Longino… — oh! come i negatori del soprannaturale, i razionalisti dalla perfezione all’incontrario, godrebbero nel poter trovare una fessura nel magnifico complesso di quest’opera di bontà divina e di sacrificio tuo, piccolo Giovanni, per potere, facendo leva in questa fessura col piccone del loro micidiale razionalismo, far crollare tutto! — per prevenire questi, Io dico e spiego.
   Quel povero sorso di acqua — una goccia nell’incendio della febbre e nell’asciuttore delle vene svuotate — preso per amore di un’anima che andava persuasa di amore per portarla alla Verità, preso con somma fatica nell’affanno acuto che mi strozzava il respiro e ostacolava la deglutizione, tanto ero franto dai flagelli atroci, non dette altro ristoro che quello sovrannaturale. Come carne fu un nulla, per non dire un tormento… Fiumi sarebbero occorsi alla mia sete di allora… E non potevo bere per l’affanno del dolore precordiale. E tu sai cosa è questo dolore… Fiumi sarebbero occorsi poi… e non mi furono dati. Né avrei potuto accettarli per la sempre più forte soffocazione. Ma quanto ristoro mi avrebbero dato al Cuore, se mi fossero stati offerti! Era di amore che morivo. Di amore non dato. La pietà è amore. E in Israele non vi fu pietà.
   Quando contemplate, voi buoni, o analizzate, voi scettici, quel “sorso”, dategli il giusto nome: “pietà”, non bevanda. Può dunque dirsi, senza perciò incorrere in menzogne, che “dalla Cena in poi Io non ebbi conforto”. In tutto il popolo che mi circondava non ci fu uno che mi desse conforto, posto che il vino drogato non lo volli sorbire. Ebbi aceto e scherni. Ebbi tradimenti e percosse. Questo ebbi. Nulla più. […]».

   Cap. DCXIV. Il giorno del Sabato Santo.

   30 marzo 1945.  

 1 L’alba viene avanti stenta, a fatica. E l’aurora tarda stranamente, per quanto non ci siano nuvoli in cielo. Ma sembra che gli astri abbiano perso ogni vigore. E come era pallida la notturna luna, così è pallido il sole che appare. Opachi… Hanno forse pianto anche essi, da avere questo aspetto appannato, come lo hanno gli occhi dei buoni che hanno pianto e piangono per la morte del Signore?
   Appena Giovanni comprende che le porte sono riaperte, esce, sordo alle suppliche materne. Le donne si asserragliano in casa, ancora più intimorite ora che anche l’apostolo se ne è andato.
 Maria, sempre nella sua stanza, con le mani prosciolte nel grembo, guarda fisso fuori dalla finestra, che si apre su un giardino non vastissimo ma abbastanza ampio e tutto pieno di rose in fiore lungo le alte muraglie e le aiuole capricciose. I ciuffi dei gigli, invece, sono ancora senza lo stelo del futuro fiore: folti, belli, ma solo a foglie. Guarda, guarda, ed io credo non veda niente. Ma solo veda ciò che è nel suo povero cervello stanco: l’agonia del Figlio.
   Le donne vanno e vengono. Le si accostano, la carezzano, la pregano di prendere un ristoro… e ogni volta, col loro venire, viene un’ondata di un profumo pesante, composto, sbalordente.
   Maria ne ha un brivido ogni volta. Ma non ha altro. Non parole. Non atti. Niente. È esausta. Attende. È solo un’attesa. È Colei che attende.

 2 Un picchio all’uscio… Le donne corrono ad aprire. Maria si volge sul suo sedile, senza alzarsi, e fissa l’uscio socchiuso.
   Entra la Maddalena. «C’è Mannaen… Vorrebbe essere usato per qualche cosa».
   «Mannaen… Fàllo entrare. Fu sempre buono. Ma credevo non fosse lui…».
   «Chi credevi, Madre?…».
   «Dopo… dopo. Fa’ passare».
   Entra Mannaen. Non è pomposo come di solito. Ha una veste comunissima, di un marrone quasi nero, e un mantello uguale. Nessun gioiello e non la spada. Nulla. Sembra un uomo benestante ma del popolo. Si curva a salutare, prima con le mani incrociate sul petto, e poi si inginocchia come davanti ad un altare.
   «Alzati. E perdona se non rispondo all’inchino. Non pos­so…».
   «Non devi. Non lo permetterei. Chi sono lo sai. Perciò ti prego calcolarmi tuo servo. Hai bisogno di me? Vedo che non hai un uomo d’intorno. So da Nicodemo che tutti sono fuggiti. Non c’era nulla da fare. È vero. Ma almeno dargli il conforto di vederci. Io… io l’ho salutato al Sisto. E poi non ho più potuto, perché… Ma è inutile dirlo. Anche questo fu voluto da Satana. Ora sono libero e vengo a mettermi al tuo servizio. Ordina, Donna».
   «Vorrei sapere e far sapere a Lazzaro… Le sorelle sono in pena, e mia cognata e l’altra Maria pure. Vorremmo sapere se Lazzaro, Giacomo, Giuda e l’altro Giacomo sono salvi».
   «Giuda? L’Iscariota? Ma lo ha tradito!».
   «Giuda, figlio del fratello dello sposo mio».
   «Ah! vado», e si alza. 614.3Ma nel farlo ha un movimento di dolore.
   «Ma sei ferito?».
   «Uhm… sì. Roba da nulla. Un braccio che duole un poco».
   «Per causa nostra, forse? Per questo non c’eri lassù?».
   «Sì. Per questo. E solo per questo mi dolgo. Non per la ferita. Il resto di fariseismo, di ebraismo, di satanismo che era in me, perché satanismo è divenuto il culto d’Israele, è tutto uscito con quel sangue. Sono come un pargolo che, dopo la recisione del sacro ombelico, non ha più contatti col sangue materno, e le poche stille che ancora restano nel cordone reciso non vanno in lui, strozzate come sono dal laccio di lino. Ma cadono… Inutili ormai. Il neonato vive col suo cuore e il suo sangue. Così io. Fino ad ora ero ancora non formato del tutto. Ora sono giunto al termine, e vengo, e sono stato dato alla Luce. Ieri sono nato. Mia madre è Gesù di Nazaret. E mi ha partorito quando ha dato l’ultimo grido. So… Perché sono fuggito nella casa di Nicodemo questa notte. Solo vorrei vederlo. Oh! quando andrete al Sepolcro, ditemelo. Verrò… Il suo Volto di Redentore io lo ignoro!».
   «Ti guarda, Mannaen. Volgiti».
 L’uomo, che era entrato tanto a capo chino e che aveva avuto poi occhi solo per Maria, si volta quasi spaventato e vede il Sudario. Si getta bocconi, adorando… E piange.
 Poi si leva. Si inchina a Maria e dice: «Vado».
   «Ma è sabato. Lo sai. Già ci accusano di violare la Legge per sua istigazione».
   «Pari siamo, perché essi violano la legge dell’Amore. La prima e più grande. Egli lo diceva. Il Signore ti conforti». Esce.

 4 E le ore passano. Come sono lente per chi attende…
   Maria si alza e appoggiandosi ai mobili si fa sull’uscio. Cerca di traversare il vasto vestibolo d’ingresso. Ma quando non ha più appoggio vacilla come fosse ebbra.
   Marta, che vede dal cortile che è oltre l’uscio, aperto al­l’estremità del vestibolo, accorre. «Dove vuoi andare?».
   «Là dentro. Me lo avete promesso».
   «Aspetta Giovanni».
   «Basta aspettare. Vedete che sono quieta. Andate, poi che avete fatto chiudere dall’interno, e fate aprire. Io aspetto qui».
   Susanna, poiché tutte sono accorse, parte per chiamare il padrone con le chiavi. Intanto Maria si appoggia alla porticina come volesse aprirla con la forza del suo volere.
   Ecco l’uomo. Pauroso, avvilito, apre e si ritira. E Maria, a braccio di Marta e Maria d’Alfeo, entra nel Cenacolo.
   Tutto è ancora come era alla fine della Cena. Il susseguirsi delle cose e l’ordine dato da Gesù hanno impedito manomissioni. Soltanto sono stati riportati i sedili al loro posto. E Maria, che pure non è stata nel Cenacolo, va diritta al posto dove era seduto il suo Gesù. Pare che la guidi una mano. E sembra quasi sonnambula, tanto è irrigidita nello sforzo di andare… Va. Gira intorno al letto sedile, si insinua fra questo e la tavola… resta ritta un momento e poi si abbatte attraverso al tavolo in un nuovo scoppio di pianto. Poi si calma. Si inginocchia e prega con la testa appoggiata all’orlo della tavola. Carezza la tovaglia, il sedile, le stoviglie, l’orlo del grande vassoio dove era l’agnello, il grande coltello usato a scalcare, l’anfora posata davanti a quel posto. Non sa di toccare ciò che ha toccato anche l’Iscariota. Poi resta come inebetita, con la testa appoggiata sulle braccia conserte messe sul tavolo.
   Tacciono tutte. Finché la cognata dice: «Vieni, Maria. Temiamo i giudei. Vorresti che entrassero qui?».
   «No. No. È luogo santo. Andiamo. Aiutatemi… Avete fatto bene a dirmelo. Vorrei anche un cofano, bello, grande, chiuso. Per chiudervi dentro tutti i miei tesori».
   «Domani te lo faccio portare dal palazzo. È il più bello della casa. È robusto e sicuro. Te lo dono con gioia», promette la Maddalena.
   Escono. Maria è proprio esausta. Vacilla nel fare i pochi scalini. E, se è meno drammatico il suo dolore, è perché non ha più forza di essere tale. Ma nella sua pacatezza è ancora più tragico.
   Rientrano nella stanza di prima. E prima di tornare al suo posto Maria accarezza, come fosse un viso di carne, il santo Volto del Sudario.

 5 Un altro busso al portone. Le donne si affrettano ad uscire e a socchiudere l’uscio.
   Con la sua voce stanca Maria dice: «Se fossero i discepoli, e specie Simon Pietro e Giuda, che vengano subito a me».
   Ma è il pastore Isacco. Entra piangendo dopo qualche minuto e subito si prostra al Sudario e poi alla Madre, e non sa che dire. È Lei che dice: «Grazie. Ti ha visto e ti ho visto. Lo so. Vi guardava finché ha potuto».
   Isacco piange ancora più forte. Può parlare solo quando ha finito il suo pianto. «Non volevamo andare via. Ma Gionata ce ne ha pregato. I giudei minacciavano le donne… e dopo non abbiamo più potuto venire. Era… era tutto finito… Dove dovevamo andare allora? Ci siamo sparsi per la campagna e a notte fatta ci siamo riuniti a mezza via fra Gerusalemme e Betlemme. Ci pareva di allontanare la sua Morte andando verso la sua Grotta… Ma poi abbiamo sentito che non era giusto andare là… Era egoismo, e siamo tornati verso la Città… E ci siamo trovati, senza sapere come, a Betania…».
   «I miei figli!».
   «Lazzaro!».
   «Giacomo!».
   «Sono tutti là. I campi di Lazzaro all’aurora erano sparsi di vaganti che piangevano… I suoi inutili amici e discepoli!… Io… sono andato da Lazzaro e credevo di essere il primo… Invece là erano già i tuoi due figli, donna, e il tuo, insieme ad Andrea, Bartolomeo, Matteo. Li aveva persuasi ad andare là Simone Zelote. E Massimino, uscito per la campagna fin dal primo mattino, ne aveva trovati altri. E Lazzaro li ha soccorsi tutti. E ancora lo sta facendo. Dice che il Maestro gliene aveva dato ordine. E così dice lo Zelote».
   «Ma Simone e Giuseppe, gli altri miei figli, dove sono?».
   «Non so, donna. Eravamo stati insieme fino al terremoto. Poi… non so più nulla di esatto. Fra le tenebre e i fulmini e i morti risorti e il tremore del suolo e il turbine dell’aria, ho perduto la ragione. Io mi trovai nel Tempio. E ancora mi chiedo come potei essere là dentro, oltre il limite sacro. Pensa che fra me e l’altare dei profumi c’era solo un cubito… Pensa! Io dove pongono i piedi solo i sacerdoti di turno!… E… e ho visto il Santo dei Santi!… Sì. Perché il Velo del Santo è lacerato da cima a fondo, come l’avesse strappato il volere di un gigante… Se mi vedevano là dentro, mi lapidavano. Ma nessuno vedeva più. Non ho incontrato che spettri di morti e spettri di viventi. Perché spettri parevamo alla luce dei fulmini, al chiarore degli incendi e col terrore nei volti…».
   «Oh! il mio Simone! il mio Giuseppe!».
   «E Simon Pietro? E Giuda di Keriot? E Tommaso e Filip­po?».
   «Non so, Madre… Lazzaro mi ha mandato a vedere, perché gli avevano detto che… che vi avevano uccisi».
   «Vai subito, allora, a tranquillizzarlo. Ho già mandato Mannaen. Ma va’ tu pure e di’… di’ che solo Lui è l’Ucciso. Ed io con Lui. E se vedi degli altri discepoli, portali con te là. Ma l’Iscariota e Simon Pietro li voglio io».
   «Madre… perdonaci se di più non abbiamo fatto».
   «Tutto perdono… Vai».
 Isacco esce. E Marta e Maria, Salome e Maria d’Alfeo lo soffocano di preghiere, di raccomandazioni, di ordini. Susanna piange piano perché nessuno le parla dello sposo. È allora che Salome si ricorda del suo. E piange anche lei.

 6 Silenzio di nuovo. Sino ad un nuovo picchiare al portone.
   Posto che la città è quieta, le donne sono meno paurose. Ma, quando dall’uscio socchiuso vedono spuntare il volto glabro di Longino, fuggono tutte come avessero visto un morto nel suo lenzuolo funebre o il Demonio in persona. Il padrone di casa, che per curiosità ciondola nel vestibolo, è il primo a scappare.
   Accorre la Maddalena, che era con Maria. Longino, con un involontario sorrisetto canzonatorio sulle labbra, è entrato ed ha chiuso da sé il pesante portone. Non è in divisa. Ma ha una veste grigia e corta sotto un mantello pure oscuro.
   Maria Maddalena lo guarda e lui guarda lei. Poi, rimanendo sempre addossato alla porta, Longino chiede: «Posso entrare senza contaminare nessuno? E senza fare terrore a nessuno? Ho visto stamane all’aurora il cittadino Giuseppe e mi ha detto del desiderio della Madre. Chiedo perdono se non giunsi di mio a pensarlo. Ecco la lancia. L’avevo tenuta per ricordo di un… del Santo dei Santi. Oh! questo sì che lo è! Ma è giusto l’abbia la Madre. Per le vesti… è più difficile. Non glielo dite… ma forse sono già state vendute per pochi denari… È diritto dei soldati. Ma cercherò di trovarle…».
   «Vieni. Ella è là».
   «Ma io sono pagano!».
   «Non importa. Glielo vado a dire. Se lo desideri».
   «Oh! non… non pensavo di meritarlo».

 Maria Maddalena va dalla Vergine. «Madre, Longino è lì fuori… Ti offre la lancia».
   «Fàllo passare».
   Il padrone di casa, che è sull’uscio, brontola: «Ma è un pagano».
   «Sono Madre di tutti, uomo. Come Egli di tutti è il Redentore».
   Longino entra e sulla soglia saluta romanamente col gesto, col braccio (si è levato il mantello) e poi con la voce: «Ave, Domina. Un romano ti saluta: Madre dell’umano genere. La vera Madre. Non avrei voluto essere io a… a… a quella cosa. Ma era ordine. Però, se servo a darti quanto desideri, perdono al destino di avermi scelto per quella orrenda cosa. Ecco», e le dà la lancia avvolta in un drappo rosso. Il solo ferro. Non l’asta.
   Maria la prende divenendo ancora più pallida. Si annullano persino le labbra nel pallore. Pare che la lancia la sveni. E trema fin con le labbra mentre dice: «Egli ti conduca a Sé. Per la tua bontà».
   «Era l’unico Giusto che io abbia incontrato nel vasto impero di Roma. Mi pento di non averlo conosciuto che per le parole dei compagni. Ora… è tardi!».
   «No, figlio. Egli ha finito l’evangelizzare. Ma il suo Vangelo resta. Nella sua Chiesa».
   «Dove è la sua Chiesa?». Longino è lievemente ironico.
   «Qui è. Oggi è percossa e dispersa. Ma domani si riunirà come un albero che ravvia la chioma dopo la tempesta. E, anche non ci fosse più alcuno, io ci sono. E il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio e mio, è tutto scritto nel mio cuore. Non ho che guardarmi il cuore per potervelo ripetere».
   «Verrò. Una religione che ha per capo un tale eroe non può essere che divina. Ave, Domina!».
   E anche Longino se ne va.
   Maria bacia la lancia, dove ancora è il Sangue del Figlio… Né vuole levarlo quel Sangue. Ma lo lascia, «rubino di Dio, sulla lancia crudele», dice…

 8 La giornata, fra schiarite di nuvole e cupezze di temporale, passa così.
 Giovanni torna solo quando il sole a perpendicolo dice che è il mezzogiorno. «Madre. Io non ho trovato nessuno, fuorché… Giuda di Keriot».
   «Dove è?».
   «Oh! Madre! Che orrore! Egli pende da un ulivo, gonfio e nero quasi fosse morto da settimane. Putrido. Orrendo… Su lui gli avvoltoi, i corvi, che so, urlano in risse atroci… È stato il loro clamore che mi ha chiamato in quel senso. Ero sulla via del monte Uliveto, e su un poggio ho visto ruote e ruote di uccellacci neri. Sono andato… Perché? Non lo so. E ho visto. Che orrore!…».
   «Che orrore! Dici bene. Ma sopra la Bontà fu la Giustizia. Infatti la Bontà è assente, ora… Ma Pietro! Ma Pietro!… Giovanni, ho la lancia. Ma le vesti… Longino non ne ha parlato».
   «Madre, voglio andare al Getsamni. Egli è stato preso senza mantello. Forse è là ancora. Poi andrò a Betania».
   «Vai. Per il mantello, vai… Gli altri sono da Lazzaro. Non andare perciò da Lazzaro. Non occorre. Va’ e torna qui».
   Giovanni parte di corsa. Senza prendere ristoro. Come senza ristoro sta Maria. Le donne hanno mangiato in piedi pane e ulive, sempre lavorando ai loro balsami.

 9 E viene, con Gionata, Giovanna di Cusa. È una maschera dal gran pianto. E appena vede Maria dice: «Mi ha salvata! Mi ha salvata e Lui è morto. Ora non vorrei più essere stata salvata!».
   È la Madre Dolorosa che deve consolare questa creatura guarita, ma rimasta di una sensibilità morbosa. E la consola e la fortifica dicendole: «Non lo avresti conosciuto e amato e non lo potresti servire ora. Quanto ci sarà da fare, in futuro! E noi dovremo fare perché, lo vedi… Noi siamo rimaste, e gli uomini sono fuggiti. È sempre la donna la generatrice vera. Nel Bene. Nel Male. Noi genereremo la nuova Fede. Di essa siamo ripiene, deposta in noi dallo Sposo Iddio. Ed essa genereremo alla Terra. Per il bene del mondo. Guardalo come è bello! Come sorride e mendica questo nostro santo lavoro! Giovanna, io ti amo, lo sai. Non piangere più».
   «Ma Egli è morto! Sì. Lì sopra è ancora simile ad un vivo. Ma ora vivo non è più. Che è il mondo privo di Lui?».
   «Egli tornerà. Va’. Prega. Attendi. Più crederai, più presto risorgerà. È la mia forza questo credere… E solo io, Dio e Satana sappiamo quanti assalti sono dati a questa mia fede nella sua Risurrezione».
   Anche Giovanna va via, esile e piegata come un giglio troppo saturo d’acqua.
   Ma, uscita lei, Maria ricade nel tormento. «A tutti! A tutti devo dare la forza. E a me chi la dà?». E piange, accarezzando il Volto dell’effigie, perché ora si è seduta presso il cofano su cui il Sudario è steso.

 10Vengono Giuseppe e Nicodemo. Ed evitano alle donne di uscire per comperare mirra e aloe, perché ne portano dei sacchetti. Ma la loro forza cede davanti al Viso impresso nel lino e al viso devastato della Madre. Si siedono in un angolo dopo averla salutata e tacciono. Seri, funebri… Poi vanno.
   Né Lei ha più forza di parlare. Ma, più scende la sera, precoce per la nuvolaglia afosa, e più diviene una povera creatura straziata. Le ombre della sera sono anche per Lei, come per tutti i dolenti, fonte di maggior dolore.
   Anche le altre si fanno più tristi. E specie Salome, Maria d’Alfeo e Susanna. Ma per loro infine viene il ristoro, perché in gruppo giungono Zebedeo, lo sposo di Susanna e Simone e Giuseppe d’Alfeo. I due primi restano nel vestibolo, mentre spiegano che li ha trovati Giovanni mentre passava per il sobborgo di Ofel. I due altri invece sono stati trovati da Isacco erranti per la campagna, incerti se tornare in città o andare dai fratelli, che supponevano a Betania.
 11Simone dice: «Dove è Maria? La voglio vedere», e preceduto dalla madre entra e bacia la parente straziata.
   «Sei solo? Perché non è con te Giuseppe? Perché vi siete lasciati? Ancora in urto fra voi? Non dovete. Vedete? La ragione dell’attrito è morta!». E accenna al Volto del Sudario.
   Simone lo guarda e piange. Dice: «Non ci siamo più lasciati. E non ci lasceremo. Sì, la ragione dell’attrito è morta. Ma non come tu credi. È morta perché Giuseppe, ora, ha compreso… È lì fuori Giuseppe… e non osa venire…».
   «Oh! no. Io non faccio mai paura. E non sono che pietà. Avrei perdonato anche al Traditore. Ma non posso più. Si è ucciso».
   E si alza. Cammina curva chiamando: «Giuseppe! Giuseppe!». Ma Giuseppe, affogato nel pianto, non risponde.
   Ella si fa sulla porta, come era per parlare a Giuda, e sostenendosi allo stipite stende l’altra mano e la posa sulla testa del più anziano e tenace dei nipoti. Lo carezza e dice: «Lascia che io mi appoggi ad un Giuseppe! Tutto era pace e serenità finché avevo quel nome come re nella mia casa. Poi il mio santo mi è morto… E tutto il bene umano della povera Maria è stato morto esso pure. È rimasto il bene soprannaturale del mio Dio e Figlio… Ora sono la Derelitta… Ma se posso essere fra il cerchio delle braccia di un Giuseppe che amo, e tu lo sai se ti amo, io mi sentirò meno derelitta. Mi parrà di tornare indietro. Di poter dire: “Gesù è assente. Ma non morto. È a Cana, a Naim per lavori, ma ora torna…”. Vieni, Giuseppe. Entriamo insieme dove Egli ti aspetta per sorriderti. Ci ha lasciato il suo sorriso per dirci che non ha rancore».
   Giuseppe entra, tenuto per mano da Lei, e come la vede seduta le si inginocchia davanti con la testa nel grembo e singhiozza: «Perdono! Perdono!».
   «Non a me. A Lui lo devi chiedere».
   «Non me lo può dare. Sul Calvario ho cercato di attirare il suo sguardo. Tutti ha guardato. Ma non me… Ha ragione… L’ho conosciuto e amato, come Maestro, troppo tardi. Ora è finito».
   «Ora incomincia. Tu andrai a Nazaret e dirai: “Io credo”. Il tuo credere avrà un valore infinito. Lo amerai con la perfezione degli apostoli futuri, che avranno il merito di amare il Gesù conosciuto solo dallo spirito. Lo farai?».
   «Sì! Sì! Per riparare. Ma vorrei sentire da Lui una parola. E non la sentirò mai più…».
   «Il terzo giorno Egli risorgerà e parlerà a coloro che ama. Tutto il mondo attende la sua Voce».
   «Te benedetta che puoi credere…».
   «Giuseppe! Giuseppe! Il mio sposo ti era zio. E credette ad una cosa che è ancora più difficile a credere di questa. Ha saputo credere che la povera Maria di Nazaret fosse la Sposa e Madre di Dio. Perché tu, nipote di questo Giusto e portatore del suo nome, non puoi credere che un Dio possa dire alla Morte: “Basta!” e alla Vita: “Torna!”?».
   «Io non merito questa fede, perché sono stato cattivo. Ingiusto fui con Lui. Ma tu… tu sei la Madre. Benedicimi. Perdonami… Dammi pace…».
   «Sì… Pace… Perdono… Oh! Dio! Una volta ho detto: “Come è difficile essere i ‘redentori'”. Ora dico: “Come è difficile essere la Madre del Redentore!”. Pietà, mio Dio! Pietà!…
 12Va’, Giuseppe. Tua madre ha tanto sofferto in queste ore. Confortala… Io resto qui… Con tutto quanto ho del mio Bambino… E le mie lacrime solitarie ti otterranno la Fede. Addio, nipote mio. Di’ a tutti che voglio tacere… pensare… pregare… Sono… Sono una povera donna tenuta sospesa su un abisso da un filo… Il filo è la mia Fede… E la vostra non-fede, perché nessuno sa credere totalmente e santamente, urta continuamente questo mio filo… E non sapete quale fatica mi imponete… Non sapete di aiutare Satana a tormentarmi. Va’…».
   E Maria resta sola… Si inginocchia davanti al Sudario. Bacia la fronte, gli occhi, la bocca del Figlio e dice: «Così! Così! Per avere forza…Devo credere. Devo credere. Per tutti».
   La notte è calata. Senza stelle. Buia. Afosa. Maria resta nell’ombra col suo dolore.
   Il giorno del Sabato è finito.

   Cap. DCXV. La notte del Sabato Santo.

   31 marzo 1945.

1 Entra guardinga Maria di Alfeo e ascolta. Forse pensa che la Vergine si sia assopita. Si accosta, si curva. E la vede in ginocchio, col volto a terra contro il Sudario. Mormora: «O sventurata! Così è rimasta!». Deve pensare che si è addormentata o svenuta così.
   Ma Maria, uscendo dalla sua orazione, dice: «No, pregavo».
   «Ma in ginocchio! Al buio! Al freddo! La finestra aperta! Sen­ti? Sei di gelo».
   «Ma sto tanto meglio, Maria. Mentre pregavo — e solo l’E­terno sa come ero sfinita dopo avere sostenuto tante fedi che vacillano, illuminato tante menti che neppure la sua morte ha rischiarato — mi è parso di sentire un profumo angelico, una freschezza di Cielo, una carezza d’ala… Un attimo… Non di più. Ma mi è sembrato che, nel mare di mirra che infuriato mi sommerge da tre giorni ormai, si infondesse una stilla di pacificante dolcezza. Mi è sembrato che la volta serrata dei Cieli si socchiudesse e un filo di luminoso amore scendesse sulla Abbandonata. Mi è sembrato che, venendo da lontananze infinite, un murmure incorporeo dicesse: “È realmente terminato”. La mia preghiera, sino a quel momento desolata, si è fatta più quieta. Si è tinta della luminosa pace — oh! appena una sfumatura! — della luminosa pace che erano i miei contatti con Dio nell’orazione…

 2 Le mie orazioni!… Maria, hai amato molto, tu, il tuo Alfeo quando eri la vergine sposata?».
    «Oh! Maria!… Giubilavo all’aurora dicendo: “È passata una notte. Una di meno d’attesa”. Giubilavo al tramonto dicendo: “Un altro giorno è finito. Più prossima la mia entrata sotto il suo tetto”. E come calava il sole, io cantavo come un’allodola pensando: “Fra poco viene”. E quando lo vedevo venire, bello nel volto come il mio Giuda — è per quello che Giuda è il mio prediletto — ma dall’occhio di cervo innamorato come è Giacomo mio, oh! allora io non sapevo più dove ero! E quando mi salutava dicendo: “Dolce sposa!” e io gli potevo dire: “Mio signore”, allora io… io credo che, se fossi stata stritolata in quel momento da un pesante carro o colpita da una freccia, non avrei sentito dolore. E dopo!… Quando fui la moglie sua… Ah!…». Maria si perde nell’estasi dei ricordi. Poi chiede: «Ma perché questa domanda?».
   «Per spiegarti cosa erano per me le orazioni. Centuplica i tuoi sentimenti, aumentali per mille e mille potenze, e comprenderai cosa è sempre stata per me l’orazione, l’attesa di quell’ora… Già, io credo che, se anche non oravo nella pace della grotta o della stanza mia, ma lavoravo alle opere della donna, l’anima mia orasse senza pausa… Ma quando potevo dire: “Ecco, l’ora di raccogliermi in Dio viene”, io avevo il cuore che ardeva palpitando veloce. E quando in Lui mi perdevo… allora… No… Questo non te lo posso spiegare. Quando sarai nella luce di Dio lo comprenderai…

 3 Tutto questo da tre giorni era perduto… Ed era ancora più straziante del non avere più Figlio… E Satana lavorava su queste due piaghe sovrapposte della morte della mia Creatura e dell’abbandono di Dio, creando la terza piaga del terrore della non fede. Maria, ti voglio bene e mi sei parente. Lo dirai, poi, ai tuoi figli apostoli, perché sappiano resistere nell’apostolato e trionfare su Satana. Io sono certa che, se io avessi accettato il dubbio, se avessi ceduto alla tentazione di Satana e avessi detto: “Non è possibile che Egli sorga” negando Dio — perché dire ciò era negare Dio con la sua Verità e Potenza — nel nulla sarebbe ricaduta tanta Redenzione. Io, nuova Eva, avrei morso da capo al pomo della superbia e del senso spirituale, e avrei disfatto l’opera del mio Redentore. Gli apostoli continuamente saranno tentati così: dal mondo, dalla carne, dal potere, da Satana. Restino fermi. Contro tutte le torture, e le corporali saranno le più lievi, per non distruggere ciò che Gesù ha fatto».
   «Dillo tu, Maria, ai miei figli… Che vuoi che sappia dire la tua povera cognata?!

4 Oh! però! Se fossero venuti! Pazienza, fuggire nella prima ora! Ma poi!».
   «Vedi che Lazzaro e Simone avevano ordine di condurli a Betania. Gesù sa tutto…».
   «Sì… Ma… Oh! quando li vedrò, li rimprovererò acerbamente. Sono stati dei vili. Che tutti lo fossero! Ma non loro. I miei figli! Non lo perdonerò loro mai…».
   «Perdona, perdona… È stato un momento di smarrimento… Non credevano che Egli potesse essere preso. Egli lo aveva detto…».
   «Bene apposta che non li perdono. Lo sapevano. Erano perciò già preparati. Quando una cosa si sa, e si crede a chi la dice, niente fa più stupore!».
   «Maria, anche a voi ha detto: “Io risorgerò”. Eppure… Potessi aprirvi il petto e il capo, sul cuore e sul cervello vedrei scritto: “Non può essere”».
   «Ma almeno… Sì… È difficile credere… Ma noi siamo rimaste però sul Calvario».
   «Per grazia gratuita di Dio. Altrimenti saremmo fuggite noi pure. Longino, lo hai sentito? Ha detto: “orrenda cosa”. Ed è un guerriero. Noi, donne, sole con un ragazzo, abbiamo resistito per aiuto diretto di Dio. Non te ne gloriare, perciò. Non è merito nostro».
   «E perché non a loro?».
   «Perché essi saranno i sacerdoti di domani. Devono perciò sapere. Sapere, per averlo provato, come è facile al fedele di un Credo cadere in abiura. Gesù non vuole dei sacerdoti come quelli che lo sono tanto poco da essere stati i suoi più tenaci nemici…».
   «Parli di Gesù come già fosse tornato, tu».
   «Lo vedi? Tu pure confessi di non credere. Come puoi dunque rimproverare i tuoi figli?».
   Maria d’Alfeo non sa che ribattere. Resta a capo chino, muove macchinalmente degli oggetti. Trova la lucernetta ed esce con quella, per tornare dopo con la stessa accesa, che posa al solito posto.
   Maria si è seduta di nuovo presso il Sudario disteso. Il Sudario che, alla luce gialla del lume ad olio, alla fiammella tremolante di esso, acquista una particolare vivezza e pare muoversi nella bocca e negli occhi.
   «Non prendi niente?», chiede, un poco mortificata, la cognata.
   «Un poco d’acqua. Ho sete».
   Maria va e torna… con del latte.
   «Non insistere. Non posso. Acqua sì. Non ho più acqua in me… Credo non avere più neppure sangue. Ma…».

 5 Bussano al portone. Maria d’Alfeo esce. Un parlottio nel vestibolo e poi Giovanni mette dentro il capo.
   «Giovanni. Sei tornato? Ancora nulla?».
   «Sì. Simon Pietro… e il mantello di Gesù… insieme… Nel Get-Samnì. Il mantello…». Giovanni scivola in ginocchio e dice: «Eccolo… Ma è tutto lacerato e insanguinato. Le impronte delle mani sono di Gesù. Solo Lui le aveva lunghe e sottili così. Ma le lacerazioni sono di denti, si vede netto che è bocca d’uomo questa. Penso sia stato… sia stato Giuda Iscariota, perché presso al posto dove Simon Pietro trovò il mantello era un pezzo della veste gialla di Giuda. È tornato là… dopo… prima di uccidersi. Guarda, Madre».
   Maria non ha fatto che carezzare e baciare il pesante mantello rosso del Figlio, ma premuta da Giovanni lo apre e vede le impronte sanguinose, scure sul rosso del Sangue, e le lacerazioni dei denti. Trema e mormora: «Quanto sangue!». Pare che non veda che quello.
   «Madre… la terra ne è rossa. Simone, che è corso lassù nelle prime ore del mattino, dice che l’erba era ancor col sangue fresco sulle foglie… Gesù… Io non so… Non mi pareva ferito… Da dove tanto sangue?».
   «Dal suo Corpo. Nell’angoscia… Oh! Gesù-Vittima totale! Oh! mio Gesù!». Maria piange così angosciosamente, con un lamento esausto, che le donne si affacciano alla porta e guardano e poi si ritirano. «Questo, questo mentre tutti ti abbandonavano… Che facevate, voi, mentre Egli pativa la sua prima agonia?».
   «Dormivamo, Madre…». Giovanni piange.

 6 «Là era Simone? Racconta».
   «Ero andato per cercare il mantello. Avevo pensato di chiederlo a Giona e a Marco… Ma sono fuggiti. La casa è chiusa e tutto è in abbandono. Allora sono sceso alle mura, per fare tutta la strada fatta giovedì… Ero così stanco quella sera, e addolorato, che non potevo, ora, ricordare dove Gesù si era levato il mantello. Mi pareva che lo avesse e poi non lo avesse… Sul posto della cattura, nulla… Dove eravamo noi tre, nulla… Sono andato per il sentiero preso dal Maestro… E ho creduto fosse morto anche Simon Pietro, perché l’ho visto là, tutto rannicchiato contro un masso. Ho gridato. Ha alzato la testa… e l’ho creduto pazzo, tanto era cambiato. Ha avuto un urlo e ha cercato fuggire. Ma traballava, acciecato dal piangere fatto, ed io l’ho afferrato. Mi ha detto: “Lasciami. Sono un demonio. L’ho rinnegato. Come Lui diceva… e il gallo ha cantato e Lui mi ha guardato. Sono fuggito… ho corso su e giù per la campagna, e poi mi sono trovato qui. E, vedi? Qui Jeovè mi ha fatto trovare il suo Sangue ad accusarmi. Tutto sangue. Tutto sangue! Sulla roccia, sulla terra, sull’erba. Io l’ho fatto spargere. Come te, come tutti. Ma io quel Sangue l’ho rinnegato”. Ma pareva in delirio. Ho cercato di calmarlo e di portarlo via. Ma non voleva. Diceva: “Qui. Qui. A fare la guardia a questo Sangue e al suo mantello. E con le lacrime lo voglio lavare. Quando non ci sarà più sangue sulla stoffa, forse allora tornerò fra i vivi battendomi il petto e dicendo: ‘Io ho rinnegato il Signore!'”. Gli ho detto che tu lo volevi. Che mi avevi mandato a cercarlo. Ma non lo voleva credere. Allora gli ho detto che volevi anche Giuda, per perdonarlo, e che soffrivi di non poterlo più fare per il suo suicidio. Allora ha pianto più calmo. Ha voluto sapere. Tutto. E mi ha raccontato che l’erba era ancora col Sangue fresco e che il mantello era tutto malmenato da Giuda, di cui egli aveva trovato un pezzo di veste. L’ho lasciato parlare e parlare, e poi ho detto: “Vieni dalla Madre”. Oh! quanto ho dovuto pregare per persuaderlo! E quando mi pareva di essere riuscito a persuaderlo e mi alzavo per venire, egli non voleva più. Solo verso sera è venuto. Ma giunto oltre la porta si è nascosto da capo in un’ortaglia deserta, dicendo: “Non voglio che la gente mi veda. Porto scritto sulla fronte la parola: Rinnegatore di Dio“. Ora, a buio fondo, sono riuscito a strascinarlo fin qui».

 7 «Dove è?».
   «Dietro a quella porta».
   «Fallo entrare».
   «Madre…».
   «Giovanni…».
   «Non lo rimproverare. È pentito».
   «Mi conosci così poco ancora? Fallo entrare».
   Giovanni esce. Ritorna. Solo. Dice: «Non osa. Prova a chiamarlo tu».
   E Maria dolcemente: «Simone di Giona, vieni». Niente. «Simon Pietro, vieni». Niente. «Pietro di Gesù e di Maria, vieni». Uno scoppio aspro di pianto. Ma non entra. Maria si alza. Lascia il mantello sulla tavola e va alla porta.
   Pietro è accovacciato lì fuori. Come un cane senza padrone. Piange tanto forte, e tutto in un gomitolo, che non sente il rumore della porta che si apre cigolando né lo struscio dei sandali di Maria. Si accorge che Ella è lì quando Ella si china fino a prendergli una mano, premuta sugli occhi, e lo obbliga ad alzarsi. Entra nella stanza tirandoselo dietro come un bambino. Chiude la porta a maniglia e chiavistello e, curva per il dolore come egli per la vergogna, torna al suo posto.
   Pietro le va ai piedi, in ginocchio, e piange senza freno. Maria lo carezza sui capelli brizzolati, sudati dal dolore. Non altro che questa carezza, finché egli è più calmo.

 8 Poi, quando infine Pietro dice: «Tu non mi puoi perdonare. Non mi accarezzare dunque. Perché io l’ho rinnegato», Maria dice:
   «Pietro, tu lo hai rinnegato. È vero. Hai avuto il coraggio di rinnegarlo in pubblico. Il coraggio codardo di farlo. Gli altri… Tutti, meno i pastori, Mannaen, Nicodemo e Giuseppe e Giovanni, hanno avuto la codardia solo. Lo hanno rinnegato tutti: uomini e donne di Israele, meno poche donne… Non nomino i nipoti ed Alfeo di Sara. Essi erano parenti e amici. Ma gli altri!… E neppure hanno avuto il coraggio satanico di mentire per salvarsi, né il coraggio spirituale di pentirsene e piangere, né quello ancor più alto di riconoscere pubblicamente l’errore. Sei un povero uomo. Lo eri, anzi. Finché presumesti di te. Ora sei un uomo. Domani sarai un santo. Ma, anche non fossi qual sei, io ti avrei perdonato lo stesso. Avrei perdonato a Giuda, pure di salvargli lo spirito. Perché il valore di uno spirito, anche di uno solo, merita ogni sforzo per superare ripugnanze e risentimenti, sino ad esserne spezzati. Ricòrdatelo, Pietro. Te lo ripeto: Il valore di un’anima è tale che, a costo di morirne per lo sforzo di subirla vicino, bisogna tenerla così, fra le braccia, come io tengo la tua testa canuta, se si capisce che, tenendola così, la si può salvare. Così. Come una madre che, dopo il castigo paterno, prende sul cuore il capo del figlio colpevole, e più colle parole del suo cuore straziato che batte, che batte d’amore e dolore, che con le percosse paterne, ravvede ed ottiene. Pietro del mio Figlio, povero Pietro che sei stato, come tutti, in mano di Satana in quest’ora di tenebre, e non te ne sei accorto, e credi di avere fatto tutto da te, vieni, vieni qui, sul cuore della Madre dei figli del mio Figlio. Qui non può Satana farti più male. Qui si calmano le tempeste e in attesa del sole — Gesù mio che risusciterà per dirti: “Pace, Pietro mio” — sorge la stella del mattino. Pura, bella, e facente puro e bello tutto ciò che essa bacia, come avviene sulle chiare acque del nostro mare nelle fresche mattine di primavera. Per questo ti ho tanto desiderato. Ai piedi della Croce io ero martirizzata per Lui e per voi e — come non lo hai sentito? — e chiamavo i vostri spiriti così forte che io credo che essi vennero realmente a me. E, chiusi nel mio cuore, anzi, deposti sul mio cuore, come i pani della proposizione, io li ho tenuti sotto il lavacro del suo Sangue e del suo pianto. Io potevo, perché Egli, in Giovanni, mi ha fatta Madre di tutta la sua prole… Quanto ti ho desiderato!… In quella mattina, in quel pomeriggio, e notte e nuovo giorno… Perché tanto hai fatto attendere una madre, povero Pietro ferito e calpestato dal Demonio? Non sai che è compito delle madri ravviare, guarire, perdonare, condurre? Io ti conduco a Lui.

 9 Lo vorresti vedere? Vorresti vedere il suo sorriso per persuaderti che ti ama ancora? Sì? Oh! allora staccati dal mio povero seno di donna e posa la fronte sulla sua fronte coronata, la tua bocca sulla sua bocca ferita, e bacialo il tuo Signore».
   «È morto… Non potrò mai più».
   «Pietro. Rispondi a me. Quale credi sia l’ultimo miracolo del tuo Signore?».
   «Quello dell’Eucarestia. Anzi, no. Quello del soldato guarito là… là… Oh! non mi fare ricordare!…».
   «Una donna, fedele, amorosa, forte, lo ha raggiunto sul Calvario e gli ha asciugato il Volto. Ed Egli, per dire quanto può l’amore, ha fissato il suo Volto sul lino. Eccolo, Pietro. Questo ha ottenuto una donna, in ora di tenebre infernali e di corruccio divino. Solo perché amò. Ricòrdatelo questo, Pietro. Per le ore in cui ti sembrerà che il Demonio sia più forte di Dio. Dio era prigioniero degli uomini, già oppresso, condannato, flagellato, già morente… Eppure, poiché anche fra le più dure persecuzioni Dio è sempre Dio e, se sarà colpita l’Idea, intoccabile è Dio che la suscita, ecco che Dio, ai negatori, agli increduli, agli uomini degli stolti “perché”, dei colpevoli “non può essere”, dei sacrileghi “ciò che io non comprendo non è vero”, risponde, senza parole, con questo lino. Guardalo.
 10Un giorno, tu me lo hai detto, tu dicesti ad Andrea: “Il Messia manifestarsi a te? Non può essere vero!”, e poi la tua ragione umana dovette piegare alla forza dello spirito, che vedeva il Messia là dove la ragione non lo vedeva. Un’altra volta, sul mare in tempesta, tu chiedesti: “Vengo, Maestro?”, e poi, a mezza via, sull’acqua sconvolta, dubitasti dicendo: “L’acqua non mi può reggere” e, col dubbio per zavorra, per poco non affogavi. Solo quando contro la ragione umana prevalse lo spirito che seppe credere, potesti trovare l’aiuto di Dio. Un’altra dicesti: “Se Lazzaro è morto già da quattro giorni, a che siamo venuti? Per morire inutilmente”. Perché non potevi, con la tua ragione umana, ammettere altra soluzione. E la tua ragione fu smentita dallo spirito che, indicandoti col risorto la gloria del Risuscitatore, ti mostrò che non inutilmente eravate andati. Un’altra, anzi più altre, dicesti, udendo il tuo Signore parlare di morte, e morte atroce: “Ciò non ti accadrà mai!”. E tu vedi che smentita ha avuto la tua ragione. Io attendo, ora, di udire la parola del tuo spirito in quest’ultimo caso…».
   «Perdono».
   «Non questo. Un’altra parola».
   «Credo».
   «Un’altra».
   «Non so…».
   «Amo. Pietro, ama. Sarai perdonato. Crederai. Sarai forte. Sarai il Sacerdote e non il fariseo che opprime e non ha che formalismi e non fede attiva.

 11Guardalo. Osa guardarlo. Tutti lo hanno guardato e venerato. Anche Longino… E tu non sapresti? Hai pure saputo rinnegarlo! Se non lo riconosci ora, attraverso il fuoco del mio materno, amoroso dolore che vi unisce, che vi rappacifica, non potrai più. Egli risorge. Come potrai guardarlo nel suo nuovo fulgore se non sai il suo Volto nel trapasso dal Maestro che conosci al Trionfatore che non conosci? Perché il dolore, tutto il Dolore dei secoli e del mondo, lo ha lavorato con scalpello e mazzuolo in quelle ore che vanno dal vespero del Giovedì all’ora di nona del Venerdì. E hanno mutato il suo Volto. Prima era solo il Maestro e l’Amico. Ora è il Giudice e Re. È salito sul suo seggio per giudicare. E si è cinto il serto. Così resterà. Solo che, dopo la gloriosa Risurrezione, sarà non più l’Uomo Giudice e Re. Ma il Dio Giudice e Re. Guardalo. Guardalo, mentre l’Umanità e il Dolore lo velano, per poterlo guardare quando trionferà nella Divinità sua».
   Pietro alza finalmente il capo dal grembo di Maria e guarda Lei, col suo occhio arrossato di pianto in un volto di vecchio bambino, desolato e stupito del male fatto e del tanto bene che trova.
   Maria lo forza a guardare il suo Signore. E allora, mentre Pietro, come davanti ad un volto vivo, geme: «Perdono, perdono! Non so come fu. Che fu. Non ero io. Era qualcosa che mi faceva non essere io. Ma io ti amo, Gesù! Ti amo, Maestro mio! Torna! Torna! Non andartene così, senza dirmi che mi hai capito!», Maria ripete l’atto già fatto nella camera sepolcrale. Con le braccia prostese, in piedi, pare la sacerdotessa nell’attimo dell’offerta. E come là ha offerto l’Ostia senza macchia, qui offre il peccatore pentito. È ben la Madre dei santi e dei peccatori!

 12E poi alza Pietro. Lo consola ancora. E gli dice: «Ora sono più contenta. Ti so qui. Adesso tu vai. Di là. Con le donne e Giovanni. Avete bisogno di riposo e di cibo. Vai. E sii buono…», come ad un bambino.
   E mentre poi, nella casa che, più calma in questa notte seconda dalla sua morte, tende a tornare alle umane abitudini del sonno e del cibo, e mostra l’aspetto stanco e rassegnato delle abitazioni dove i superstiti rinvengono piano dal colpo della morte, Maria sola vuole restare in piedi. Ferma al suo posto. Nella sua attesa. Nella sua preghiera. Sempre. Sempre. Sempre. Per i vivi e per i morti. Per i giusti e i colpevoli. Per il ritorno. Il ritorno. Il ritorno del Figlio.
   La cognata ha voluto stare con Lei. Ma ora dorme pesantemente, seduta in un angolo, con la testa riversa contro il muro. Marta e Maria vengono due volte, ma poi, assonnate, si ritirano in una stanza vicina e dopo qualche parola piombano loro pure nel sonno… E più oltre, in una cameretta piccola come un gingillo, dorme Salome con Susanna, mentre, su due stuoie gettate al suolo, dormono rumorosamente Pietro e Giovanni. Il primo con ancora un meccanico singhiozzo sperso nel suo russare. Il secondo con un sorriso di bambino che sogna qualche lieta visione.
   La vita riprende i suoi atti e la carne i suoi diritti… Solo la Stella del Mattino splende insonne, col suo amore che veglia presso l’effigie del Figlio.
   E la notte del Sabato Santo passa così. Finché il canto del gallo, alla prima schiarita dell’alba, non fa sorgere in piedi con un grido Pietro. E il suo grido spaurito e doloroso sveglia gli altri dormenti.
   È finita la tregua per essi. E rincomincia la pena. Mentre per Maria non fa che accrescersi l’ansia dell’attesa.

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!