Santo Stefano Harding prega per noi – 28 marzo

Nacque nel 1059, da una nobile famiglia sassone dal nome Harding, a Merriot, nei dintorni di Sherborne, nell’Inghilterra Meridionale. Viaggiò molto e fin dalla più tenera età, fu attratto dalla vita monastica, prese i voti nell’abbazia benedettina di Sherborn.

Dopo l’invasione normanna lasciò la vita monastica trasferendosi in Scozia divenendo uno studioso itinerante. Si trasferì infine nell’abbazia di Molesme in Borgogna, sotto l’abate San Roberto di Molesme .

Stephen Harding fu una delle figure più significative dei primi decenni della storia cistercense viaggò in Francia a Parigi per completare gli studi, e a Roma in un pellegrinaggio penitenziale accompagnato da un giovane chierico, prima di rientrare nella vita monastica a Molesme, per poi partire con i fondatori del Nuovo Monastero di Citeaux. Dal 1108 al 1133, periodo della prima espansione cistercense, prestò servizio come abate e, secondo alcuni, il genio formativo dietro l’Ordine cistercense.

Di ritorno da Roma, verso l’Inghilterra, si fermarono nell’abbazia di Molesme in Borgogna, dove fecero la conoscenza dell’abate benedettino Roberto di Molesme che tentava di riformare lo spirito cluniacense, considerato ormai poco vicino all’ispirazione dello spirito monastico benedettino.

Egli aveva fondato in un clima di particolare austerità proprio a Molesme nel 1075 il monastero: fu questa una caratteristica che attirò l’interesse del giovane Stefano, che decise di fermarsi.

Con il tempo la prosperità economica e le numerose filiazioni dell’abbazia di Molesme allontanarono l’abate Roberto, e altri monaci tra cui Stefano, inducendoli a lasciare Molesme per fondare un nuovo monastero, più vicino ai principi che si erano persi.

Nel 1098, una volta ottenuta l’approvazione dell’arcivescovo di Lione Ugo, Roberto, Alberico e Stefano Harding fondarono un nuovo monastero a Citeaux. Era stato fatto loro dono di un terreno ad opera del visconte Rinaldo di Beaume, si pensa fosse un parente dello stesso Roberto, e aiuti materiali anche da parte del duca di Borgogna, Eudes.

A seguito della partenza del famoso abate Roberto dal monastero di Molesme ci fù in tutta la regione molto scalpore e disonore all’abbazia. Per questo motivo i monaci di Molesme si rivolsero direttamente al papa Urbano II chiedendogli che ordinasse a Roberto di tornare a Molesme come abate.

Nel 1099 Roberto, lasciò Citeaux per tornare definitivamente a Molesme. Gli successe come abate a Citeaux Alberico, che guidò la congrega fino alla sua morte, avvenuta nel 1109. Alla sua morte fu eletto abate Stefano Harding. Fu proprio quest’ultimo che portò una fase di cambiamento al nuovo monastero attraverso la famosa Charta Caritatis, quello che rappresenta uno degli statuti dell’ordine cistercense.

La Cartha Caritatis stabiliva i rapporti tra i diversi monasteri: case-madri e le rispettive filiazioni; tutti gli abati dovevano riunirsi una volta l’anno a Citeaux.

Stefano segui la riforma dei libri liturgici, con la revisione del Graduario, dell’Antifonario e degli Inni. Fu lui che impose la tunica bianca ai nuovi monaci: il segno tangibile della particolare devozione alla Madonna e forse, in antitesi al colore scuro dei benedettini cluniacensi.

Con lui continuò il clima di austerità che era stata una delle caratteristiche originarie data da Roberto di Molesme. Mantenne l’obbligo per i monaci di sostentarsi anche con il loro lavoro manuale e gli edifici del monastero e la chiesa dovevano conservare e testimoniare questo spirito di austerità.

Durante la sua guida, dal 1109 al 1133, ebbe luogo l’ingresso a Citeaux di Bernardo che oltre a portare con sé molti parenti ed amici, diede luogo alla fondazione di un nuovo monastero a Clairvaux

L’opera di San Bernardo diede un impulso decisivo e grandioso al nuovo ordine cistercense, facendolo divenire in breve il più grande ordine monastico del tempo.

Nel 1115 Stefano inviò gli statuti e gli usi del nuovo ordine ad un gruppo di monache che erano a Jully-les-Nonnains, presso Digione, dando inizio al ramo femminile dell’ordine cistercense.

S occupò di stilare la prima storia dell’ordine nello scritto dal titolo Exordium Cisterciensis Coenobii.

Ebbe importante impegni nel rimediare ai contrasti che si verificarono tra le diverse filiazioni. Esausto e infermo si dimise dalla carica di abate nel 1133.

Morì il 28 marzo 1134 a Citeaux, dove fu sepolto nella chiesa abbaziale, accanto al suo predecessore Alberico. Le due tombe furono poi spostate quando si costruì una nuova chiesa.

Alla sua morte l’ordine contava settanta monasteri diffusi in tutta Europa.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Cîteaux in Borgogna, nell’odierna Francia, santo Stefano Harding, abate: giunto da Molesme insieme ad altri monaci, resse questo celebre cenobio, istituendovi i fratelli laici e accogliendo in esso il famoso Bernardo con trenta suoi compagni; fondò dodici monasteri, che vincolò tra loro con la Carta della Carità, affinché non esistesse tra i monaci discordia alcuna e tutti vivessero sotto il medesimo dettame della carità, sotto la stessa regola e secondo consuetudini simili.

Nome: Santo Stefano Harding
Titolo: Abate
Nascita: 1050, Sherborne, Regno Unito
Morte: 28 marzo 1134, Saint-Nicolas-lès-Cîteaux, Francia
Ricorrenza: 28 marzo
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione

Vangelo Gv 4, 43-54: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

Vangelo Novus Ordo Gv 4, 43-54
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Oggi conserviamo nel nostro cuore queste parole del Vangelo:
«Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.

Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’
Paralleli Novus ordo

   Cap. CVI. Cacciata da Nazareth e conforto alla Madre. Riflessioni su quattro contemplazioni.

Sera del 13 febbraio 1944

 1 Vedo uno stanzone quadrato. Dico stanzone, per quanto capisca che è la sinagoga di Nazareth (come mi dice l’interno ammonitore) perché non c’è altro che le pareti nude tinte di giallino e una specie di cattedra da un parte. Vi è anche un alto leggio con sopra dei rotoli. Leggio, scansia, dica come crede. E, insomma, una specie di tavola inclinata, sorretta su un piede e sulla quale sono allineati dei rotoli. Vi è della gente che prega, non come preghiamo noi, ma volti tutti da un lato con le mani non congiunte ma come su per giù sta un sacerdote all’altare. Vi sono delle lampade messe così: e sopra alla cattedra e al leggio. 
   E Non vedo lo scopo di questa veduta, che non si cambia e che mi resta fissa così per del tempo. Ma Gesù mi dice di scriverla e lo faccio…

 2 Mi trovo nella sinagoga di Nazareth, da capo. Ora il rabbino legge. Sento la cantilena della voce nasale, ma non capisco le parole dette in una lingua a me ignota. Fra la gente vi è anche Gesù coi cugini apostoli e con altri che sono certo parenti essi pure, ma che non conosco. 
   Dopo la lettura, il rabbino volge lo sguardo sulla folla in muta domanda. Gesù si fa avanti e chiede di tenere Lui l’adunanza, oggi. Odo la sua bella voce leggere il passo di Isaia citato dal Vangelo: 
   «Lo spirito del Signore è sopra di Me…». E odo il commento che Egli ne fa, dicendosi 
   «il portatore della Buona Novella, della legge d’amore che sostituisce il rigore di prima con la misericordia, per cui tutti coloro che la colpa d’Adamo fa malati nello spirito, e nella carne per riflesso, perché il peccato sempre suscita vizio, e il vizio malattia anche fisica, otterranno la salute. Per cui tutti coloro che sono prigionieri dello Spirito del male avranno liberazione. Io sono venuto a rompere queste catene, a riaprire la via dei Cieli, a dar luce alle anime accecate e udito alle anime sorde. 
   E’ venuto il tempo della Grazia del Signore. Ella è fra voi, Ella è questa che vi parla. I Patriarchi hanno desiderato vedere questo giorno, di cui la voce dell’Altissimo ha proclamato l’esistenza ed i Profeti hanno predetto il tempo. E già, portata a loro da ministero soprannaturale, conoscono che l’alba di questo giorno s’è levata, e il loro ingresso nel Paradiso è ormai vicino e ne esultano coi loro spiriti, santi ai quali non manca che la mia benedizione per esser cittadini dei Cieli. Voi lo vedete. Venite alla Luce che è sorta. Spogliatevi delle vostre passioni per esser agili a seguire il Cristo. Abbiate la buona volontà di credere, di migliorare, di volere la salute, e la salute vi sarà data. Essa è in mia mano. Ma non la do che a chi ha buona volontà di averla. Perché sarebbe offesa alla Grazia darla a chi vuol continuare a servire Mammona». 

 3 Il mormorio si leva per la sinagoga. Gesù gira lo sguardo. Legge sui volti e nei cuori e prosegue: «Comprendo il vostro pensiero. Voi, poiché sono di Nazareth, vorreste un favore di privilegio. Ma questo per il vostro egoismo, non per potenza di fede. Onde Io vi dico che in verità nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Altri paesi mi hanno accolto e mi accoglieranno con maggior fede, anche quelli il cui nome è scandalo fra di voi. Là Io mieterò i miei seguaci, mentre in questa terra nulla potrò fare, perché m’è chiusa e ostile. Ma vi ricordo di Elia e d’Eliseo. Il primo trovò fede in una donna fenicia e il secondo in un siro. E a quella e a questo poterono operare il miracolo. 
   I morenti di fame d’Israele ed i lebbrosi d’Israele non ebbero pane e mondezza, perché il loro cuore non aveva la buona volontà come perla fine che il Profeta vedeva. Questo succederà a voi pure, che siete ostili e increduli alla Parola di Dio».

 4 La folla tumultua e impreca e tenta mettere le mani addosso a Gesù. Ma gli apostoli-cugini – Giuda, Giacomo e Simone – lo difendono, ed allora gli infuriati nazareni cacciano fuori dalla città Gesù. Lo inseguono con minacce, non solamente verbali, sino al ciglio del monte. Ma Gesù si volge e li immobilizza col suo sguardo magnetico, e passa incolume in mezzo a loro, scomparendo su per un sentiero del monte. 

 5 Vedo una piccola, piccolissima borgata. Un pugno di case. Una frazione, diremmo noi ora. É più alta di Nazareth, che si vede più sotto, e dista dalla stessa pochi chilometri. Una borgatella misera misera. 
   Gesù parla con Maria stando seduto su un muretto presso una casuccia. Forse è una casa amica, o per lo meno ospitale secondo le leggi dell’ospitalità orientale. E Gesù ci si è rifugiato dopo esser stato scacciato da Nazareth, per attendere gli apostoli che certo si erano sparsi nella zona mentre Egli era presso la Madre. 
   Con Lui non ci sono che i tre apostoli-cugini, i quali, in questo momento, sono raccolti nell’interno della cucina e parlano con una donna anziana che Taddeo chiama «madre». Perciò capisco che è Maria di Cleofa. É una donna piuttosto anziana e la riconosco per quella che era con Maria Ss. alle nozze di Cana. 
   Certo Maria di Cleofa e i figli si sono ritirati là per lasciare liberi Gesù e la Madre di parlare.

 6 Maria è afflitta. Ha saputo del fatto della sinagoga ed è addolorata. Gesù la consola. Maria supplica il Figlio di stare lontano da Nazareth, dove tutti sono maldisposti verso di Lui, anche gli altri parenti, che lo giudicano un pazzo desideroso di suscitare rancori e dispute. Ma Gesù fa un gesto sorridendo. Pare dica: 
   «Ci vuol altro, lascia perdere!». Ma Maria insiste. Allora Egli risponde: 
   «Mamma, se il Figlio dell’uomo dovesse andare unicamente là dove è amato, dovrebbe volgere il suo passo da questa Terra e tornare al Cielo. Ho ovunque dei nemici. Perché la Verità è odiata, ed Io sono Verità. Ma Io non sono venuto per trovare facile amore. Io sono venuto per fare la volontà del Padre e redimere l’uomo. L’amore sei tu, Mamma, il mio amore, quello che mi compensa di tutto. Tu e questo piccolo gregge, che tutti i giorni si accresce di qualche pecorella che Io strappo ai lupi delle passioni e porto nell’ovile di Dio. Il resto è il dovere. Sono venuto per compiere questo dovere e lo devo compiere anche fino a sfracellarmi contro le pietre dei cuori tetragoni al bene. Anzi, solo quando sarò caduto, bagnando di sangue quei cuori, Io li ammollirò stampandovi il mio segno che annulla quello del Nemico. 
   Mamma, sono sceso dal Cielo per questo. Non posso che desiderare di compiere questo». 
   «Oh! Figlio! Figlio mio!». Maria ha la voce straziata. Gesù la carezza. Noto che Maria ha sul capo, oltre il velo, anche il manto. É più che mai velata, come una sacerdotessa. 

 7 «Starò assente qualche tempo, per farti contenta. Quando sarò vicino manderò ad avvisarti». 
   «Manda Giovanni. Mi pare di vedere un poco Te nel vedere Giovanni. Anche la madre sua è piena di cure per me e per Te. Ella spera, è vero, un posto di privilegio per i suoi figli. É donna ed è mamma, Gesù. Bisogna compatirla. Ne parlerà anche a Te. Ma ti è devota sinceramente. E quando sarà liberata dall’umanità, che fermenta in lei come nei suoi figli, come negli altri, come in tutti, Figlio mio, sarà grande nella fede. 
   É doloroso che tutti sperino da Te un bene umano, un bene che, anche se non è umano, è egoista. Ma il peccato è in loro con la sua concupiscenza. Ancora l’ora benedetta, e tanto, tanto temuta, per quanto l’amore di Dio e dell’uomo me la faccia desiderare, in cui Tu annullerai il Peccato, non è venuta. Oh! quell’ora! Come trema il cuore della tua Mamma per quell’ora! Che ti faranno, Figlio? Figlio Redentore, di cui i Profeti dicono tanto martirio?». 
   «Non ci pensare, Mamma. Dio ti aiuterà in quell’ora. Me e te aiuterà Dio. E dopo sarà la pace. Te lo dico una volta ancora. Ora va’, ché la sera scende e lungo è il cammino. Io ti benedico».

 8 Dice Gesù: 
   «Piccolo Giovanni, molto lavoro oggi. Ma siamo indietro di un giorno e non si può andare piano. Ti ho dato la forza per questo, oggi. Le quattro contemplazioni te le ho concesse per poterti parlare sui dolori di Maria e miei, preparatori alla Passione. Avrei dovuto parlarne ieri, sabato, giorno dedicato a mia Madre. Ma ho avuto pietà. Oggi si riprende il tempo perduto. 
   Dopo i dolori che ti ho fatto conoscere, Maria ha avuto anche questi. Ed Io con Lei.

 9 Il mio sguardo aveva letto nel cuore di Giuda Iscariota. Nessuno deve pensare che la Sapienza di Dio non sia stata capace di comprendere quel cuore. Ma, come ho detto a mia Madre, egli ci voleva. 
   Guai a lui per esser stato il traditore! Ma un traditore ci voleva. Doppio, astuto, avido, lussurioso, ladro, e intelligente e colto più della massa, egli aveva saputo imporsi a tutti. Audace, mi spianava la via, anche se era via difficile. Gli piaceva, oltre tutto, emergere e far risaltare il suo posto di fiducia presso di Me. 
   Non era servizievole per istinto di carità. Ma unicamente perché era uno di quelli che voi chiamereste “faccendoni”.    Ciò gli permetteva anche di tenere la borsa e di avvicinare la donna. Due cose che, insieme alla terza, la carica umana, amava sfrenatamente. 
   La Pura, l’Umile, la Distaccata dalle ricchezze terrene, non poteva non avere ribrezzo di quel serpe. Io pure ne avevo ribrezzo. Ed Io solo ed il Padre e lo Spirito sappiamo quali superamenti ho dovuto sostenere per poterlo sopportare vicino. Ma te li spiegherò in altro tempo. 

10 Ugualmente non ignoravo l’ostilità dei sacerdoti, farisei, scribi e sadducei. Erano volpi astute che cercavano spingermi nella loro tana per sbranarmi. Avevano fame del mio sangue. E cercavano di mettermi trappole ovunque per catturarmi, per avere arma di accusa, per levarmi di mezzo. 
   Per tre anni è stata lunga l’insidia e non si è placata altro che quando mi hanno saputo morto. Quella sera hanno dormito felici. La voce del loro accusatore era per sempre estinta. Lo credevano. No. Non è ancora spenta. Non lo sarà mai e tuona, tuona e maledice i loro simili di ora. 
   Quanto dolore ebbe mia Madre per colpa di loro! Ed Io quel dolore non lo dimentico.

11 Che la folla fosse volubile, non era cosa nuova. Essa è la belva che lecca la mano del domatore, se è armata di scudiscio o se offre un pezzo di carne alla sua fame. Ma, basta che il domatore cada e non possa più usare lo scudiscio, oppure non abbia più prede per la sua fame, che essa si avventa e lo sbrana. Basta dire la verità ed essere dei buoni per essere odiati dalla folla dopo il primo momento di entusiasmo. La verità è rimprovero e monito. La bontà spoglia dello scudiscio e fa sì che i non buoni non temano più. Onde: “crucifige”, dopo aver detto: “osanna”. La mia vita di Maestro è satura di queste due voci. E l’ultima è stata “crucifige”. 
L’osanna è come l’anelito che prende il cantore per aver fiato di fare l’acuto. Maria, nella sera del Venerdì Santo, ha riudito in sé tutti gli osanna bugiardi, divenuti urli di morte per la sua Creatura, e ne è rimasta trafitta. Anche questo Io non lo dimentico. 

12 L’umanità degli apostoli! Quanta! Portavo sulle braccia, per alzarli al Cielo, dei massi che pesavano verso terra. Anche coloro che non si vedevano ministri di un re terreno come Giuda Iscariota, coloro che non pensavano come lui di salire, all’occorrenza, in mia vece sul trono, erano sempre, però, ansiosi di gloria. Venne il giorno che anche il mio Giovanni e suo fratello appetirono a questa gloria, che vi abbaglia come un miraggio anche nelle cose celesti. Non santo anelito al Paradiso, che voglio che abbiate. Ma desiderio umano che la vostra santità sia conosciuta. Non solo, ma esosità di cambiavalute, di usuraio per cui, per un poco di amore dato a Colui al quale Io vi ho detto dovete dare tutti voi stessi, pretendete un posto alla sua destra in Cielo.
   No, figli. No. Prima occorre saper bere tutto il calice che Io ho bevuto. Tutto: con la sua carità data in compenso dell’odio, con la sua castità contro le voci del senso, con la sua eroicità nelle prove, col suo olocausto per amore di Dio e dei fratelli. Poi, quando s’è tutto compiuto del proprio dovere, dire ancora: “Siamo servi inutili”, e attendere che il Padre mio e vostro vi conceda, per sua bontà, un posto nel suo Regno. Occorre spogliarsi, come mi hai visto spogliato nel Pretorio, di tutto ciò che è umano, tenendo solo quell’indispensabile che è rispetto verso il dono di Dio che è la vita, e verso i fratelli ai quali possiamo essere utili più dal Cielo che sulla Terra, e lasciare che Dio vi rivesta della stola immortale, fatta candida nel sangue dell’Agnello.

13 Ti ho mostrato i dolori preparatori della Passione. Altri te li mostrerò. Per quanto siano sempre dolori, è stato riposo per l’anima tua il contemplarli. Ora basta. Sta’ in pace».

   Cap. CL. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio.

 1 Gesù è solo. Cammina svelto per la via maestra che è prossima a Nazaret ed entra nella città dirigendosi verso la casa. Quando è prossimo ad essa vede la Madre che va a sua volta verso la casa con a fianco il nipote Simone carico di fascine secche. 
   La chiama: «Mamma!». 
   Maria si volge esclamando: «Oh! Figlio mio benedetto!», e ambedue si corrono incontro mentre Simone, gettate a terra le sue fascine, imita Maria andando verso il cugino, che saluta cordialmente. 
   «Mamma mia, sono venuto. Sei contenta, ora?». 
   «Tanto, Figlio …se è solo per la mia preghiera che lo hai fatto, io ti dico che non mi è e non ti è lecito seguire il sangue più che la missione». 
   «No, Mamma. Sono venuto anche per altre cose». 
   «È dunque proprio vero, Figlio mio? Io credevo, volevo credere che fossero voci di menzogna e che Tu non fossi tanto odiato…». Le lacrime sono nella voce e nell’occhio di Maria. 
   «Non piangere, Mamma. Non mi dare questo dolore. Ho bisogno del tuo sorriso». 
   «Si, Figlio, sì. É vero. Tu vedi tanti volti duri di nemici che hai bisogno di tanto amore e di sorriso. Ma qui, vedi? C’è chi ti ama per tutti…». Maria, che si appoggia lievemente al Figlio che la tiene abbracciata alle spalle, camminando lentamente verso casa, cerca di sorridere per cancellare ogni pena dal cuore di Gesù. Simone ha ripreso le sue fascine e cammina al fianco di Gesù. 
   «Sei pallida, Mamma. Ti hanno dato molto dolore? Sei stata ammalata? Ti sei troppo affaticata?». 
   «No, Figlio. No. Nessun dolore a me. Unica pena Te lontano e non amato. Ma qui, con me, sono tutti molto buoni. Non parlo neppure di Maria e di Alfeo; quelli Tu lo sai che sono. Ma anche Simone, vedi come è buono? Sempre così. È stato il mio aiuto in questi mesi. Ora mi rifornisce di legna. È tanto buono. E anche Giuseppe, sai? Tanti pensieri gentili per la loro Maria». 
   «Dio ti benedica, Simone, e benedica anche Giuseppe. Che ancora non mi amiate come Messia ve lo perdono. Oh! all’amore di Me Cristo verrete! Ma come potrei perdonarvi di non amare Lei?». 
   «Amare Maria è una giustizia e una pace, Gesù. Ma anche Tu sei amato… solo, ecco, noi temiamo troppo per Te». 
   «Si. Mi amate umanamente. Verrete all’altro amore». 
   «Ma anche Tu, Figlio mio, sei pallido e smagrito». 
   «Sì. Più vecchio sembri. Lo vedo io pure», osserva Simone.

 2 Entrano in casa e Simone, deposte al loro posto le fascine, si ritira discretamente. 
   «Figlio, ora che siamo soli dimmi la verità. Tutta. Perché ti hanno cacciato?». Maria parla tenendo le mani sulle spalle del suo Gesù e lo fissa nel volto smagrito. 
   Gesù ha un sorriso dolce e stanco: «Perché cercavo di portare l’uomo alla onestà, alla giustizia, alla vera religione». 
   «Ma chi ti accusa? Il popolo?». 
   «No, Madre. I farisei e gli scribi, meno qualche giusto fra essi». 
   «Ma che hai fatto per attirarti le loro accuse?». 
   «Ho detto la verità. Non sai che è il più grande sbaglio presso gli uomini?». 
   «E che hanno potuto dire per giustificare le loro accuse?». 
   «Delle menzogne. Quelle che sai e altre ancora». 
   «Dille alla tua Mamma. Il tuo dolore mettilo tutto nel mio seno. Un seno di madre è abituato al dolore ed è felice di consumarlo, pur di levarlo al cuore del figlio. Dammi il tuo dolore, Gesù. Mettiti qui, come quando eri piccino, e deponi tutta la tua amarezza».
   Gesù si siede su un panchettino ai piedi di sua Madre e racconta tutto di quei mesi di Giudea. Senza rancore ma senza veli. Maria lo accarezza sui capelli, con un eroico sorriso sulle labbra che combatte con il luccichio di pianto che è nell’occhio azzurro. Gesù dice anche le necessità di avvicinare donne per redimerle e la sua pena per non poterlo fare per la malignità umana. 
   Maria assente e poi decide: «Figlio, non mi devi negare quanto io voglio. D’ora in poi verrò io con Te quando Tu ti allontani. In qualunque tempo e stagione e in qualunque luogo. Io ti difenderò dalla calunnia. La sola mia presenza farà cadere il fango. E Maria verrà con me. Lo desidera tanto. Questo ci vuole presso il Santo e contro il demonio e il mondo: il cuore delle mamme».

   Cap. CLI. A Cana in casa di Susanna, che diventerà discepola. L’ufficiale regio.

 1 maggio 1945

 1 Gesù è diretto forse verso il lago. Certo è che giunge a Cana dirigendosi alla casa di Susanna. Sono con Lui i cugini. Mentre sostano nella casa e prendono riposo e vitto, e mentre, ascoltato come dovrebbe sempre esserlo dai parenti o amici di Cana, Gesù ammaestra semplicemente queste buone persone e consola la pena dello sposo di Susanna che sembra ammalata perché non è presente e sento che insistentemente si parla del suo soffrire – entra un uomo ben vestito che si prosterna ai piedi di Gesù. 
   «Chi sei? Che vuoi?» 
   Mentre questo ancora sospira e piange, il padrone di casa tira Gesù per un lembo della veste e sussurra: 
   «E’ un ufficiale del Tetrarca. Non ti fidare troppo». 
   «Parla dunque. Che vuoi da Me?». 
   «Maestro, ho saputo che sei tornato. Ti attendevo come si attende Iddio. Vieni subito a Cafarnao. Il mio maschio giace tanto ammalato che le sue ore sono contate. Ho visto Giovanni tuo discepolo. Da lui ho saputo che Tu eri diretto qui. Vieni, vieni subito, prima che sia troppo tardi». 
   «Come? Tu che sei servo del persecutore del santo d’Israele puoi credere in Me? Non credete al Precursore del Messia. Come potete credere nel Messia, allora?». 
   «È vero. Siamo in peccato di incredulità e di crudeltà. Ma abbi pietà di un padre! Io conosco Cusa. E ho visto Giovanna. Prima e dopo il miracolo l’ho vista. E ho creduto in Te». 
   «Già! Siete una generazione tanto incredula e perversa che senza segni e prodigi non credete. Vi manca la prima qualità necessaria ad ottenere il miracolo». 
   «È vero! È tutto vero! Ma lo vedi… Io credo in Te ora e ti prego: vieni, vieni subito a Cafarnao. Ti farò trovare una barca a Tiberiade perché Tu venga più veloce. Ma vieni, prima che il mio bambino muoia!», e piange desolatamente. 
   «Io non vengo per ora. Ma va’ a Cafarnao. Tuo figlio da questo momento è guarito e vive». 
   «Dio ti benedica, mio Signore. Io credo. Ma, poiché voglio che tutta la casa mia ti festeggi, vieni poi a Cafarnao, nella mia casa».
   «Verrò. Addio. La pace sia con te». L’uomo esce con fretta e si sente subito dopo il trotto di un cavallo. 

 2 «Ma è proprio guarito quel ragazzo?», chiede lo sposo di Susanna. 
   «E tu puoi credere che Io menta?». 
   «No, Signore. Ma Tu sei qui e il ragazzo è là». 
   «Non vi sono barriere per lo spirito mio e non distanze». 
   «Oh! mio Signore, che hai cambiato l’acqua in vino per le mie nozze, cambia il mio pianto in sorriso, allora.    Guariscimi Susanna».
   «Che mi darai in cambio di questo?». 
   «La somma che vuoi». 
   «Non sporco ciò che è santo col sangue di Mammona. Chiedo al tuo spirito che mi darà». 
   «Ma me stesso, se vuoi». 
   «E se ti chiedessi, senza parole, un grande sacrificio?». 
   «Mio Signore, io ti chiedo la salute corporale della mia sposa e la santificazione di tutti noi. Credo che io, per avere questo, non possa chiamare nulla troppo grande…». 
   «Tu spasimi per la donna tua. Ma se Io te la rendessi alla vita conquistandola per sempre come discepola, che diresti tu?». 
   «Che… che Tu ne hai diritto… e che… e che imiterò Abramo nella prontezza al sacrificio». 
   «Bene hai detto.

 3 Udite tutti: il tempo si avvicina del mio Sacrificio. Come un’acqua esso scorre veloce e senza sosta alla foce. Io devo compiere tutto ciò che devo. E la durezza umana mi preclude tanto campo di missione. Mia Madre e Maria d’Alfeo verranno con Me quando mi allontanerò per andare fra popolazioni che non mi amano ancora o non mi ameranno mai. La mia sapienza sa che le donne potranno aiutare il Maestro in questo campo precluso. Io sono venuto a redimere anche la donna e nel secolo futuro, nel mio tempo, si vedranno le donne simili a sacerdotesse servire il Signore e i servi di Dio. 
   Io ho scelto i miei discepoli. Ma per eleggere le donne, che libere non sono, devo chiederlo ai padri e ai mariti. Lo vuoi tu?». 
   «Signore… io amo Susanna. E per ora l’ho amata come carne più che come spirito. Ma sotto il tuo ammaestramento già qualcosa è mutato in me e guardo la mia donna come anima oltre che corpo. L’anima è di Dio e Tu sei il Messia Figlio di Dio. Non ti posso contendere il tuo diritto su ciò che è di Dio. 
   Se Susanna vorrà seguirti io non le sarò ostile. Solo, ti prego, opera il miracolo di sanare lei nella carne e me nel senso…». 
«Susanna è guarita. Ella verrà entro poche ore a dirti la sua gioia. Lascia che la sua anima segua il suo impulso senza parlare di quanto ora ho detto. Vedrai che l’anima sua verrà a Me spontaneamente come la fiamma tende a salire. Né per questo morrà il suo amore di sposa. Ma salirà al grado più alto, che è quello di amarsi con la parte migliore: con lo spirito». 
«Susanna ti appartiene, Signore. Ella doveva morire, e lentamente, con spasimi forti. E’ morta che fosse l’avrei davvero perduta sulla Terra. Essendo così come Tu dici, io l’avrò ancora al fianco per condurmi con sé sulle tue vie. Dio me l’ha data e Dio me la leva. Sia benedetto nel dare e nell’avere l’Altissimo».

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, Regina del Cielo e della terra,
noi ci affidiamo per sempre a Te!